“Cinema e dintorni” (apologia del cinema indipendente. Dissertazione pro cinefili e perché no? Anche pro operatori turistici!)

Cefalù (Pa) – Sin dalla prima metà del secolo scorso la Sicilia è stata sempre ambita dall’industria cinematografica nazionale, soprattutto quando ancora c’era solo “Cinecittà” come prestigioso centro operativo di grande richiamo per gli addetti ai lavori.

Negli anni ’50 si ipotizzò, addirittura, che l’isola sarebbe potuta diventare un secondo polo cinematografico collaterale a quello di Roma, finalizzato, soprattutto, alla confezione di films western del tipo di quelli americani.

Di fatto, tuttavia, il progetto rimase allo stato embrionale, larvale, senza mai concretizzarsi in una vera e propria industria stabile, con mezzi propri disponibili in loco in attesa di utilizzo da parte degli operatori del settore.

E ciò, quantunque molte produzioni cinematografiche, con tutt’altre tematiche seppure ironicamente pertinenti all’humus caratteriale siciliano, abbiano trovato la loro panacea nella nostra Regione portando da fuori tutte le attrezzature necessarie per la realizzazione del film.

Si pensi, ad esempio, a films del calibro di “In nome della legge”, di “Il cammino della speranza”, di “Gelosia”, di “Sedotta e abbandonata”, di “Divorzio all’italiana” di Germi e poi di “La terra trema” e di “Il gattopardo” di Visconti e di “Il bell’Antonio” di Bolognini e di “Salvatore Giuliano” di Rosi e di “A ciascuno il suo” di Petri” e, non ultimi, di “Nuovo cinema Paradiso”, di “L’uomo delle stelle”, di “Malena” e di “Baaria” di Tornatore, tanto per citarne i più importanti.

Solo nel territorio di Cefalù sono stati realizzati, se non in tutto almeno in parte, ben altri nove films di media importanza ed alcuni di essi di produzione straniera.

Il fenomeno cinematografico siciliano trova la sua ragion d’essere nel fatto che il clima dell’isola, temperato, con lunghe giornate di sole come in California dove Hollywood a pieno titolo rappresenta la capitale del cinema americano, la naturale pittoresca scenografia dei luoghi (ampi pianori ondulati, picchi scoscesi, altopiani, laghi, fiumi e torrenti, boschi, verdi vallate e monti rocciosi) e la disponibilità della gente non ancora del tutto svezzata dall’industria cinematografica propriamente detta facilitano indiscutibilmente il lavoro realizzativo di una troupe, favorendo il risultato qualitativo del prodotto e flettendo, contemporaneamente, i costi di produzione.

Tuttavia nella nostra isola manca una vera e propria cultura produttiva in tale branca, pur essendoci i capitali raccolti nelle banche col piccolo risparmio individuale; prediligendo, in sostanza, i nostri risparmiatori, un interesse modesto ma certo ad uno maggiore filtrato dai rischi che inevitabilmente comporta un investimento nel campo della produzione filmica.

Così facendo, però, ci si è precluso un fertile campo che sarebbe potuto diventare una benefica manna per la nostra dissestata economia tribolata da secoli.

A differenza di quanto avviene, invece, nel centro—nord dello stivale, ambiente carismatico dell’industria cinematografica nazionale dove c’è la predisposizione al settore perché lustri di abitudine ve l’hanno forgiata. E, ove manchino i capitali da investire, si fa costantemente ricorso al credito bancario (La Banca Nazionale del Lavoro insegna!).

Tutto ciò, naturalmente, in ordine alla poderosa macchina industriale.

Collateralmente, il cinema indipendente, isolano in ispecie, atteso il contenuto budget previsto per la realizzazione di un film rispetto a quello professionale, è stato, si, presente, seppure a livello squisitamente amatoriale, ma ha vegetato e non ha potuto affermare tangibilmente la propria importanza imponendosi e conquistando un suo proprio spazio e, quindi, un suo proprio mercato.

Perché, fa d’uopo ricordarlo, il cinema indipendente di quarant’anni fa, soprattutto, doveva, nelle lavorazioni, seguire necessariamente l’iter operativo del suo fratello maggiore, quello industriale, avvalendosi, seppure a scartamento ridotto, delle costose lavorazioni tradizionali dell’epoca, non essendo ancora disponibile sul mercato la telecamera con il sistema di ripresa in “VHS”, in Video 8 Hi, in “Betacam” e men che meno in “digitale” di recente commercializzazione; attrezzature che hanno ragionevolmente ridimensionato le spese in tale settore.

Senza contare, inoltre, che allora, per “girare”, erano necessari non meno di ventimila lumen di luce, mentre con i mezzi moderni basta l’illuminazione ambientale, sia di giorno che di notte: il gruppo elettrogeno viene soltanto impiegato per creare un effetto scenico. Solo per questo.

Oggi che a pieno titolo, infatti, il “digitale” non la cede alla “croce di malta” o alla “griffa” (sistemi meccanici standardizzati che fanno avanzare a scatti la pellicola sia nella Mdp che nel proiettore, per chi non lo sappia) le cose sono totalmente cambiate per gli Indipendenti.

Con l’affermarsi prepotentemente del mezzo elettronico, dunque, e, in relazione, abbattuti sensibilmente i costi di produzione con un rapporto da 100 a 10 rispetto a quando veniva impiegata la pellicola, si è alzato il sipario su una realtà culturale prima quasi del tutto obsoleta e adesso, fortunatamente, non più arginabile.

E’ indubbio, pertanto, che far cinema, oggi, per il “cineamatore della domenica”, per il “videomaker” impegnato e per il regista indipendente, sia senz’altro più facile e conveniente di quanto non lo fosse prima.

A parte la maggiore possibilità di accesso ad attrezzature per quanto non totalmente professionali pur sempre agevoli e sofisticate, datine i costi accessibili e a parte la relativa facilità della ripresa con la telecamera che consente la contemporanea registrazione dell’immagine e del suono senza il ricorso ad operazioni particolari e la possibilità di poter visionare immediatamente il “girato”, una miriade di concorsi e di festivals provinciali, regionali, nazionali ed internazionali ha aperto alle masse le porte di un palcoscenico prestigioso, seppure esclusivamente elettivo da un punto di vista squisitamente economico, laureando parecchi autori che hanno realizzato le loro opere ricorrendo ai soli mezzi della propria fantasia e del proprio limitato portafoglio.

Da qui, il rivelarsi di numerosi talenti Indipendenti, giovani e non più tali, che, con l’apporto di singolari personalissime tecniche impiegate nella economia del racconto filmico, competono artisticamente con un cinema industriale spesso stanco, la cui crisi è determinata, soprattutto e tranne che in sporadici casi, da un’assoluta mancanza di fantasia, di motivazioni e di tematiche.

Ciò in quanto l’autore indipendente non ha motivo di sottostare alle esigenze della “cassetta” (perché un mercato economico vero e proprio nel settore, come s’è accennato, non c’è), ma confeziona la sua opera esclusivamente tendendo alla esternazione della propria poetica filtrata attraverso il gusto e la sensibilità della propria personalità e della propria cultura.

Un modo genuino, quindi, fresco, innovativo, di palesarsi e di proporsi.

In fondo, come s’è detto altrove, l’”autore” è in ognuno di noi. Infatti, noi tutti facciamo qualcosa, a vari livelli, per esprimere noi stessi, per affermare la nostra personalità; e nella misura in cui ci riusciamo, nella misura in cui gli altri recepiscono ciò che siamo riusciti ad esprimere, in qualsiasi modo e con qualsiasi tecnica, si parla di opera artistica.

E così la settima arte si sostanzia anche col privato.

Eppure, per quanto per l’autore indipendente, che realizza il suo film, il problema del costo di produzione non sia più quello insormontabile di una volta (quando, cioè, si doveva girare con la pellicola), tuttavia esiste sempre; infatti il grado di rifinitura del lavoro è proporzionale al budget impegnato.

Dal che ne viene che una produzione indipendente, quasi sempre economicamente non florida, potrà constatare nell’opera ultimata quelle possibili lacune calligrafiche (imprecisa definizione dell’immagine, sonoro pressoché sporco, scene senza l’utilizzo di gru, di dolly o di carrello o di steadycam) che una maggiore disponibilità economica, permettendo il conseguente ricorso a mezzi più sofisticati e a laboratori di postproduzione attrezzati, avrebbe potuto evitare.

Teniamo presente, anche, che il sonoro comunemente registrato in “presa diretta” non può essere totalmente emendato da tutti quei rumori estranei, che, girando in istrada, vengono facilmente captati dal microfono.

Da qui la necessità di reperire degli sponsor che diano una mano a quanti indulgono nel settore non per conseguire un guadagno economico, ma per il gusto di impegnarsi, come dicevamo, in una dimensione creativa sicuramente gratificante e svolta con entusiasmo.

Un valido e determinante aiuto, insomma, che potrebbe venire, con una politica più sensibile, disponibile ed aperta, dalle pubbliche Amministrazioni che nel loro bilancio prevedano capitoli di spesa per attività e manifestazioni culturali in genere.

E’ auspicabile, pertanto, che un futuro prossimo abbatta le ultime barriere di preconcetti o di diffidenze, rendendo possibile un più facile accesso a contributi e aiuti finanziari, elargiti anche in forma specifica, per la realizzazione di films indipendenti.

E c’è ancora da osservare che l’autore indipendente rispetto a quello che opera nell’industria è per certi versi avvantaggiato e per altri no.

Rispetto al secondo ha più libertà di azione perché non è condizionato dalle ferree leggi del mercato che impone le scelte per non disattendere i gusti del pubblico; perché è notorio, come s’è espresso, che nel cinema industriale il produttore mira al guadagno: i films sono realizzati principalmente per questo scopo. Quindi, perché tale condizione si verifichi il prodotto finito deve necessariamente corrispondere alle aspettative del mercato; dal che ne viene che, nel realizzarlo, si debbono sempre tener presenti le tendenze del medesimo.

Nel cinema indipendente, invece, l’autore può non considerare una tale esigenza come primaria; perché, non tendendo ad un riscontro venale, egli persegue esclusivamente i propri gusti e la propria ideologia, come si disse.

Tuttavia (l’analessi è d’obbligo) rimane la magagna che l’Indipendente deve sottostare ad un budget molto limitato che spesso non gli consente una rifinitura del prodotto a livello professionale.

Quindi, delizie e croci. Inoltre, per certi versi, egli conduce una lavorazione più laboriosa del collega industriale.

Nell’industria, infatti, essendo tutti i componenti la troupe professionisti regolarmente pagati e sotto contratto, c’è un ordine, un tempismo ed una organizzazione impeccabili.

Nel film indipendente, invece, dove nessuno viene pagato, o, se lo viene, in maniera molto irrisoria, l’autore si deve avvalere dell’aiuto di amici, sia come interpreti che come tecnici e si trova costretto ad uniformarsi alle disponibilità di ciascuno di essi, ai loro orari possibili, ai loro giorni liberi. E, conseguentemente, la lavorazione del film non si svolge con regolarità e continuativamente, ma procede a salti, spesso rendendo più precaria la linearità della narrazione filmica.

Assolto il carattere generale della materia, è utile, adesso, una breve considerazione su quello particolare.

Ora, dato che la nostra isola vive prevalentemente di turismo, poniamo mente a quanto e quale apporto il cinema indipendente (spesso con la sua capillarità ambientale perchè più intimamente versato all’arte) potrebbe fornire reclamizzando i nostri scenari naturali, le nostre città, le nostre opere d’arte, i nostri costumi.

Tali immagini, portate nella miriade di festivals nazionali ed internazionali oggi in essere, sicuramente potrebbero destare uno spiccato interesse di rivedere le locations dove è stato girato il film, favorendo in tal modo un maggior afflusso turistico, di massa e d’elite, nella nostra città e nel nostro comprensorio; interesse forse maggiore di quello prodotto dai films industriali, forse scenograficamente più schematici e più attenti alla valorizzazione della sinòpsi.

In un’economia di mercato dove si persegue a spada tratta il guadagno, l’autore indipendente, a mio avviso, è da tenere in conto come l’araba fenice, come rappresentante prezioso di un habitat culturale innovativo; egli, non mi stanco di ripeterlo, affrancato dalle inesorabili regole del marketing, si libra in una dimensione onirica dove, spesso o a caso, non è difficile incontrare l’Arte (con la “A” maiuscola!)

Giuseppe Maggiore