C’è un momento preciso in cui un popolo perde la sua identità e diventa colonia: quando comincia a vergognarsi di come parla, di come agisce e di chi è.
Il siciliano oggi vive un paradosso abbastanza tragico: cammina su cinquemila anni di storia autarchica che lui è il primo a non riconoscere, né apprezzare né tanto meno valorizzare e si guarda allo specchio cercando di scorgere i tratti di un’identità italiana che in realtà lo respinge e lo considera, nel migliore dei casi, un cittadino di serie b, un errore, un intruso. Non si è trattato di un processo naturale, ma di una sorta di chirurgia culturale. Chiamare “dialetto” la lingua di Federico II (la prima lingua illustre d’Italia) è stato il primo drastico atto di colonizzazione perché, se la tua lingua madre è “inferiore”, allora sei inferiore anche tu. Questa inferiorità della lingua è stata talmente assorbita dai siciliani che anche in famiglia parlare in siciliano, da un certo punto in poi, ha cominciato ad essere percepita come una cosa sconveniente, imbarazzante, da cafoni. Invece di essere orgogliosamente bilingue, con tutti i vantaggi che questo comporta, il siciliano ha cominciato a sentirsi un analfabeta. La grave conseguenza di questa operazione chirurgica fortemente e pericolosamente invasiva si può osservare nel fatto che la lingua madre venga sempre meno parlata con il rischio di scomparire nell’arco di qualche generazione ed essere dichiarata lingua morta. La buona notizia è che gli effetti devastanti di questa operazione sono reversibili, ma occorrono delle misure ben precise per fermare il decorso di questa brutta malattia. Avremo modo di approfondire.
Il più grande dramma è non sapere di essere colonizzati. Eppure è sotto gli occhi di tutti il fatto che pur essendo ricchi, siamo poveri, pur producendo energia, pur raffinando petrolio, paghiamo le bollette più alte e abbiamo le infrastrutture più povere. E’ sotto gli occhi di tutti, ma nessuno lo vede perché la narrazione ufficiale ci ha reso ciechi. Viviamo la rassegnazione di chi vive su una miniera d’oro che però sfruttano gli altri perché noi non siamo nemmeno in grado di vederla. Abbiamo accettato la narrazione del bisogno perché ci hanno fatto credere, con 165 anni di politica coloniale, che senza lo Stato italiano saremmo persi ma nel frattempo lo Stato italiano si nutre delle nostre risorse, della nostra energia, dispone dei nostri porti e dei nostri figli che sono costretti a partire.
Lo scopo di questa rubrica è il recupero e la valorizzazione della nostra memoria, della nostra identità, della nostra lingua, della nostra storia, delle nostre risorse, delle nostre bellezze, della nostra sicilianità, con passione, profondità storica, pluralità di voci e uno sguardo costruttivo sul futuro.
E’ un atto dovuto, significa decolonizzarci, significa capire che non siamo una periferia dell’Europa, ma il centro del Mediterraneo. Figli di una terra che può e deve essere sovrana.
Eliana Esposito

