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Anno XXVI - Registrazione Tribunale di Palermo n° 08 del 24.02.1990  Ultimo aggiornamento lunedì 5 dicembre 2016, 8:50

"IO DIRÒ LA VERITÀ"

(tratto dal primo dei sette costituti del filosofo Giordano Bruno 1548-1600 bruciato vivo come eretico a Campo dè Fiori - Roma )

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Palermo - Giovedì 14 Luglio 2016
Passione e Talento


Giuseppe Maggiore,scrittore e regista cinematografico 

Cefalù (Pa) 14 Luglio 2016 - Peppino Santacolomba, personaggio eclettico da alcuni anni insorto sulla ribalta artistica cefaludese, versato nella dimensione della scultura, con le sue opere riconferma il teorema che l’arte, spontaneo effluvio spirituale che trae la sua linfa più intima dalla indefessa passione profusa in un determinato genere espressivo, non proviene dalla cultura, bensì da una personalissima tendenza interiore scandita dal sentimento, dalla manualità e dall’indole.
    
    Nel suo procedere evolutivo egli si è sempre rifatto alla spontaneità dell’improvvisazione.
    
    Artista da strada, il Nostro!
    
    Ad osservarlo attentamente, quando spesso fortuitamente lo si incontra, con la sua mezza età portata splendidamente e con noncuranza, fisicamente ridondante, dall’espressione bonaria e sorridente, dal tratto comunicativo e cortese, con un cappello a cupola dalle falde sciabordanti piazzato negligentemente sul capo che lo fa apparire più pacioccone di quello che è e con al guinzaglio un nugolo di cani di piccola taglia (che lui suole chiamare “le mie bambine”), nessuno penserebbe mai che possa trattarsi di un carabiniere in quiescenza (è un caso curioso che nella “Benemerita” allignino alquanti cultori dell’arte versati soprattutto nella raffigurazione plastica dei soggetti, Giacchino insegna) e, tanto meno, di uno scultore di merito nel pieno della sua fiorente attività creatrice.
    
    A voler superficialmente, per celia, coniare una battuta annoto che, a vederlo così come si presenta, non gli dareste neppure mezza lira, tanto per usare una frase fatta e d’effetto. Eppure, sotto il cumulo dei panni casual che suole indossare e sotto il sorriso sornione stampato sul viso pienotto si cela un osservatore acuto, un animo sensibile, un uomo tranquillo pieno della voglia di fare, affascinato e pago della propria esperienza artistica.
    
     A tratti avviene, durante un occasionale intrecciato dialogo, perché lui è un buon parlatore trattando preminentemente del suo lavoro elettivo, che il suo viso s’illumini improvvisamente d’un guizzo che gli schiarisce il sembiante; guizzo che fa capire che il Nostro non è quello che di primo acchito si può ipotizzare che sia, tenuta a mente la sua mise e il suo semplice modo di essere e di proporsi, bensì che ci troviamo di fronte a qualcuno che affonda le sue radici culturali in profonde riserve creative.
    
    Sembrerebbe pure un personaggio da operetta di rossiniana fattura, ma non lo è affatto; l’abito non fà il monaco!
    
    Dategli in mano gli attrezzi del mestiere (scalpello, martello di legno, raschietto, lime e quant’altro) e Santacolomba si trasforma, non è più quello di prima, rinasce, rivive, opera, realizza, crea.
    
    Lavora la pietra, laterizi friabili e poi legno, gesso e quant’altro (reperti disparati raccolti con amorevole cura ed oculato discernimento nei luoghi più impensabili nei quali lui si trova a passare) con una passione ed una serietà professionale da manuale. Dalle sue mani escono pregevoli oggetti, statuine, vasetti, colonnine, visi, figure, singole od in gruppi, madonne, capitelli, portaceneri, portagioie, sculturine da portare al collo a mò di diademi, pendagli vari ed altro.
    
    Insomma una produzione corposa, la sua, che può allogarsi tanto allo stile classico quanto a quello naif . Sia beninteso: Santacolomba nell’operare non persegue alcun cattedratico stile, né alcuna corrente culturale con la quale, fra l’altro, non ha un’eccesiva dimestichezza. Egli, plasmando la materia, rivela la sua natura artistica semplice e fattiva, quella di un uomo interessato all’arte, che non deve niente a nessuno perché si è fatto da sé; autodidatta dalla forte tempra, che, inculturalmente, si compiace di ciò che la passione per quello che sta facendo gli detta.
    
    Tentando un parallelo epocale e restando sempre nell’humus cefaludese, si può serenamente affermare che l’amico Peppino è nella scultura ciò che Carmine Papa fu nella poesìa. Quello che accomuna i due è la semplicità dell’animo, l’universalità del sentimento e il talento paludato di modestia.
    
    Il suo interesse per la scultura proviene da un naturale bisogno dell’anima di esprimersi, irrefrenabile e sincero, che lo porta, maneggiando il materiale, ad istintivamente trasformarlo in un ninnolo od in quant’altro possa divenire. Egli è innamorato degli oggetti che produce e della disciplina che gli consente di realizzarli.
    
    Il suo lavoro si svolge dovunque, in uno studio improvvisato, sia all’interno che all’esterno, dove, seduto su un panchetto, lui maneggia con amore (quasi li accarezza, usandoli) gli arnesi che gli consentono il lavoro creativo e che rappresentano i suoi inseparabili amici più fedeli.
    
    Al di là di ciò egli è amico di tutti, si nutre del cordiale saluto dei passanti e delle reciproche battute e vive con serenità e compiacimento il comune rapporto sociale.
    
    Non desiderio di guadagno lo pungola nella fattura dei suoi apprezzabili pezzi (infatti spessissimo regala il frutto creativo della sua molteplice produzione), ma il piacere prorompente, in contenuto, di realizzare ciò che la sua fantasia o la conformazione del materiale gli ispirano.
    
    Rifugge dal mettersi in mostra, ma porta avanti il suo impegno con la massima umiltà e riservatezza; grazie a ciò (ed in passato io già ne ebbi a disquisire su questo stesso valido blog) il suo acume artistico è riconosciuto ed apprezzato, com’è provato da alcune recensioni apparse su testi di tiratura territoriale e dall’interesse che le sue opere suscitano.
    
    Ad majora, Peppino!



 
Giuseppe Maggiore
 
 
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