Lo zoo della politica, i veri dati della fiducia, il consiglio di Veneziani a Berlusconi

0
369
Matteo Salvini
Luigi Di Maio M5s

Palermo – L’etica iniziale dell’informazione poneva la narrazione del fatto, prima del commento al fatto. C’era una aurea regoletta dell’ordine: chi, cosa, quando, dove, come, perché. Mutuata dalla pubblicistica anglosassone, dove –all’inizio- il fatto era addirittura in caratteri tipografici diversi da quelli usati per il commento. Poi venne l’esigenza, tutta italica, di gridare vittoria in caso di sconfitta, di rianimare le proprie truppe, di lasciare intravedere barbarie e danneggiamenti alla base del proprio perdere. Ed il commento precedette il fatto. Certamente estraneo a questo nuovo profilo, un quotidiano che, legittimamente, si oppone, informa giorno sette giugno, solo a pagina 6, dei risultati della fiducia alla Camera “incassata con 350 si e 236 no”. Senza dire altro. Le prime 5 pagine sono dedicate al commento, alla critica, agli effetti, alle prospettive delle posizioni del nuovo governo. E’ una scelta, ma toglie chiarezza alla completezza dell’informazione. E noi invece dettagliamo i dati, e commentiamo, dopo, con profili non del tutto evidenziati.

Il nuovo governo diretto dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte è composto da 18 ministri. 7 indicati dal Movimento Cinque Stelle, 5 da Lega e 6 tecnici. Ha ottenuto la fiducia il 5 giugno al Senato, con 171 voti: 109 dei Cinque Stelle, 58 della Lega, 2 del Maie (composto da senatori eletti all’estero), due di ex Cinque Stelle. Si sono astenuti 25 senatori, tra essi i 18 di Fratelli d’Italia. Hanno votato contro in 117, provenienti dal Partito Democratico e da Forza Italia. I quattro voti in più ed i 25 astenuti confermano –chiacchere a parte- umori generali non negativi verso il nuovo esecutivo. Alla cui permanenza contribuisce il timore trasversale (in tutti i partiti) di molti neoeletti di andare a nuove elezioni mettendo a rischio il proprio preziosissimo seggio, appena conquistato.

Il giorno successivo, 6 giugno, il governo Conte ha ottenuto la fiducia alla Camera con 350 voti, 4 in più dei previsti. Hanno votato a favore anche Vittorio Sgarbi e 3 deputati eletti all’estero. Si sono astenuti i 35 deputati di Fratelli d’Italia. Hanno votato contro 236 deputati del Partito Democratico, Forza Italia e Liberi e Uguali.

Si apre adesso la partita per i sottosegretari, che dovrebbero essere 20 ai cinquestelle e 15 alla Lega, e dei viceministri, con la previsione di un rapporto di 5 a 3. Da assegnare anche 28 presidenti di commissione.

Vittorie e sconfitte dei leader non coincidono però nella percezione generale con i dati dei partiti. Ha vinto nettamente Di Maio, che ha portato al governo per la prima i volta i grillini, mostrando una grande duttilità politica, che ha rassicurato gli osservatori, e frenando –al momento- dissonanze dei puri e duri Fico e Di Battista. Ha vinto Salvini, che ha dato una base nazionale alla Lega, e che è l’unico descritto in forte crescita nei sondaggi. Salvini ha spostato al proprio sostegno la Meloni, e probabilmente assorbirà gran parte dell’elettorato di Berlusconi, che continua a scendere nei sondaggi.

Ha vinto Conte, sconosciuto sino a pochi giorni addietro, ed adesso accreditato del 46 per cento del gradimento degli italiani, mentre i contrari sono al 29 per cento. Vedremo. Ha vinto Renzi, pur perdendo le elezioni nettamente. Ha affermato il suo ruolo di segretario uscente, ma palesemente rientrante, con un discorso di 70 minuti (75 Conte) al Senato. Mentre alla Camera è stato prevalente per il PD il discorso del renziano Del Rio, che ha contestato a Conte la mancata conoscenza di Piersanti Mattarella. L’onesto reggente Martina al confronto proprio non regge. Leu irrilevante. Sufficienza alla Meloni che forse, assai tempestivamente, ha lasciato sola Forza Italia.

Pensando ad essa appare singolare il consiglio del critico di destra Marcello Veneziani, che infrange clamorosamente un tabù e, sul Giornale di Sicilia del 7 giugno invita Silvio, ormai secondo lui non più capace di intercettare i desideri degli italiani, a nominare un successore e ritirarsi dalla politica.

Giovanni Paterna