Più unico che raro:(possibile antigene contro la depressione da coronavirus)

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Cefalù (Pa) – Il mio carissimo coetaneo Massimo Rogi, personaggio di spicco e di grande pregio nel panorama culturale nazionale ed al quale mi lega una sincera amicizia più che settuagenaria, venendomi recentemente a trovare prima che si effettuasse il blocco degli spostamenti e degli incontri per i noti motivi epidemici (“… pria che l’erbe inaridisse il verno …”) mi ha lasciato un suo scritto un po’ sboccato, concepito a mò di tisana contro i correnti tempi tristi, dichiarandomi che come il Boccaccio, ispirato dalla peste che colpì Firenze del ‘348, partorì il Decamerone, così lui, per niente all’altezza di quel famoso de cuius,, nella presente contingenza patologica, sicuramente per distrarsi e distrarre, ha posto mano a questo suo racconto che io, per personale diletto e per l’altrui ed avutane licenza, qui appresso mi figgo di trascrivere senza nemmeno variarne una sola virgola.

Così esplicita il testo:

 

Mi accadde qualche tempo fa.

Indirizzato da un amico presi appuntamento tramite internet con un medico chirurgo, anestesista, terapista del dolore, operante nella capitale, per una lombosciatalgìa spuntatami dall’oggi al domani senza sapere né come né perché.

Il dolore all’arto inferiore sinistro, simile ad un morso di cane al polpaccio, al sottocoscia ed al gluteo, non mi lasciava requie. Stavo bene solo coricato o seduto. Così, dopo tanti tentennamenti ed analgesici ininfluenti mi decisi e telefonai al numero rilevato.

Parlai con la segretaria, una donna sicuramente giovane a dedurre dal suo tono di voce, e mi venne dato un appuntamento.

All’ora e nel giorno stabiliti presi, dunque, il treno e mi recai nella città ed allo studio medico indicatimi.

C’era poca gente nella sala d’aspetto e, malgrado ciò, l’orario dell’appuntamento venne ampiamente disatteso: talché dovetti attendere una buona mezz’ora prima che venissi introdotto nel sancta sanctorum; ritardo che, oltre a farmi perdere il treno per il ritorno, mi diede alquanto fastidio e per cui mi lamentai con la segretaria adducendo alcuni miei inesistenti impegni che avrei dovuto disdire.

Ella si scusò protestando alcuni casi urgenti imprevisti che avevano occupato il dottore.

Fui, comunque, visitato e, contestualmente, mi venne praticata dal luminare anche la prima dose della terapia antidolorifica: quattro punture profonde nella schiena che circoscrissero l’ernia che era emersa dalla risonanza magnetica da me prodotta, e che, stando alla dottrina di chi mi aveva precedentemente attenzionato, rappresentava la causa prima del fastidioso dolore percepito. La seconda, indiscutibilmente, era l’artrosi.

In buona sostanza, si sa, l’età non perdona. Ed io, ahimé, mi trovavo, e mi trovo, in quella fascia epocale che prelude al tramonto.

Alla fine pagai l’onorario relativo alla seduta nelle mani della predetta segretaria e me ne andai.

Era costei una ragazza a modo, dall’apparente età di vent’anni, dal viso sereno e angelico, virgineo, dal tratto seducente, che si sarebbe potuta benissimo chiamare Beatrice, Sofia, Ludmilla o con qualche altro serafico nome del genere.

Dagli atteggiamenti e dagli accennati sorrisi che le increspavano il volto e dall’apparenza vagamente bovaryana dava l’idea di una vergine immacolata.

Nei giorni successivi non ebbi modo di rilevare alcuna migliorìa nelle mie condizioni fisiche; le sedute terapeutiche che avrei dovuto fare sarebbero state 10, una ogni 7 giorni, e così, facendomi coraggio, ipotizzai che da un solo incontro non potevo aspettarmi granché: rimandai alle successive cure, quindi, la speranza di ottenere qualche tangibile beneficio.

Così trascorsero i primi 7 giorni.

Di 7 giorni in 7 giorni, nella mia ignoranza nel settore, mi chiesi che beneficio avrei potuto trarre da una terapia così distanziata se non quello di alleggerirmi la borsa in favore di quella del medico.

Comunque non stetti molto a pensarci su e, a tempo e a luogo, ritornai una seconda volta all’ambulatorio subendo lo stesso trattamento originario: quattro dolorosette punture e buonanotte al secchio, come si dice.

Questa volta, alla fine e fuori della stanza operativa, nell’atto di acquisire la quietanza dell’esborso, mi venne fatto di lasciare all‘avvenente segretaria-infermiera una mancia di 5 euro, anche per propiziarmi una certa attenzione particolare nelle prossime volte dei nostri professionali incontri.

Per quanto sbirciassi nel mio portafoglio, però, mi trovavo come taglio piccolo soltanto una banconota da 10 euro; e così chiesi alla fanciulla se non avesse i cinque di resto.

Mi rispose candidamente che non li aveva; ed allora io le lasciai tutti i dieci euro ed insistetti, lei ritrosetta, affinché li prendesse. Tentennò nell’accettarli, atteggiamento che mi rese contezza che sicuramente ero l’unico paziente che effettuasse un gesto del genere, sicuramente il più fesso. Ne ricevetti, comunque, cordiali dimostrazioni di gratitudine.

Poi vi ritornai una terza volta, per una terza seduta terapeutica, altri 7 giorni dopo.

Questa volta la fanciulla, ignorando gli altri pazienti in attesa, mi fece entrare subito dal dottore, appena uscito quello che mi aveva preceduto. Si vede bene che i 10 euro avevano sortito un certo effetto.

Così, alla fine, facendomi la fattura e mentre io le rifilavo altri 5 euro relativi al nuovo incontro, somma che avevo precedentemente preparata, mi lanciò delle profonde occhiate espressive che, tuttavia, mi diedero un po’ da pensare.

– … Grazie … – mi disse incamerando il denaro nella borsetta che teneva sul tavolo – … Lei è veramente gentile, mi dispiace, comunque, che si voglia disturbare … –

– No, non c’è di che – l’assicurai  – Non mi disturbo affatto –

– Spero che la cura le faccia effetto – continuò lei, con un atteggiamento partecipe e, allo stesso tempo, cordiale.

– Me lo auguro anch’io –  convenni.

– … Sono parecchi che fanno questa terapia e con buoni risultati … Ah, se il medicinale potesse risolvere tutto! … – aggiunse poi con un sospiro.

– Certo che no. – blaterai saputamente – Ci sono, comunque, molti altri specifici che tentano di far fronte a tanti altri casi –

– Si, è vero … – ammise – … ma non sempre l’effetto in cui si spera si ottiene … Bisogna contentarsi … – ed assunse una cert’aria, molto riflessiva per non dire decisamente triste, che mi apparve nuova sul suo viso –

Ritenni che avesse qualche magagna che la contristava ed avrei voluto aggiungere qualcos’altro; ma la parte del buon samaritano non mi si addice e poi con una tizia, per quanto avvenente, del tutto estranea.

Così me ne andai e la cosa, per quel giorno, finì lì.

Al quarto appuntamento, dopo altri 7 giorni, non constatando alcun miglioramento, chiesi al dottore se fosse il caso di intervenire con altre punture superficiali sottocutanee lungo l’arto, in aggiunta alle quattro, profonde, alla schiena.

Ciò lo chiesi ricordandomi che sette anni prima, per una tremenda brachialgia che m’impegnò per ben 4 mesi, mi salvarono delle infiltrazioni sottocutanee dislocate in tutto l’arto.

Ed il dottore accondiscese; mi promise che nella prossima seduta avrebbe provveduto.

All’uscita dallo studio mi appartai con la segretaria per pagare la visita, per trarne la quietanza e per concertare il quinto appuntamento.

La ragazza mostrava un’espressione ancora più tesa e dubbiosa del solito. Fra noi, con la mancia che le davo di volta in volta, non che si fosse creata un’amicizia, ma una certa confidenza si.

Non so cosa mi spinse a chiederle che avesse; ma lo feci.

-C’è qualcosa che non va? – buttai lì con un sorriso d’occasione.

Mi rispose con un’occhiata profonda. Poi si fece ancora più assorta e mi disse: “… Purtroppo la vita non è sempre rose e fiori … almeno per alcuni … –

-Perché dice questo? – la sondai, curioso – … Qualche grana? –

Fortunatamente non c’era anima viva in sala d’aspetto; l’ultimo paziente era entrato non appena ero uscito io e si trovava nello studio del dottore in terapia.

– … E chi non ne ha ? … – ammise lei.

– Si, questo è vero – … feci paternamente io; e poi, con fare consolatorio, continuai – Ma lei non dovrebbe averne … è così giovane, carina, ha tutta la vita davanti a sé, è all’alba. A vent’anni non si hanno pensieri molesti. Non le pare? –

– Vent’anni!… Magari! … Ne ho compiuti 38 proprio l’altro ieri … –

– Trentotto? Ma vuole scherzare? –

– Si, proprio trentotto, non scherzo affatto … e sono anche sposata … da più di 10 anni … –

– … Non l’avrei mai supposto; dal suo florido aspetto non le avrei dato più degli anni che le ho dato! … Mi creda, ha tutti i numeri per essere felice … Immagino che avrà anche dei figli … –

Lei s’incupì, osservò un certo silenzio; il suo sguardo si perse per un attimo nel vuoto. Poi, recuperando il suo tono abituale, sospirò – … No … nessuno … purtroppo … –

La guardai interrogativamente attendendo una ulteriore battuta che non venne.

Accennò un mesto sorriso nell’attimo in cui mi consegnò la quietanza dell’importo incassato. Poi, come se si risvegliasse da una transitoria battaglia interiore si atteggiò come a voler proseguire il dialogo; ma proprio in quel momento entrò nella sala d’aspetto in cui ci trovavamo una coppia d’una certa età e, all’apparenza, d’un certo lignaggio, e l’ulteriore confidenza che pareva stesse per pronunziare le sfiorì sul labbro.

– Ritornerà il prossimo giorno 21 … – mi comunicò riprendendo il suo solito tono professionale e consegnandomi il pro-memoria per l’appuntamento.

– D’accordo – feci io … – Stia bene … – Salutai ed uscii.

Rimasi tutto il resto della giornata a considerare l’atteggiamento e la supposta reticenza di questa emblematica donna. Poi non ci pensai più e la mia vita tornò normale come di consueto; almeno, sino a quattro giorni prima della quinta programmata seduta dal dottore.

Mentre stavo, infatti, compilando un articolo per il giornale su cui scrivo ed ero immerso nella ricerca di un aggettivo che corrispondesse ad un significato ben preciso con cui volevo connotare un sostantivo, sentii squillare il telefono.

-Si? – feci con noncuranza, un po’ scocciato per essere stato distratto dall’impegno che mi occupava in un suo momento cruciale.

Una voce sconosciuta, ma per certi aspetti con qualche inflessione familiare, fece sì che la mia attenzione si concentrasse.

– … Spero di non averla disturbata … Sono Giovanna … –

– … Giovanna? … Giovanna chi? … –

– Si, mi scusi, pensavo già di essermi presentata lì allo studio … –

– Allo studio? … –

– Si, allo studio del dottore … Sono Giovanna Corsi, la segretaria del medico che le fa le iniezioni … –

Il velo della incertezza mi si squarciò. La riconobbi.

– Ah, è lei … Mi fa piacere sentirla … come sta? –

– Diciamo bene … e lei? …  Le hanno fatto passare i dolori le cure del dottore? –

– Insomma … Un leggerissimo miglioramento c’è, non posso negarlo; ma non è ancora quello che speravo. Certo qualche altra seduta potrà aumentare il beneficio. Ma continuare all’infinito? … Piuttosto, c’è qualche cambiamento nell’appuntamento? Per questo mi telefona? … –

– No, no. Nessun cambiamento … E’ una telefonata personale, questa che le faccio … Le telefono per chiederle un favore, …  se me lo può fare … –

– Dica, dica pure, sono a sua disposizione … –

– … Veda … data la delicatezza dell’argomento che vorrei esporle desidererei poterle parlare di presenza, se possibile … senza essere disturbati …  –

– Allo studio? … –

– No, allo studio no … –

– Da parte mia non c’è problema. Possiamo incontrarci e parlarne quando e dove vuole … –

– … Potremmo … se lei è d’accordo e non ha impegni, vederci domani pomeriggio, verso le quattro … al bar della stazione del suo paese … –

– … Alla stazione? … Alle quattro? … –

– … Si, io verrei appositamente col treno delle tre …  – chiarì lei.

– Per me va bene – confermai – Alle quattro precise al bar della stazione –

– D’accordo, allora. La ringrazio. A domani – concluse lei e riattaccò.

La telefonata mi lasciò perplesso, interdetto, disorientato, in qual certo senso turbato; più che stranito.

Che cosa mai poteva volere da me quella giovane donna con la quale mi conoscevo appena da pochissimo tempo ed esclusivamente per motivi professionali? Da me, che poi, a volerla dire tutta e volendo essere malizioso, non sono più nell’età da interessare l’altro sesso, se di questo si trattava?

Ad un conoscente che tempo fa, chiacchierando, mi chiese quanti anni avessi io risposi muovendo l’indice della mano destra in segno negativo e commentando, sornione, “… l’età in cui gli sguardi femminili non arrivano più …”.

Tornando al fatto, non posso negare che mi lambiccai il cervello per tutto il resto della giornata sino a farmene un chiodo fisso. Non ci conoscevamo affatto, io e la segretaria, non avevamo amici in comune, io non sapevo niente di lei, né lei sapeva qualcosa di me oltre al nome, all’indirizzo ed al numero di telefono, riferimenti personali che avevo dovuto lasciare allo studio in occasione della prima seduta che avevo fatta.

E allora?

Mah! Quello che viene viene, mi dissi.

E così venne l’indomani. Le nove, le dieci, le undici. Il tempo pareva non voler scorrere mai; il pranzo, la breve siesta.

Finalmente le due e mezza. Mi avviai ed in dieci minuti fui lì, nel luogo dell’incontro, non eccessivamente popolato a quell’ora: la stazione.

Il treno arrivò puntuale e lei scese.

Indossava un corto abito elasticizzato che rendeva evidenti tutte le sue forme tutt’altro che disprezzabili. Si era anche truccata in modo sapiente, accentuando sopracciglia, azzurrando le palpebre e mantenendo sciolti i capelli che le ricadevano, fluenti, sulle spalle.

L’avevo vista sempre in camice bianco, allo studio, seria e compassata con i capelli raccolti; e, a vederla ora così trasformata, sinuosa, più attraente, quasi ammiccante, mi fece rimpiangere di non avere più i quarant’anni di prammatica.

Tutto stava, adesso, nel sentire cosa volesse da me.

In un qual certo senso, però, mi ringalluzzii.

Ci salutammo con una stretta di mano ed un sorriso. Poi la seguii nell’interno del bar; scegliemmo un discreto tavolinetto sul fondo e ci sedemmo l’uno di fronte all’altra.

Per fortuna l’ambiente era pressoché deserto; soltanto un cameriere armeggiava al bar, distante da noi, lavando dei bicchieri.

Adesso eravamo giunti al dunque: la donna si trovava di fronte a me col busto ricolmo dei seni che svettavano attraverso la tenue stoffa del vestito. Avrebbero irretito anche un santo.

-Sono tutto suo – le dissi celiando, con un mezzo sorriso sulle labbra – Che posso fare per lei?… –

Chinò leggermente il capo, quasi a voler pesare le parole; poi lo rialzò e mi guardò con una certa decisione. Sembrava aver superato l’imbarazzo dell’impatto e studiò la mia espressione per acclararne la disponibilità.

Aspettai, paziente, comunque, che lei si risolvesse a parlare. E non tardò molto a farlo.

– … Senta … io non so come dirle … ciò che le debbo dire … – cominciò – … E non vorrei che lei mi giudicasse male dopo averglielo detto … Confido nella sua discrezione e nella sua lealtà … –

– Dica, dica pure – la incoraggiai io  – qualsiasi cosa mi dirà resterà fra noi –

– … Come le ho accennato l’altra volta, io sono sposata … da più di dieci anni … E’ stato un matrimonio d’amore, il nostro, ed ancora lo è. Sono felicissima con mio marito … Ci amiamo … –

– Mi fa piacere per lei … – ammisi – E’ raro e bello che una donna, dopo dieci anni di matrimonio, possa dire quello che lei mi ha appena detto. Fortunato suo marito. Non capisco, tuttavia, il perché lei mi dica tutto questo … –

– … Vengo al dunque … – continuò lei, inghiottendo a vuoto – … l’unica cosa che ci rende infelici, me e mio marito, è la mancanza di figli … gliel’ho pure accennato l’altra volta … Poter avere un bambino da amare, da educare, da seguire … sentirci chiamare papà e mamma, sarebbe per noi una gioia infinita … completerebbe il nostro matrimonio … –

– … E allora? … – la sollecitai io.

Osservò una pausa volgendo gli occhi in basso, soppesando l’importanza di ciò che sino ad allora mi aveva confidato.

Sembrava molto provata. Comprendendo il suo particolare stato d’animo io non la distrassi con altre battute ed aspettai pazientemente che continuasse. Dopo alcuni secondi di silenzio lo fece.

– Perché le racconto tutto questo … nemmeno io lo so … –  proseguì. Poi rialzò il capo e mi guardò fisso negli occhi. Sembrava aver perso la iniziale incertezza –

Come spinta da una necessità impellente di liberarsi del peso interiore che la opprimeva e, forse, temendo di non riuscire a dirmi tutto ciò che aveva intenzione di dirmi, si concentrò in un supremo sforzo mentale e parlò tutto d’un fiato.

-… Abbiamo fatto tutti i tentativi possibili per aver figli … ma non ci è riuscito …  Mio marito non può averne … – confessò – … Lo specialista è stato chiaro con noi. Ci ha fatto presente che lui è portatore di una malformazione congenita ai testicoli e che, malgrado le assidue cure a cui lo sottopone e malgrado i nostri costanti ripetuti e soddisfacenti rapporti … soltanto un caso molto improbabile potrebbe portare qualche cambiamento nella sua attuale situazione. Più volte ci ha consigliato di adottare un bambino … –

La guardai con una certa curiosità.

-Ed allora? – la interpellai.

– Allora – continuò lei – ci troviamo ad un punto morto nel quale non sappiamo più cosa decidere-

– Ma è quello che vi consiglierei anch’io – non mi trattenni dal dire col tono più suasivo che potei trovare e desideroso anche di togliermi da una situazione strana, imbarazzante, in cui mi ero venuto ad imbattermi e della quale non prevedevo gli sviluppi – …  Adottate un bambino. A parte l’opera umanitaria che fareste, avreste un figlio. I figli sono di chi li cresce, non di chi li partorisce-

– Lo vorrei fare anch’io – disse lei con un profondo sospiro – … ma … ma è l’adozione che mio marito categoricamente rifiuta … e, forse, in fondo in fondo, la penso così anch’io … Si, è vero, cresceremmo ed educheremmo noi il bambino … ma non sarebbe il nostro bambino, frutto del nostro amore, della nostra intesa … –

– Si, si, capisco – feci io, non sapendo che dire o che fare, né comprendendo dove lei volesse arrivare – Ma, scusi, perché lo dice a me? Perché mi racconta tutto ciò? Come posso aiutarla io, se questo è il problema che mi voleva accennare? –

Lei non rispose. Abbassò di nuovo gli occhi a guardare il pavimento e stette alcuni secondi assorta a valutare, secondo me, se avesse fatto bene a snocciolarmi questo suo problema e se fosse il caso di addentrarsi ancora di più nell’argomento o chiuderlo lì e andarsene.

Alla fine parve decidersi. Con la fermezza che mi aveva mostrato una prima volta rialzò il capo, gli occhi negli occhi, e continuò.

-Mio marito vorrebbe che il bambino lo partorissi io … col seme di un altro … –

La guardai comprensivo, cercando nel suo sguardo una conferma alle parole che aveva proferito.

– … Beh, in questo caso … – mi trovai a dirle – mi sembra una soluzione accettabile … C’è la cosiddetta banca del seme che può fare al caso vostro. L’inseminazione artificiale è un rimedio a cui molte coppie che non possono aver figli, né vogliono adottarli, oggi fanno ricorso … –

– Si, è vero … l’inseminazione artificiale … abbiamo valutato anche questa possibilità … ma la prassi che si avvale del congelamento dello sperma ha dimostrato in alcuni casi, per quanto rarissimi, che l’embrione, proveniente da una particolare fonte, può, in determinate circostanze, non riscontrare nella genetica dell’utero che lo riceve un ambiente confacente al suo sviluppo e la fisicità del neonato potrebbe risultarne compromessa presentando delle anomalìe … –

– … Non so che dirle, a questo proposito – dichiarai – Non sono un medico e non me ne intendo affatto … Non capisco, tuttavia, come io possa aiutarla … non so proprio come consigliarla … –

– Lei … lei potrebbe, invece, trarci d’impaccio … se solo lo volesse, e consentisse … –

Non riuscivo ancora a capire a che cosa tendesse il suo strano argomentare.

– E consentissi … a che?… –

– … Si, se solo lo volesse … –

– Si, ma come? … – tornai a chiederle.

– … Avendo … –

– Avendo?… –

– Avendo un rapporto con me … –

Rimasi senza fiato e senza parole.

– … Avendo un rapporto con lei??!! … –

– Unico e solo! – riprese – Non solo non le costerebbe nulla ed avrebbe la nostra eterna riconoscenza, ma anche per lei sarebbe piacevole, perché credo di avere a posto tutto quanto possa irretire un uomo … –

Aveva finalmente sputato il rospo, mettendo sul piatto quello che, in questi termini, non avrei mai potuto immaginare che mi si potesse proporre.

– Ma si rende conto di quello che mi sta chiedendo?… – esclamai meravigliatissimo – Oh, Intendiamoci, non che lei mi dispiaccia, anzi, ma aderire a ciò che lei mi ha chiesto … tradire mia moglie … –

– Me ne rendo perfettamente conto … – convenne lei – … Avendola conosciuta ho valutato attentamente la possibilità di proporle quello che le ho proposto, ne ho discusso con mio marito ed è stato lui a spingermi a parlargliene, dopo che io gli ho accennato di averla conosciuta ed apprezzata … In tal modo – continuò lei – il bambino per noi non sarebbe completamente estraneo perché sarebbe frutto della mia carne, ma, soprattutto, si eliminerebbe il timore, anche remotissimo, che qualche cosa potesse nuocergli usando il seme congelato della banca. Io mi rendo conto benissimo della inusualità di una richiesta simile, ma la stessa dovrebbe farle capire quanto noi desideriamo avere un figlio, al punto che mio marito accetterebbe che io possa concepirlo con un altro uomo … –

Rimasi alcuni secondi buoni a fissare i mattoni. Poi rialzai il capo e la guardai. Appariva ancora più attraente nell’attesa ansiosa d’una risposta affermativa che aspettava e che pareva decidere della sua vita.

– … E poi, mi scusi … – appena ripresi fiato riuscii ancora ad obiettare – lei lo sa quanti anni ho io? –

– Certo che lo so, L’ho addirittura appuntato nella scheda terapeutica dell’ufficio quando lei è venuto la prima volta. Ma questo non ha importanza. E poi, mi creda, non dimostra affatto l’età che ha … –

– Non ha importanza? E le pare normale, in un caso così anomalo, rivolgersi ad un uomo della mia età anziché ad uno con circa quarant’anni di meno? –

– E’ una domanda che mi aspettavo … – spiegò – In primo luogo mi consenta di essere cinica nel risponderle. La sua età rappresenta per noi una solida garanzia, perché un giovane padre biologico con l’andar del tempo potrebbe, poi, accampare dei diritti di paternità sul bambino, mentre lei, mi perdoni,  … per quanto arzillo appaia e sia non può sfuggire alle leggi di natura … non ne avrebbe il tempo … il futuro, nel suo caso, potrebbe essere limitato o non esistere … Si sono egoista, lo ammetto, lo è anche mio marito con cui ho discusso la cosa … ma è l’evidenza della realtà che è impietosa … E poi, debbo ammettere anche questo … un giovane potrebbe anche innamorarsi di me, potrebbe continuare a desiderarmi e, volendo insistere per vedermi renderebbe impossibile la mia vita e quella della mia famiglia … –

– Più chiara di così! – sbottai, urtato per quell’accenno alla mia consistente età che non mi avrebbe permesso di vivere a lungo e, quindi, di non poter divenire causa di ipotizzabili fastidi.

– … La prego … la prego … non mi dica di no … continuò, pressante, lei – mi rendo perfettamente conto di ciò che le ho chiesto … Se lei accetta avrebbe la nostra eterna gratitudine e … nello stesso tempo … si, sono sfacciata … avrebbe un’occasione, unica e sola però, che la riporterebbe ai suoi  giovanili ardori … La proposta che le ho fatta ha una doppia faccia, salverebbe noi e risulterebbe gradita a lei … –

Tentai un supremo cavillo per cercare di sottrarmi ad una situazione incredibile, stramba e malgrado tutto appetibile, ma dai risvolti forse pericolosi; cavillo che, in fondo, mi dispiaceva mettere in campo perché la situazione cominciava ad irretirmi. Ma dovevo pur mettere le mani avanti per salvare la faccia nel caso in cui la mia fisicità, provata dagli anni, avesse fatto cilecca.

In buona sostanza, paventavo anche quella possibile brutta figura che l’emozione avrebbe potuto giocarmi, se non, addirittura, arrecarmi un danno fisico.

-… Però … – obiettai – debbo, purtroppo, ammesso che io accetti questo vostro originalissimo progetto, avanzare qualche ineludibile problema … Attesa la mia età … potrei anche non farcela … Non crede? … –

Lei sorrise con aria di superiorità.

-In quanto a questo – disse con voluta sicumera – non si crei dei problemi. Sono certa di riuscire a rigenerare i suoi antichi bollori … –

Che dire di più? Che obiettare ancora? Quali altre ragioni avanzare? E poi, rifiutare una torta tanto ben confezionata, occasione unica ed irripetibile nel mio caso, non sarebbe divenuto per me un cruccio insormontabile che avrebbe tarato per sempre i miei futuri ricordi?

E così, fugate le indecisioni, i possibili futuri sensi di colpa e le inerenti dovute perplessità, attratto dalla novità della cosa, irretito dalla prestanza della donna le cui forme sin dal principio della nostra ambulatoriale conoscenza non mi avevano lasciato indifferente, mi misi da solo il cappio al collo e dissi di si.

Mi chiesi solamente come dopo avrei potuto guardare mia moglie che in tutta la mia vita non ho mai tradito.

Stabilimmo una data ed un orario e una domenica di febbraio nella quale il sole splendeva limpido e sereno come se fosse maggio, io con la scusa fornita a mia moglie di andare a visionare un nuovo apparecchio di registrazione magnetica in un centro commerciale in una città vicina e lei, la tentatrice, in pieno accordo col marito, anzi dallo stesso indotta, a quanto mi ripeté, dopo averla aspettata alla stazione raggiungemmo con la mia macchina un alberghetto fuori paese, locale poco frequentato e dove non si facevano molte domande, per dar corso al convenuto incontro.

Lei si era acconciata in modo provocante. Si era data una buona dose di rimmel agli occhi e si era raccolta i capelli con una crocchia che le rigonfiava la nuca. Le labbra, arcuate e rosse, mantenute a bella posta semiaperte in una posa provocante fornivano al suo sembiante un’espressione quasi lasciva di donna dedita ai piaceri del sesso. Indossava un corto vestito aderente, elasticizzato, di colore grigio perla, chiuso da una lunga cerniera laterale, che le modellava i fianchi ben disegnati, fornito d’un’ampia scollatura che metteva in buon risalto i protuberanti seni. Le ben tornite gambe, fasciate da finissime calze di nylon pure di colore grigio, finivano in due scarpette lucide, nere, con tacchi a spillo e con una specie di svolazzo sul davanti. A concludere, un corto giacchetto nero, minuto e civettuolo, le copriva le spalle.

Non so, ma al solo vederla entrare in macchina e sistemarsi sulla poltroncina accanto a me accavallando le gambe, scoperte ulteriormente dal movimento, mi si produsse un certo rimescolio sensoriale che da tempo non avevo più percepito.

Chi avrebbe mai potuto supporre che noi due si stesse andando a peccare? Ma poi, perché, peccare?

Il tragitto sino a destinazione non fu connotato da alcun accenno a ciò che stavamo andando a fare. Parlammo del tempo, della temperatura, dei luoghi circostanti, dei reciproci hobby e di quant’altro.

Un dialogo asettico, insomma, utile a tentare di rompere il ghiaccio; ma tanto pieno di sottaciuta tensione da parte mia. E, se vogliamo dirla tutta, a giudicare anche da qualche piccolo lapsus che costellava il suo eloquio, lapsus emozionale, anche lei doveva subire un certo latente imbarazzo.

Dal suo modo di porsi, di atteggiarsi, di dialogare, intuivo che era la prima volta che, qualunque fosse lo scopo, si apprestava a tradire suo marito; tradimento sicuramente dagli stessi sofferto ma tenacemente voluto.

Così giungemmo, alla location, all’alberghetto, al luogo del peccato, o come lo si voglia intendere, e, esperite le formalità usuali di chi prende una matrimoniale, pervenimmo, ultima ratio, alla fatidica stanza da letto arredata con vago gusto ottocentesco dove si sarebbe dovuto svolgere l’amplesso.

Ci guardammo entrambi con un certo reciproco più evidente impaccio. Poi fu lei, come promotrice dell’evento, la prima a parlare.

– … Come procediamo?… – chiese.

– … Fai tu … – risposi io, passando inconsapevolmente dal “lei” al più confidenziale “tu”. D’altronde la situazione lo prevedeva.

Giovanna si tolse il giacchetto e lo lasciò cadere su una poltrona; poi si sedette sul letto, si tolse le scarpe, appoggiò le terga alla spalliera e rannicchiò le gambe fissandomi con un mezzo sorriso d’occasione sulle labbra.

Stese un braccio verso di me, invitante.

-Vieni … – mi disse.

Cercando di fugare l’emozione che mi divorava (era da tempo che non mi trovavo più a tu per tu con un’estranea per un convegno puramente intimo senza coinvolgimento sentimentale; il periodo giovanile, la terra dei fuochi, era ormai per me un lontanissimo ricordo!) mi tolsi anch’io la giacca, mi slacciai la cravatta deponendola pure da qualche parte e mantenni la camicia.

Avanzai verso il letto.

Me ne sedetti sulla sponda e guardai la donna fissamente ricambiando il suo sguardo.

Lei, tese ancora di più il braccio, mi pose una mano sulla spalla e mi attirò dolcemente a sé, ostentando una sicurezza che, ne ero certo, era ben lungi dal possedere.

Per un attimo le nostre labbra si toccarono, ma senza frenesia, senza trasporto. Si strusciarono e basta. Da parte mia rimanevo come bloccato per andare oltre d’iniziativa: ero troppo cosciente dell’inusuale momento e ciò mi rendeva difficile lasciarmi andare; ed anche in lei notavo qualche intima resistenza. Le mancava quella sfrontatezza necessaria che una donna deve usare per provocare un rapporto.

In buona sostanza eravamo due sconosciuti che, senza esserci scelti reciprocamente per voglia o simpatìa, avevamo qualche difficoltà a decollare.

Mi distaccai.

– Te l’avevo detto … – mi scusai  – … avresti dovuto scegliere uno più giovane di me  … Alla mia età … la cosa … diventa più difficile … spero tu capisca … –

– … Si, si, me ne rendo conto. Anche per me non è facile … credimi … non ho mai tradito mio marito prima d’ora … a parte questo che non è un tradimento vero e proprio … – ribadì come a voler rassicurare se stessa, ultimo tributo ad un pudore negletto – … Siamo stati entrambi d’accordo, te l’ho detto, ed io ti ho scelto a ragion veduta e … –

– Si, si, lo so, me ne hai parlato … – convenni . … e forse per questo mi viene più difficile … Il pensiero di servire ad un progetto … di essere usato … la mancanza del senso dell’illecito … della passione rubata … del conseguente pericolo di essere scoperti … l’assenza di tutto ciò che anima un rapporto clandestino, insomma, mi tarpa le ali … capiscimi … –

– Lo capisco benissimo … ma … ma sono certa che, impegnandoci … la cosa riuscirà … –

– … Ci spero … ma tu … tu dovresti eccitarmi … portarmi alla libidine … Ancora, credimi, non mi sento a mio agio … –

– … Hai ragione … si, hai ragione … fammi ciò che vuoi … la mia volontà è la tua … Vuoi che mi spogli completamente? … –

– No, no, la donna completamente nuda non è sexy … Ci penserò, poi, io piano piano, a farlo … Intanto mi spoglio io … –

Mi tolsi la camicia, la maglietta e rimasi a torso nudo. Lei mi guardava con una certa apprensione. Io, intanto, proseguii: mi tolsi scarpe, pantaloni e calzini. Rimasi con lo slip.

Mi risedetti sulla sponda del letto.

Le tirai giù il chiusino della cerniera laterale e le apersi il vestito. Indossava una sottoveste nera, merlettata, cortissima, trasparente, che le copriva a stento i seni, ben fatti, prominenti, su cui svettavano i rosei capezzoli, lasciati liberi dall’assenza d’un reggipetto.

Avvicinai il mio viso al suo e le scoccai un furtivo bacio al quale ella rispose con una certa malcelata timidezza; poi, però, fu lei a prendere l’iniziativa ed incollò le sue labbra alle mie tralasciando ogni pudore.

Persi completamente la cognizione del tempo e della realtà. Mi trovavo abbracciato ad una naiade che mi si offriva completamente con estremo spirito di sacrificio e, man mano, con piacere sempre più evidente. Pian piano tutti i miei vecchi spiriti si riprendevano e, età o non età, l’invecchiato mio vigore riprendeva possesso di ogni suo obsoleto istinto.

-… Mi spiace dirlo … – ansimò lei, preda pure di una foga crescente – … ma è da tempo che non provo certe sensazioni … Per quanto sia innamorata di mio marito, e lui di me … i nostri rapporti … sono meno coinvolgenti … –

L’avvicinai a me carezzandole i seni.

Cadde come in trance. Articolò dei vaghi suoni indistinti non scevri da singulti e profondi sospiri.

La cosa mi risultò molto eccitante.

Che la contingenza fosse stata determinata da un preciso disegno di lei di avere un figlio e che io fossi stato contattato perché rispondente a determinati requisiti e motivazioni, elementi che a pensarli bene non erano assolutamente elegiaci, per me nel frangente non rivestivano più alcuna importanza.

Mi trovavo in un amplesso, da molto tempo vagheggiato e sperato, che ritemprava sia il mio spirito che le relative membra.

Fugati tutti i miei timori emotivi, adesso mi vedevo padrone della situazione ed il calcolo che aveva spinto me fra le braccia di Giovanna e lei fra le mie, mi apparve del tutto irrisorio. Lei mi si abbandonava come una femmina vogliosa si può abbandonare ad un maschio, come una donna si può abbandonare al suo uomo, come un’innamorata si può abbandonare al suo innamorato, come un’amante si può abbandonare al suo drudo.

Calcolo o non calcolo, il suo pudore era stato soppiantato dal piacere, dal desiderio, dalla libidine, dalla foga del sesso, forse tante volte condizionato e coatto dalla routine e dalla mancanza di fantasìa coniugale.

Lei non mostrava più alcun pudore, il suo appariva un trasporto sincero e voglioso, sicuramente non avendo più cognizione del marito e non pensando più all’agognata gravidanza.

Più tardi restammo adagiati sul letto, l’uno accanto all’altra, con le mani intrecciate come se fossimo due coetanei stracotti dal fuoco del primo amore.

-… Credimi … – mormorai guardando il soffitto, pensoso – … Avevo il timore di deluderti … –

Ero certo, dato come erano andate le cose, dell’encomio che mi avrebbe tributato; ma ero desideroso di sentirglielo dire (narcisismo di uomo stagionato!).

-… Non mi hai per niente delusa … – confermò Giovanna – anzi! Le mie aspettative sono state ampiamente soddisfatte … – parlando  si strinse a me – … Non so che mi prende … malgrado l’età che ci allontana, ti … ti sento mio … ti sento parte di me … come se fossimo stati insieme da sempre … Non so, è un sentimento strano che non avrei pensato mai che potesse insorgere … ti … ti voglio … bene … –

Mi voltai a guardarla; ed ella me. Gli occhi negli occhi. I corpi vicini, struscianti.

– Ti desidero … – le dissi.

– … Anche io … – con voce soffiata mi rispose lei … – Non vorrei dirtelo … ma te lo voglio dire … – continuò sottovoce … –

– Cosa? –

– … Così … non è stato mai con mio marito … – confessò –

Per tutta risposta mi chinai verso di lei e le sfiorai le bocca. Ella schiuse le labbra, vorace, e mi baciò inondandomi del sapore del suo alito.

Poi prese fiato.

– … Mi sono sempre piaciuti gli uomini più grandi di me … – disse – mi hanno sempre istillato un senso di soggiogazione, a me gradito … è qualcosa che mi è difficile descrivere … naturalmente solo nel senso più intimo dei miei pensieri … perché io non ho avuto altri che mio marito … L’ho conosciuto a scuola … e da lì la cosa è andata tanto avanti che alla fine ci siamo anche sposati … Purtroppo la nostra unione, come sai, non è stata allietata dagli sperati frutti … a me piacciono i bambini … E tu hai figliuoli? … –

– … Si … – ammisi con un sorriso.

– E sei felice? –

– Beh, certo … per i miei figli si, ormai sono tutti inseriti nella vita e stanno bene … –

– E con tua moglie? … –

– … Con mia moglie … ho la felicità che oggi si può avere dopo tanti anni di matrimonio … –

– … Capisco … Ma quanti anni? –

– Parecchi –

– Si, ma quanti? –

-Oltre cinquanta … –

Rimase come assorta a considerare quello che le avevo detto.

– … Ed oggi tu sei qui … con me … e la tradisci … – commentò soprapensiero.

– No, non credo che questo possa definirsi tradimento… – precisai con convinzione – Dopo tanti anni assieme … si vive d’affetto, non d’amore … Il tempo dell’amore, della passione frenetica è passato … ormai è un lontano ricordo … e non ti nascondo che qualche variante … estranea …  che possa intervenire … non cercata ma a caso …  solidifica l’affetto, non lo disperde … –

– … Ci ridurremo pure così, io e mio marito, col tempo? … – si turbò lei.

– E’ possibile … Questa sorte credo sia comune a tutti … –

– Restano i figli, comunque, che purtroppo non ho, a cui attaccarsi, a cui voler bene … credo che sia il vero scopo del matrimonio … –

– E quello che abbiamo fatto qui, poco fa, è la cosa migliore per averli, Giovanna … Presto mi dirai: sono incinta. E di tutto questo nostro rapporto non resterà nemmeno la memoria … –

– Ma io ti voglio ancora – protestò lei con una certa veemenza – … fra noi non può finire così, in una stanza da letto di un anonimo hotel e basta … –

-… Ma, gli accordi … mi pare … –

– Gli accordi, gli accordi … Si, è vero, così si era stabilito … ma tu hai smosso qualcosa dentro di me … qualcosa che prima io non pensavo affatto di poter provare … –

– Giovanna, sarebbe assurdo che noi continuassimo un rapporto che si basa esclusivamente su presupposti così inconsistenti. Per quanto tu mi piaccia e non mi sia indifferente … il nostro è sempre un contratto, chiamiamolo così. Continuare a vederci sarebbe una pazzìa, uno sbaglio considerevole, qualcosa di impensabile di cui sicuramente ci pentiremmo … –

– … Non so … mi sento frastornata … non sono capace di ragionare, ora … può essere che domani sarò di diverso avviso e vedrò le cose in diversa maniera … ma adesso non mi va di pensare che tutto possa definitivamente finire fra noi … –

– Andrà certamente così … è la vita … – la consolai – … tornerai a casa, riferirai a tuo marito che ti sei sacrificata e che la cosa è andata bene … e dimenticherai tutto quanto c’è stato fra noi. Ti resterà la gioia di avere un figlio … Tutto qui … –

Giovanna mi lanciò uno sguardo amareggiato.

– Non mi sono affatto sacrificata. Questo voglio che tu lo sappia. Si, al principio ero un po’ titubante, quantunque la decisione presa con mio marito, una volta presa, non ammetteva ripensamenti. Vuoi che te lo dica? Telo dico: il nostro era un matrimonio che stava per naufragare, malgrado l’intenso amore reciproco che nutriamo l’una per l’altro. La mancanza di figli ci ha quasi portati alla separazione … pensa un po’ … Ora tutto può essere diverso … ma mai e poi mai avrei potuto supporre che il congegno che tanto io e mio marito abbiamo elaborato potesse dimostrarsi una rete fatale in cui io mi sto trovando invischiata … –

– Eppure il nostro incontro deve concludersi qui, Giovanna … La mia età, i miei impegni con la famiglia, gli affetti ormai consolidati … Giovanna, non sono più in grado di fare dei colpi di testa … mi piacerebbe farli, eccome se mi piacerebbe … credimi, tu non mi sei per niente indifferente … ma debbo farmi forza, la stessa forza che tu devi fare a te stessa e … e rientrare all’ovile, come si dice … Col tempo ci accorgeremo di aver imboccato la strada giusta … –

Passò del tempo.

Io andai altre due volte allo studio del medico per la terapia, vidi lei all’entrata ed all’uscita ed entrambi ci dimostrammo sereni come se nulla fosse intervenuto a variare i nostri rapporti.

Con voluto distacco la salutavo quando entravo nell’anticamera dello studio e quando ne uscivo e lei, del pari, rispondeva sempre con riservata gentilezza professionale.

Poi la terapia si concluse e non ci si vide più.

A farmi dimenticare del tutto l’occorsa vicenda si interpose la ferale pandemia, immane, che sovrastò l’intero pianeta nell’inverno degli anni ’20.

Problemi logistici, restrizioni, impedimenti economici, insomma un tutto vessante, pericoloso e preoccupante, che indusse paure concrete e generali allarmi.

Il che costrinse tutti a rimanere coatti in casa permettendo solo di andare a far la spesa, periodicamente e non giornalmente, di andare in farmacia e quell’altre uscite determinate da estrema necessità.

Il tutto, ovviamente per cercare di contenere i contagi che divamparono nel mondo e si allargarono a macchia d’olio.

Quando la scienza riuscì a vincere, dopo settimane di speranze e d’insuccessi, questo morbo letale che devastò l’orbe terraqueo in maniera più virulenta delle precedenti pandemie che hanno costellato la storia, una sera, mentre mi trovavo a casa a rileggere “I Vicerè” di De Roberto, squillò il telefono.

Presi il ricevitore che si trovava sul mio tavolo e mi disposi a rispondere.

-Pronto … – pronunziai.

Una gradevole voce femminile, per alcuni versi a tratti conosciuta, risuonò nell’auricolare.

-… Ti ricordi di me? … – disse.

– … Ma … –  un lampo mi illuminò il cervello – … Giovanna? … – incredulo tentai.

– Proprio io, Giovanna … – mi confermò la voce – Lo vedi che non mi hai dimenticata? … –

Rimasi senza parole. Lei assorbì il mio imbarazzo e continuò.

– Sorpreso? … – chiese, curiosa – Questa telefonata te la dovevo … –

– Me la dovevi? … –

– Non credi che te la dovessi? … –

– Tu non mi dovevi niente, ma, comunque sono lieto di sentirti … –

– Come stai? …  – s’informò lei, gentile.

– Bene … bene … La bufera è passata … fortunatamente senza danni per me e la mia famiglia … e tu?… –

– Anche per me … per noi … Lo sai che da appena due mesi sono madre di un bel bambino? … – dal tono ridente della voce la percepii raggiante all’altro capo del filo.

– Ma no! – esclamai contento per lei anch’io – Mi fa piacere … molto piacere … –

– E lo sai come lo abbiamo chiamato? –

– No. Come faccio a saperlo? –

– Come te l’abbiamo chiamato … Massimo … Ti fa piacere? … –

Rimasi alcuni istanti in silenzio senza sapere che dire.

– A mio marito – continuò lei, conscia della mia sorpresa – ho detto di aver scelto un nome a caso … ma io, se fosse nato maschio, com’è nato, sapevo benissimo sin da quando ci siamo lasciati che gli avrei dato il tuo nome … –

– Non so che dire … – balbettai – … certo … che mi fa piacere … –

La sentivo raggiante; e per quanto il concepimento fosse stato preordinato, un certo non so che mi turbava. C’era un bambino che aveva reso felice una coppia.

– La mia vita si è completamente trasformata … – continuò lei – Adesso il mio matrimonio ha uno scopo … –

– … Che vuoi che ti dica – ammisi – sono contento per te, per voi …  il vostro rapporto adesso è completo ed il collante, che tu temevi che stesse per disintegrarsi, si è rinsaldato … Sono lieto di aver contribuito alla vostra felicità … –

-Si, ma io voglio rivederti per ringraziarti di presenza … non mi basta sentirti al telefono … –

Qualcosa mi sconvolse l’animo.

– … Apprezzo la tua gentilezza … – protestai – … ma non è affatto il caso di rivederci … non è opportuno … e potrebbe complicare le cose … –

– Non credo che si possa complicare un bel niente … Desidero vederti  e basta … Due vecchi amici che s’incontrano dopo più d’un anno che non si vedono … tutto qui … Che c’è di male?  … –

Così, vinte le mie resistenze un po’ ipocrite, perché in fin dei conti anche a me nell’intimo non mi sarebbe dispiaciuto rivederla, c’incontrammo.

L’andai a rilevare alla stazione, in macchina.

Scese dal treno e, scortomi, venne verso di me sorridente. La maternità l’aveva trasformata. Il seno, più turgido, svettava nel corpetto rigonfio, i fianchi più modellati sovrastavano due cosce tornite e sensuali, le labbra si erano leggermente ingrossate e, prominenti, alludevano metaforicamente al bacio; gli occhi bistrati rilucevano d’un guizzo malizioso che poche donne sanno giostrare. I castani capelli, sciolti, le ricadevano sulle spalle ed ondulavano ad ogni suo movimento. Portava una gonna stretta che le scendeva sino ai malleoli ed una camicetta bianca abbottonata sul davanti. Non indossava il giacchetto perché la stagione per indossarlo era andata via.

Insomma, checché si potesse dire, si presentava più sexy di quando l’avevo conosciuta ed avevo apprezzato le sue grazie.

Mi baciò sulle guance e poi, per toglierci dalla ribalta, le ribalte sono sempre pericolose, la pilotai sino alla macchina posteggiata ad un dipresso e, entrati nell’abitacolo, mi diressi fuori paese là dove la campagna alberata si rendeva signora del sito.

Ci fermammo su uno spiazzo erboso, contiguo alla strada, ma da questa separato da una curva ad “U”, sovrastato da frondose annose querce. Non scendemmo dalla vettura.

– Siete felici, adesso? – esordii io.

– Più che felici – si protestò Giovanna, ridente – Siamo entusiasti. Abbiamo coronato il sogno della nostra vita dopo dieci anni di infruttuosi tentativi durante i quali gli insuccessi hanno di gran lunga superato le speranze. Ed ora, grazie a te, abbiamo dimenticate tutte le nostre ambasce. Grazie, Massimo, grazie … non so come poterti ricambiare … –

Il suo sguardo luminoso mi determinò una certa curiosità; rimasi come in attesa di un segnale.

– Cosa mi vuoi mai ricambiare … – le dissi – Già mi hai gratificato abbastanza … Non ti pare? … –

– … Si … ma io non ti ho dimenticato … Non era previsto … è vero … ma è successo e io non so proprio che farci … –

– Giovanna, non mi hai dimenticato … lo so, neanche io ti ho dimenticata … ma il nostro precedente incontro è avvenuto, ti ripeto, con degli accordi ben precisi … che dobbiamo rispettare … Tu, adesso, non puoi sconvolgermi la vita … quella che mi resta … e non ci vuol niente per farmi crollare … Tu sai perfettamente cosa rappresenti per me … ma … –

– … Ti prego … – mi bloccò – non dire più niente … niente … – e repentinamente torse il busto verso di me e mi baciò sulle labbra, senza staccarsi.

L’azione mi disorientò ulteriormente. Sorpreso, avrei voluto sfuggirle. Ma non ci riuscii. La mia volontà si era bloccata e soggiacqui al gustoso sapore del suo alito. L’abbracciai, la strinsi a me e mi parve di ritornare ai quarant’anni.

Lei abbandonò il capo sulle mie ginocchia costringendomi a chinarmi. La posizione risultò scomoda, molto scomoda; così azionai le relative manopole e feci abbassare gli schienali delle due poltroncine ottenendo un possibile giaciglio sul quale ci lasciammo andare.

Lei volse il capo verso di me e mi guardò intensamente; poi si torse e mi baciò di nuovo.

-… Prendimi … – mi fiatò sulla bocca … prendimi … non farmi più aspettare … -.

Quando la riaccompagnai alla stazione il tempo si era incupito preludendo ad un possibile acquazzone.

Non parlammo durante il tragitto, ognuno di noi rimase immerso nei propri pensieri; ma dal finestrino del treno in partenza, stringendomi la mano in segno di saluto, me sul marciapiedi, mi disse sottovoce: “Ti voglio ancora … e tu? … –

Non le risposi. Sorridendo, agitai soltanto la mano in segno di saluto.

Il treno, intanto, si era allontanato.

Fu qui che voltandomi sulla pedana della stazione per ritornarmene a casa inciampai col piede in qualche piastrella sconnessa e caddi (“… come uomo morto cade …”) facendomi male ad un braccio.

E così mi svegliai, di soprassalto e mi ritrovai in pigiama, a terra accanto al mio letto, nella mia stanza, dolorante per la caduta dal giaciglio e frastornato per aver vissuto nel sogno una vita non mia … “

Sic et simpliciter.

Avendolo qui trascritto, questo testo, credo di aver fatto cosa gradita all’autore, Massimo Rogi, che, ritornato in America da dove proveniva, sicuramente lo avrà letto o lo leggerà ed apprezzerà di più l’amico siciliano con cui per settant’anni è stato in corrispondenza.

Giuseppe Maggiore