XVIII Anniversario Ordinazione Episcopale. Festa di San Tommaso Apostolo – Cattedrale di Monreale. Ordinazione Diaconale

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Monreale – Omelia di Mons. Michele Pennisi. XVIII Anniversario Ordinazione Episcopale. Festa di San Tommaso Apostolo – Cattedrale di Monreale. Ordinazione Diaconale

Monreale (Pa) Il Duomo


Monreale 3 luglio

«Carissimi confratelli nel presbiterato e nel diaconato, Gentili Autorità civili e militari, carissimi fratelli e sorelle,

Oggi voglio ringraziare con voi il Signore in occasione del diciottesimo anniversario della mia ordinazione episcopale per aver donato alla nostra chiesa il nuovo diacono Natale Centineo.

A questo ringraziamento partecipano i suoi familiari, la Gi.Fra. e l’Ordine Francescano Secolare, la Facoltà teologica san Giovanni Evangelista, il Seminario diocesano, le parrocchie della beata Pina Suriano in san Rocco di Capaci, del Sacro Cuore di Carini e di Santa Maria Nuova di Monreale.

Essere vescovo, essere sacerdote, essere diacono significa pensare, ed agire a partire da Cristo ed essere a servizio degli uomini, affinché essi trovino la via che conduce alla vita eterna. Gesù Cristo si serve dei suoi ministri ordinati (Vescovo, presbiteri, diaconi) perché tutto il popolo di Dio possa attuare la sua missione profetica, sacerdotale e regale. Il vescovo, che oltre alla pianeta indossa la dalmatica, è chiamato ad essere segno di Cristo Capo e servo, Pastore e Sposo della Chiesa, per radunare nell’unità i figli di Dio dispersi.

Il conferimento del diaconato a Natale è un dono di grazia del Signore, un evento che risponde alla fede di una comunità che vede nel servizio una sua dimensione fondamentale. Una Chiesa che serve – “la chiesa del grembiule”, come diceva il  servo di Dio Don Tonino Bello – accoglie il diaconato come dono di grazia ed immagine del suo essere in missione.

Il diaconato mette in evidenza un aspetto della spiritualità cristiana che deve essere una spiritualità diaconale, improntata a un atteggiamento di servizio verso il popolo di Dio. Il servizio è una categoria fondamentale del cristianesimo, che si comprende a partire da Cristo che si è presentato come il Servo di Dio venuto a portare su di sé i nostri peccati e come il Buon Pastore che dona la vita per le sue pecore. I diaconi, configurati a Gesù Cristo Servo, hanno come compito specifico quello di ricordare agli altri cristiani l’importanza del rispettivo servizio.

Il diaconato è il ministero che collega il servizio alla Parola di Dio, all’altare e alla comunità eucaristica, al ministero della carità, nella ricerca del volto di Gesù Cristo nascosto e rivelato in ogni sofferenza e miseria dell’essere umano.

Non è ammissibile una Chiesa che si attende dal diacono solo il decoro delle sue liturgie e che limita il suo spazio operativo alle esigenze pastorali ‘interne’, non interessata al suo specifico servizio in risposta ai problemi concreti di chi soffre a causa della malattia, della solitudine, della precarietà materiale.

Come risposta a questo dono un diacono aspirante al presbiterato è chiamato alla scelta libera del celibato come segno dell’amore con un cuore indiviso a Gesù Cristo e della carità pastorale, per essere più liberi di dedicarsi al servizio di Dio e dei fratelli.

Un diacono è chiamato a essere fondato e radicato nella fede e a vivere nella comunione ecclesiale attraverso la dedicazione ad una Chiesa particolare.

Nel brano della Lettera agli Efesini che abbiamo ascoltato San Paolo ci dice che nella Chiesa come famiglia di Dio tutti hanno diritto di cittadinanza. La Chiesa, in certo senso, contiene in sé i caratteri dell’intimità della famiglia e della apertura ai problemi della società. Il Capo della Chiesa è Cristo; in essa sono riuniti i figli di Dio, che vivono stretti nell’amore fraterno. La grazia, la fede, la speranza, la carità e l’azione dello Spirito Santo sono realtà invisibili che stabiliscono legami fra tutti i membri della Chiesa. Nel medesimo tempo la Chiesa è anche una realtà visibile: una società governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comu­nione con lui, organizzata secondo leggi divine ed ecclesiastiche che obbligano in coscienza, soprattutto chi si è impegnato con un solenne giuramento.

La Chiesa è tempio di Dio, di cui Gesù è la pietra angolare e di cui tutti i battezzati, edificati sul fondamento degli apostoli e dei pro­feti”, sono le pietre vive nella misura in cui a Lui aderiscono e in Lui crescono, fino alla “pie­nezza di Cristo”. Ogni cristiano, pietra vivente di questo tempio di Dio, deve restare unito alla salda roccia che è Cristo, collaborando al compito della propria edificazione interiore e alla crescita della comunità ecclesiale.

Il fatto che oggi celebriamo la festa di san Tommaso apostolo mi sembra molto significativo: è l’occasione per riaffermare la nostra appartenenza alla Chiesa una santa, cattolica ed apostolica e la comunione con tutto il collegio dei vescovi, successori degli apostoli.

Nel Vangelo, Giovanni, ci presenta l’apostolo Tommaso che di fronte all’evento della risurrezione del Signore vuol vedere con i suoi occhi e toccare con le sue mani; egli non crederà finché non abbia visto il segno dei chiodi nelle mani di Gesù e messo il dito al posto dei chiodi e la mano nella ferita del costato. Tommaso ha attinto la sua fede nella contemplazione di Gesù risorto con i segni della passione: nella sua incredulità è stato condotto alla fede dalla ferita del cuore di Gesù, che testimonia l’identità fra il Crocifisso e il Risorto.

Per la nostra adesione di fede a Gesù Cristo, che si rivela a Tommaso come Via, Verità e Vita, è importante l’esperienza dell’apostolo assenteista e titubante che percorre il cammino dall’incredulità all’estasi che gli fa esclamare: “Mio Signore e mio Dio!” San Gregorio Magno scrive che “quel discepolo mentre nel suo maestro toccava le ferite del corpo, guariva in noi le ferite dell’incredulità” (Omelie sui Vangeli. Om.26,7-9; PL 761201).

Nella sua replica alle parole di Tommaso, Gesù volge lo sguardo a noi futuri discepoli che non ci troviamo nelle condizioni dell’apostolo, perché non abbiamo la possibilità di vedere fisicamente il Risorto: i futuri discepoli che crederanno senza aver visto sono proclamati beati (v. 29). Noi siamo beati perché abbiamo creduto a Gesù Cristo che non abbiamo visto con i nostri occhi, che non abbiamo toccato con le nostre mani, ma con il quale ci sentiamo in una comunione reale perché ci fidiamo della testimonianza apostolica e perché nella realtà mistica dell’eucaristia e degli altri sacramenti facciamo esperienza della sua presenza venendo a contatto con le sue piaghe gloriose, immagine inebriante dell’amore di Dio che ci raggiunge in Cristo Crocifisso e risorto.

L’anniversario della mia consacrazione episcopale, nella festa dell’Apostolo Tommaso, è stata una occasione per tutta la nostra comunità diocesana per celebrare un importante momento vocazionale e ministeriale con una ordinazione diaconale.

La priorità di una Chiesa missionaria a servizio della diffusione del regno di Dio è avvicinare i lontani, cercare gli assenti, consigliare i dubbiosi, incontrare chi non ha mai ricevuto il messaggio del Vangelo o l’ha ricevuto male. Evangelizzare significa sviluppare nelle persone la capacità di pensare a partire dalla fede, di intessere relazioni positive improntate alla carità.

Caro Natale,

non è un caso che vieni ordinato diacono nella festa di san Tommaso. Ti devi preoccupare di chi non c’è nel cenacolo delle nostre parrocchie, dei nostri gruppi e di chi a causa della pandemia non partecipa più alla celebrazione eucaristica perché pensa che si sufficiente assistervi attraverso la televisione. Sei chiamato a cercare i tanti Tommaso e ad aiutare la loro poca fede. Tommaso non vuole sentire parole, vuole vedere e toccare, cioè vuol fare l’esperienza di un contatto fisico con il corpo risorto di Gesù. Le persone si aspettano non discorsi dotti ma una testimonianza di vita conforme al vangelo, come quella di San Francesco d’Assisi.

Come diacono sei chiamato a fare incontrare le persone con Gesù Cristo Risorto presente nella Chiesa, tessendo una rete di relazioni di amore, compassione, attenzione, cura, evangelizzazione che parte dall’altare e arriva nelle case e sulle strade.

AffidandoTi l’impegno della Liturgia delle Ore la Chiesa conta su di Te come intercessore pubblico. Le tue labbra oggi sono consacrate, cioè “messe a parte” per servire le “fragranti parole del Vangelo” – come diceva il diacono Francesco di Assisi. Nella Liturgia delle Ore prega con chi prega, prega per chi non sa pregare, prega per chi non vuole pregare e per coloro per i quali nessuno prega.

La Parola di Dio, la preghiera, il costante contatto con l’Eucaristia, il servizio alla Chiesa e agli ultimi siano i pilastri della tua vita.

Tu come diacono dei misteri di Gesù Cristo e della Chiesa di Dio sei chiamato a favorire la comunione ecclesiale, evitando mormorazioni (cfr. Fil.214) e favorendo la stima reciproca.

Col diaconato sarai inserito nel servizio di questa diocesi: col Vescovo vivrai un rapporto di fraternità nell’obbedienza e nel rispetto. Ai presbiteri e ai diaconi, come a fratelli nel ministero, riserverai sentimenti di condivisione e di collaborazione. Ai fedeli assicurerai piena disponibilità in un servizio incondizionato e gratuito, senza orari e programmi prefissati e senza limitazioni.

Ringrazio tutte le persone presenti a questa celebrazione e vi invito a pregare, perché io possa continuare ad esercitare il mio ministero episcopale con la carità pastorale di Cristo Buon Pastore, mite ed umile di cuore, perché il nuovo diacono possa essere sempre a servizio di Dio e della Chiesa e perché molti giovani possano rispondere con generosità alla chiamata ai vari ministeri nella Chiesa di Dio».  (Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale)

longo@gdmed.it

Giuseppe Longo