Se non è fame di cibo…allora cos’è?

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In Italia circa tre milioni di persone soffrono di disturbi del comportamento alimentare (DCA). Sebbene tale problematica risulti ad oggi parzialmente sommersa, molti termini, quali anoressia, bulimia e obesità, sono ormai entrati a far parte del linguaggio comune. Persiste, tuttavia, ancora molta confusione sull’argomento, in quanto il disturbo del comportamento alimentare si presenta come un fenomeno complesso carico di sfumature e di simbolismi. La relazione tra uomo e cibo non si completa solo nel concetto di nutrizione in quanto relazione vitale, ma si associa simbolicamente anche ad altre dimensioni quali ad esempio, solo per citarne alcune, l’esplorazione del gusto ed il piacere ad esso associato, l’incontro e lo scambio con l’altro durante l’ora del pasto e la più primitiva relazione madre-bambino durante il primo allattamento.

Secondo il DSM V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali edizione 5), i disturbi del comportamento alimentare sono classificabili come Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione, poiché essi hanno a che fare con tutte le problematiche psicologiche che si correlano nel rapporto che

l’individuo ha con il cibo e con il proprio corpo.

È possibile distinguere i disturbi del comportamento alimentare in tre grandi categorie di quadri psicopatologici (Anoressia, Bulimia, Disturbo da Alimentazione Incontrollata) accomunati dal pensiero ossessivo per il cibo, dalla paura di prendere peso e da una percezione di sé deformata.

Anoressia (dal greco an = priv. ed orexis = appetito) termine utilizzato per indicare un disagio del comportamento alimentare che si associa al rifiuto di assumere cibo. La restrizione nell’assunzione di cibo è tale da portare chi ne soffre ad un peso corporeo al di sotto della soglia norma, in relazione all’età ed al sesso di appartenenza. La caratteristica principale sul piano emotivo è rappresentata da un’intensa paura di aumentare il proprio peso corporeo. L’autostima dell’anoressico è fortemente condizionata dalla forma e dal peso corporeo. Il significato che spesso viene attribuito, dalla persona anoressica, all’aumento del peso è visibilmente distorto agli occhi di chi vi sta intorno. Inoltre, un ulteriore aspetto da considerare è rappresentato dall’estrema difficoltà nel riconoscere la gravità dell’eccessivo calo ponderale.

Bulimia (dal greco bÔus = bue e limós = fame; letteralmente “fame da bue”); il termine bulimia viene utilizzato nel linguaggio medico per descrivere un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da una “fame patologica”. Essa si caratterizza infatti di episodi ricorrenti di “abbuffate” caratterizzate da tipiche dinamiche quali: ingestione di una grande quantità di cibo in un tempo molto ridotto, sensazione di perdita di controllo e conseguenti condotte compensatorie per evitare l’aumento ponderale (vomito autoindotto, uso di lassativi, eccessiva attività fisica e/o digiuno). Anche per la bulimia, come per l’anoressia, l’autostima viene, in modo inappropriato, influenzata dalla forma e dal peso corporeo.

Diturbo da Alimentazione Incontrollata (acronimo dell’inglese Binge Eating Disorder). Si tratta di un disturbo che si presenta spesso come conseguenza di anoressia o bulimia. Esso presenta le caratteristiche tipiche della bulimia, ma se ne differenzia per il fatto che le abbuffate non sono accompagnate da uso di condotte compensatorie. Sul piano emotivo, l’individuo, prova spesso un forte senso di vergogna e di imbarazzo, perciò predilige momenti di solitudine per dare spazio alle abbuffate con inevitabile conseguente autosvalutazione di sé, senso di colpa e di disgusto. L’antecedente, solitamente più comune all’abbuffata da binge eating, è legato ad un’emozione negativa vissuta pochi istanti prima.

Componenti psicologiche.

La distorsione corporea. I disturbi del comportamento alimentare sono connessi alla valutazione disfunzionale che la persona fa di se stessa, ossia alla tendenza a percepirsi e confrontarsi rispetto ad un ideale di magrezza, di peso e di controllo della propria forma corporea. Per tale ragione, nelle prime fasi della malattia le persone affette da DCA non chiedono aiuto, poiché la consapevolezza del problema è piuttosto scarsa.

Controllo. La sensazione di poter esercitare un controllo sull’alimentazione e sul peso corporeo pone la persona affetta da DCA di fronte all’inconsapevolezza di aver perso il controllo sul proprio controllo. Il controllo ossessivo esercitato attraverso una dieta restrittiva viene rinforzato sistematicamente e positivamente dalla sensazione di successo, ottenuta dalla perdita di peso. Così, il bisogno di controllo comincia a trasformarsi in una sorta di compulsione necessaria. Il controllo sull’alimentazione, sebbene così rigido e compulsivo, sembra essere per le persone con DCA, l’unico settore circoscritto della vita che riescono a controllare a scapito dei rapporti personali, interpersonali e dell’emotività.

Fragilità. Persone affette da DCA sono individui spesso fragili, insicure, con una bassa autostima e con una importante tendenza al perfezionismo. Sono persone molto sensibili che percepiscono una qualche forma di criticismo da parte di coloro che considerano significativi nella loro vita.

L’ambiente circostante. Una delle caratteristiche tipiche è rappresentata dal bisogno di ricevere costantemente conferme dall’esterno, poiché tutto ciò che riguarda il mondo emotivo interno delle persone con DCA appare estremamente confuso. Sebbene tale ricerca di conferme, l’altra faccia della medaglia risulta caratterizzata da un intenso senso di invasione da parte dell’altro, poiché è scarsa la capacità di porre confini tra mondo interno ed esterno.

Il senso di vuoto. Uno dei temi più cari è il senso di vuoto. Persone affette da DCA spesso rivelano di sentirsi “vuote dentro”. Tale sensazione non è reale, spesso sono persone con un mondo interiore molto ricco ma incapaci di guardarsi dentro.

Affrontare i DCA.

I Disturbi del Comportamento Alimentare necessitano di un trattamento integrato e multispecialistico che comprende valutazioni psicologiche, psichiatriche, nutrizionali ed internistiche. Le persone affette da DCA solitamente non chiedono aiuto e rifiutano, soprattutto nelle fasi iniziali, qualunque trattamento. Talvolta, la maggioranza delle persone che giungono nei centri specialistici non ha ancora veramente maturato la decisione di intraprendere un percorso di cura. Il primo passo spesso comincia con un percorso psicologico di tipo motivazionale, con lo scopo di aiutare la persona a riconoscere di avere un disagio. Tale processo non è mai semplice, poiché comporta una quota di sofferenza e richiede la capacità di sviluppare il desiderio di cambiamento attraverso il coraggio “del mettersi in gioco”.

Un ulteriore aspetto da affrontare con cura riguarda inoltre la corretta valutazione diagnostica al fine di indagare sulle abitudini alimentari, gli atteggiamenti nei confronti del cibo e del corpo, l’evoluzione del peso corporeo ed il funzionamento globale della persona, sia a livello intrapersonale che interpersonale.

Anche la famiglia ha un ruolo decisivo nella gestione della complessità del quadro clinico. È fondamentale conoscere il pensiero dei familiari rispetto alla malattia creando un’atmosfera di fondamentale collaborazione.

Il trattamento ambulatoriale è quello che solitamente viene considerato maggiormente, poiché tende ad interferire meno sulla vita sociale della persona. Nei casi più complessi o in quelli in cui il trattamento ambulatoriale non ha funzionato, viene presa in considerazione l’eventualità di trattamenti più intensivi, quali residenze o strutture semi-residenziali. Infine, un’eventuale complicanza medica (come ad esempio una mancata risposta al trattamento ambulatoriale seguita da una rapida perdita di peso o una comorbidità psichiatrica caratterizzata da comportamenti autolesivi o rischio suicidario) potrebbe richiedere un ricovero ospedaliero. In questi casi la degenza mirerebbe ad evitare gravi complicanze.

Psicoterapia e DCA

In campo terapeutico sono tanti gli obiettivi che una persona con DCA deve raggiungere. Uno degli aspetti fondamentali è sicuramente caratterizzato dalla necessità di creare una relazione terapeutica fondata sulla fiducia reciproca.

Risulta molto importante aiutare queste persone nel riconoscimento dei propri stati interni; bisogna perciò lavorare sulle emozioni. Pazienti con DCA fanno molta fatica ad esplorare il proprio mondo interiore, a sentire ciò che sentono e a darvi un nome, ad esprimere i propri desideri più intimi.

Uno degli scopi della terapia è infatti quello di aiutare il paziente a ritrovare un equilibrio interno attraverso la comprensione che il suo corpo reagisce ad un’emozione spiacevole (rabbia, delusione, critica..) attraverso la compulsione di un’azione impropria che si serve della via somatica (abbuffata, vomito, restrizione..). E’ necessario pertanto lavorare sull’identità per riuscire a porre dei confini tra sé ed il mondo esterno.

Un altro aspetto su cui occorre lavorare riguarda la rigidità verso di sé. Persone con disturbi del comportamento alimentare tendono infatti al perfezionismo; hanno delle enormi aspettative su se stesse e sugli altri, per tale ragione rimangono spesso deluse.

Il lavoro terapeutico dunque si deve fondare su una ristrutturazione di schemi emotivi e cognitivi.

Lo sapevi che..

  • Sebbene i DCA insorgano solitamente in età adolescenziale, secondo quanto riportato dall’ “Osservatorio del Ministero della Salute”, le situazioni più gravi coinvolgono bambini tra gli 8 e i 10 anni.

  • I DCA non vanno mai sottovalutati poiché si trasformano o si associano all’insorgenza di problemi psichiatrici. Essi infatti non solo creano uno stato di sofferenza psichica e fisica, ma attivano talvolta comportamenti autolesivi che possono giungere anche a dei veri e propri tentativi di suicidio.

Per approfondire

Se siete amanti del cinema, potete approfondire l’argomento sui DCA attraverso la visione del film “La ragazza di porcellana”, un film biografico del 2014 che affronta il problema dell’anoressia sotto vari punti di vista.

Se invece preferite la lettura e desiderate catapultarvi nella psicologia del personaggio, potete dedicarvi al romanzo autobiografico di Michela Marzano dal titolo “Volevo essere una farfalla”.

Dott.ssa Caterina Occhipinti