Aggressioni al personale sanitario: un’emergenza sociale

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Maurizio Aricò

 

Palermo – Sembra una escalation inarrestabile quella di sfogare la propria rabbia “presunta che sia” sul personale medico ospedaliero. In questi anni la cronaca riporta un aumento delle aggressioni negli ospedali, alcune gravi, ma nulla è cambiato. Non sono bastate le guardie giurate, evidentemente occorre un intervento più mirato che garantisca la incolumità di chi lavora per salvare gli altri. C’è una sorta di crescente imbarbarimento di coloro che, recandosi negli ospedali, si sentano in diritto di usare la violenza contro presunti atteggiamenti ostili subiti dal personale ospedaliero.Negli anni è prevalsa la cultura dell’imitazione, di quelle azioni che noi giudichiamo aggressive,ostili perchè cozzano contro i valori di solidarietà, di mission ed aiuto che i neo medici esprimono da seguaci etici di Ippocrate. Si è radicata la cultura dell’uso della sopraffazione fisica spinta anche da impunità e dal fatto triste che nulla cambia. Se in un paese, il rispetto delle regole cede il posto all’uso indiscriminato della violenza, si corre il rischio che azioni illegali alimentino comportamenti negativi che verranno imitati. Ed il rischio maggiore riguarda le nuove generazioni che credono che questi siano i modelli vincenti per ottenere ciò che si vuole. Allora gli interventi necessari ed urgenti sono di due tipi:repressivo e pedagogico. Repressivo significa maggiore presenza di personale che deve difendere gli operatori sanitari e pedagogico significa interventi costanti all’interno delle principali agenzie di socializzazione ed educazione di una società:scuola e famiglia, per stroncare sul nascere imitazione di modelli negativi. Sull’argomento sicurezza riportiamo la nota di Maurizio Aricò, Commissario di Villa Sofia Cervello.

Tonino Pitarresi

Apprendiamo con rammarico ma anche con crescente preoccupazione dei ripetuti episodi di aggressione a personale sanitario di diverse Aziende Sanitarie della nostra città tra cui la nostra.

Il fenomeno assume per la crescente frequenza connotati francamente preoccupanti per il personale sanitario che svolge quotidianamente con competenza e dedizione compiti delicati e faticosi con gradi variabili di responsabilità individuale, già gravati dalle fragilità attuali del sistema sanitario regionale, cui pure si sta ponendo progressivamente rimedio.

La Direzione aziendale sente la necessità di esprimere la sua vicinanza a operatori che, oltre che stanchi e impegnati, possono oggi sentirsi addirittura minacciati nella loro integrità fisica.

Questo livello di malessere non può e non deve essere accettato dalla nostra società, ma rappresenta al contrario un tema su cui riflettere con attenzione.

Non dobbiamo commettere l’errore di considerare gli Ospedali fortezze da blindare con presidi di tecnologia crescente e metodi di sorveglianza sempre più sofisticati. Né basta lamentarsi del fatto che la riorganizzazione delle Forze dell’ordine abbia portato con sé la riduzione fino all’abolizione dei posti fissi di Polizia nei nostri Presidi Ospedalieri.

All’opposto riteniamo che l’analisi condivisa nei giorni scorsi anche dall’Assessore della Salute Ruggero Razza ponga il dibattito su un piano assai più appropriato e possibilmente efficace.

L’atteggiamento dell’utenza, che di fatto rappresenta fasce molto ampie della nostra società, è progressivamente degradato da quello che una volta era reverente e grato nei confronti del medico e dell’infermiere, persone carismatiche che in quel momento si dedicavano al tentativo di risolvere un problema di salute percepito come pericoloso o addirittura urgente e che pertanto ci aveva condotti in Ospedale.

Lo scenario oggi racconta di un utente cittadino che ricorre alle cure dei sanitari ospedalieri molto più spesso, quindi nella maggior parte dei casi per problemi di minore rilevanza, che una volta sarebbero stati discussi ed affrontati con il proprio medico di famiglia.

Oggi la nostra società ha portato ad un rapporto completamente diverso con il medico di libera scelta che non è più visto, nella maggior parte dei casi, come l’amico carismatico cui ricorrere per la nostra salute, ma come un funzionario freddo e distante, a volte distratto.

Contemporaneamente si è polverizzata quella rete familiare che una volta sosteneva la maggior parte di noi, fatta di fratelli, cugini, genitori e nonni che vivevano in prossimità e condividevano alternativamente le fragilità dei membri della famiglia.

Oggi non è più lecito morire senza che sia colpa di qualcuno. Non è più lecito ammalarsi senza che qualcuno ci possa spiegare chi è il colpevole di una mancata “diagnosi precoce” o “prevenzione dovuta”.

Oggi non è più accettabile diventare fragili e non più autosufficienti senza che venga richiesto al sistema sanitario, a partire dall’Ospedale, di accogliere e ricoverare un familiare divenuto fragile e purtroppo, in qualche caso, vissuto come “ingombrante”.

L’Ospedale era nell’immaginario collettivo “la casa dell’emergenza”, cui ricorrere in ambulanza o col fazzoletto bianco sbandierato fuori dal finestrino della propria auto, di fronte a un’emergenza-urgenza.

Oggi l’Ospedale è visto come una cattedrale burocratica che “deve” erogare guarigione pronta, cessazione immediata dei sintomi, risoluzione delle invalidità e delle fragilità.

Tutto quanto non soddisfi questa aspettativa viene semplicisticamente etichettato come “mala sanità”. L’uso strumentale fatto troppo spesso dai media di racconti e percorsi di interesse sanitario, induce nel lettore frettoloso un atteggiamento ostile e rivendicativo nei confronti del medico, dell’infermiere, dell’operatore sanitario che in questi momenti stanno cercando di dare una risposta alla nostra richiesta, specialmente quando questa, del tutto inappropriata, intasa i punti di accoglienza rischiando di mimetizzare e nascondere quei pochi “malati veri” che avrebbero bisogno di più calma e dell’intera attenzione dedicata dei sanitari che cercheranno di salvare la loro vita.

Si prosegua pure a puntare il dito contro le Direzioni Generali delle Aziende Sanitarie se questo può servire a soddisfare istinti o addirittura interessi faziosi.

Ma ciascuno di noi stasera, in uno spazio privato, provi a fare l’esercizio di ripensare a questi temi per capire cosa possiamo fare per migliorare la nostra sanità”.

Ph:Maurizio Aricò