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E il barbone dove lo metto? Nota di Antonio Moscuzza, Assessore alle Politiche Sanitarie

Grande attenzione per chi viene in Italia in condizioni disperate ma non riusciamo a manifestare interesse per gli ultimi di strada. Il TSO è utile?

Siracusa – I disperati che approdano in Italia con i barconi godono di attenzioni da parte di svariati organismi pubblici e privati che però sono distratti per i nostri barboni. Il barbone è una persona che sceglie di vivere in strada, non protesta a volte neanche chiede, la sua casa è un cartone per il freddo e stracci come indumenti. Dietro ci sono storie personali a volte terribili che non sempre coincidono con la pazzia, insomma sono anche loro persone che hanno bisogno di cure. Il nostro welfare, che maldestramente scimmiotta il modello inglese, dove il senso civico si sviluppa dalla nascita, in questi anni non è ancora riuscito ad aiutare quelli che noi chiamiamo barboni, culturalmente out e socialmente invisibili. Le forme di intervento sono da attribuire alle associazioni che spontaneamente se ne prendono cura ma oltre questi interventi, da parte dello Stato non esiste niente. La loro presenza offende il nostro senso di bellezza e non si integrano con l’arredo urbano. Il primo intervento urgente nei loro confronti sarebbe ridare a queste persone la propria dignità di essere umani oppure impedire che possano perderla. La cultura prevalente è quella dell’indifferenza come in tutte le cose italiane. Il TSO (trattamento sanitario obbligatorio) non è certo la soluzione migliore. Per comprendere i problemi che vivono gli altri occorre modificare la nostra percezione verso questi problemi e non girarci dall’altre parte quando succedono le cose intorno a noi. Questo è il sistema peggiore per affrontare le cose. Antonio Moscuzza, Assessore alle Politiche Sanitarie interviene sull’argomento e lo fa nel suo ruolo istituzionale, la sua riflessione merita grande attenzione, la riportiamo integralmente.

Da qualche tempo in città vengono intercettati barboni che vivono in strada e, per il pubblico decoro, i vigili urbani o altra forza di polizia provvedono ad accompagnare in ospedale tramite 118 con richiesta, vista la riluttanza del soggetto a spostarsi e a volte il suo rifiuto deciso, di Accertamento Sanitario Obbligatorio (ASO). Frequentemente, così come accaduto nelle ultime settimane, viene predisposto il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), procedura che culmina, quest’ultima, con la firma del sindaco e che prevede il ricovero obbligatorio per un periodo di tempo difficilmente quantificabile.

Da un punto di vista sanitario il TSO è una modalità riservata a soggetti in acuzie, incapaci di intendere e volere e dunque riottosi alle cure. Ogni altra fattispecie implica la privazione della libertà personale, sancita dalla Costituzione, e l’adozione di una misura spropositata rispetto alla condizione di marginalità nella quale i clochard vivono con grande spirito di adattamento, non volendosi conformare per mentalità nomade agli usi e costumi abituali. Il ricorso al TSO non solo può sovente essere un atto di violenza in una società che si proclama democratica, ma può ridurre la già limitata capienza degli SPDC ( servizi ospedalieri psichiatrici) dove vengono ricoverati i pazienti psichiatrici in fase di acuzie: cittadini siracusani che a quel punto, in assenza di posti, inappropriatamente occupati da ” non aventi la necessità”, possono essere dirottati ovunque in Sicilia o persino oltre lo stretto. Appare inutile evidenziare il notevole spreco economico che si realizza in queste condizioni, sia nella prima che nella seconda fase della procedura appena riportata. Il processo fin qui descritto risulta comunque inefficace, perché il ricovero forzato dalle circostanze (ordine pubblico) e tramutatosi in TSO spesso inappropriato, culmina con la dimissione del paziente dopo un certo periodo di tempo. Il soggetto, infatti, a quel punto, si riappropria del “suo” territorio e ricomincia l’iter come un disco rotto. Nulla è cambiato, in altre parole, a parte la congestione dei servizi ospedalieri psichiatrici.

Un Paese che spende e si spende per gli immigrati extracomunitari che accoglie e tutela, tratta da reietti, degni della contenzione riservata ai folli negli indimenticabili manicomi del pre-Basaglia, i marginali che vivono in strada. Non sarebbe opportuno quantomeno equiparare gli interventi a ricoveri presso centri di accoglienza ove poter socializzare, laddove possibile, queste persone (di questo parliamo) offrendo loro un tetto e un pasto stabile e persino delle cure internistiche o psichiatriche (se necessarie) oltre ad un’assistenza sociale? Non sarebbe dignitoso per una società non imprigionata rendere liberi dalla indigenza e dalla povertà o dall’alcool chi non conosce altro stile e modus vivendi?

Ci si dovrà attrezzare con una task force coordinata si, ma principalmente sarà utile attivare una procedura da stabilire con la Prefettura con la quale un individuo, ancorché barbone, possa fruire di un luogo di ristoro diverso dalla strada e, ammesso che voglia permanerci, di più opportunità prima di prendere decisioni inerenti eventuali misure di polizia, pur considerando che la figura del vagabondo nel nostro codice penale è scomparsa, così come quella dell’ozioso, e che le misure di prevenzione ante delictum possono essere applicate a quei soggetti che è dimostrato essere dediti a commettere reati. In Italia oggi l’art.16 della Costituzione tutela il diritto alla libera circolazione nello Stato e che bivaccare, secondo la prima sezione penale (sentenza n.37787/2010) della Cassazione non sarebbe reato, anche se il Sindaco emettesse un’ordinanza anti-bivacco.

Al di là di queste notazioni si ritiene che la città debba trovare risposte riabilitative semmai e di supporto psico-sociale a persone disagiate, certo, ma non per questo folli o rei”. (Antonio Moscuzza, Assessore alle Politiche Sanitarie).

Tonino Pitarresi