Mutato nomine de te, fabula narratur. “Con diverso nome la storia riguarda te… “ – (Orazio). Presentazione di un docufilm su Spinuzza di Toti Coco

Cefalù (Palermo) – Nel locale “Cinema Di Francesca”, nell’ambito del patrocinio degli “Amici” dell’omonima sala cinematografica, Sodalizio no profit sorto con lo specifico intento di promuovere avvenimenti ed attività culturali da espletare nella detta sede cinematografica e che si avvale della preziosa collaborazione del Prof. Pino Simplicio, presidente del detto, della consulenza di Saro Curcio, noto designer favorevolmente conosciuto ed apprezzato nel territorio (ha creato anche la locandina di uno special filmico sul compianto Prof. Steno Vazzana da me girato nel 1994 per conto della Fondazione Culturale Mandralisca di Cefalù ed al quale documentario ha anche preso parte lo stesso Prof. Simplicio nella duplice veste di interprete e nella qualità di componente (in quel tempo, assieme al compianto Manlio Peri) del Direttivo della prefata Fondazione, e, soprattutto, della competenza pluralistica in molteplici settori profferta del Prof. Giovanni Cristina, cogerente del locale in nome proprio e della Famiglia Di Francesca (almeno secondo quanto mi è dato di sapere e se così non fosse abbiatemi per iscusato), si è svolta la proiezione del docufilm realizzato da Toti Coco “Salvatore Spinuzza storyboard”, produzione indipendente.

Toti Coco, il noto Dr. Salvatore Coco, oggi professionista emerito, si mette in gioco in un campo che lo ha sempre interessato, oltre alla pittura (nella quale disciplina secondo me è maestro), alla musica e alle arti in genere.

Per accennare brevemente e doverosamente alle modalità della proiezione è da sottolineare che sala, personale, locandine pubblicitarie e relative spese sono state sostenute esclusivamente dai padroni di casa, che, disponibilissimi come sempre, attesa l’importanza del filmato e il prestigio dell’autore, lo hanno sollevato da qualsiasi carico venale consentendo anche il libero ingresso alla proiezione.

La qualità delle persone appresso indicate, titolari del locale e della sua gestione, va, infatti, considerata dai loro atteggiamenti assunti nel contesto dell’evento e dalle loro conseguenti azioni.

La Sig.ra Caterina Di Francesca sposata De Gaetani, attrice, autrice e regista di testi teatrali con partecipazione anche a film girati a Cefalù, il di lei cognato, già sopra menzionato, Prof. Giovanni Cristina con la figlia Marzia, scrittrice di suo pure lei, vedovo della compianta Angela Di Francesca, attrice, poetessa, autrice e regista teatrale, hanno sempre consacrato il loro precipuo impegno a mantenere viva la tradizione della Famiglia, che si è tramandata da padre in figli sin da tempi immemorabili, che è quella di fare della propria sala cinematografica, oggi unica in Cefalù, un centro culturale di pregevole rinomanza, sia con una avveduta programmazione di film che come ribalta di avvenimenti culturali.

Fra il pubblico hanno fatto corona all’avvenimento, fra i tanti, il pittore Giuseppe Forte, lo scultore Sebastiano Catania, il Dr.Claudio Cangemi, la Prof.ssa Rosalba Gallà, il Prof. Vincenzo Rosso, il regista Alberto Culotta, la Prof.ssa Lia Maggiore, lo scrittore ed esperto in fotografia Emanuele Miceli, gli stessi personaggi intervistati, Maggio ed i due Varzi, ed altri esponenti di spicco che onorano Cefalù con la propria presenza, col proprio modo di agire e con i progetti e le opere che hanno prodotto e producono.

Presenti in sala anche la moglie Ivana e la figlia Ambra dell’autore, fattivi coadiutori del Nostro nella cennata sua espressione filmica.

La valenza del progetto presentato, quasi un’elitaria esegesi di un vissuto patriottico di un personaggio del passato, Salvatore Spinuzza, giustiziato in Cefalù il 14 Marzo del 1857 vigente il dominio del Borbone, vicenda immersa nel glorioso periodo storico che produsse l’unità del nostro paese, trae conferma soprattutto dalla indiscussa versatilità dell’autore nell’arte del disegno.

Infatti, trattandosi di una produzione indipendente, non surrogata cioè da un adeguato budget da terzi erogato, né potendo, ovviamente, l’autore, riprodurre visivamente le scene che hanno determinato la vita, le fasi, i tempi in cui si svolsero i fatti dipanando la storia in sé che ha portato l’eroe cefaludese a compiere gl eclatanti gesti che ha compiuto (indubbiamente assieme ad altri confederati quali i fratelli Botta, Cesare Civello, Andrea Maggio, Alessandro Guarnera e consimili, tutti alitati dal fuoco indomito inneggiante alla libertà in quei tristi tempi vilipesa e coatta), Coco, con molta sagacia e maestria, ma con pochissimi mezzi a sua disposizione, le ha visivamente rappresentate semplicemente disegnandole a matita od a carboncino che sia, con gusto, intelligenza e dovizia di particolari, intercalandole con consoni squarci di filmati tratti dal web e con opportune interviste a contemporanee presenze locali, a giorno dei fatti, indiscutibile memoria storica degli avvenimenti cui si fà riferimento; presenze dello stampo del Prof. Francesco Maggio e di Sandro e Salvatore Varzi, entrambi qualificati studiosi ed instancabili storici ricercatori, creando in tal modo un vero e proprio efficace storyboard (da cui anche nel titolo), arsenale mnemonico che ha permesso l’originale ed apprezzabile confezione del prodotto presentato e fruito.

Forse io sarei il meno indicato, qui, a scriverne, avendo in qualche modo e molto marginalmente fornito qualche contribuito alla realizzazione del progetto; ma il desiderio di rendere omaggio, quale vuol essere il mio presente intervento, all’artista Coco e a chi fattivamente lo ha potuto collaborare (come la figlia Ambra e la moglie Ivana), mi ha spinto a farlo.

In un periodo emblematico come il nostro in cui il cinema propriamente detto tecnicamente ha perso quei connotati che dal 1895 (i fratelli Lumiere, di chiara e fausta memoria, insegnano) e sino al 2000 e qualcosa lo hanno contraddistinto (la Mdp è stata infatti recentemente abrogata e sostituita dalla telecamera obliterando definitivamente la pellicola e mutuando il suo scorrimento in proiezione da 24 fotogrammi al secondo in digitale, il montaggio ha subìto una totale trasformazione con metodi e sistemi avveniristici, a mio parere a dir poco discutibili, seguendo una moda e il gusto di un pubblico distratto, che legge sempre meno, che diserta le pause di riflessione, che insegue più l’arte del guadagno che quella del sapere trascurando quei valori umanistici che hanno modellato e reso mirabile un’epoca satura di pensiero, in un clima siffatto nel quale, cinematograficamente parlando, personaggi come Sadoul, Bela Balàzas, Aristarco, Pudovkin, Jacobs, Ejzenstejn e registi del calibro di un Bergman, di un Visconti, di uno Chaplin, di un Fellini e di alcun’altri rappresentano un lontano ricordo che si perde nelle nebbie di un passato irrimediabilmente perduto), il docufilm del nostro Toti Coco, artigianalmente confezionato e presentato come sua opera prima ad un pubblico, si situa su una ribalta di preminenza perché dimostra ancora una volta come la passione, l’impegno, l’analitica ricerca, la cultura e la memoria storica di obsolete importanti vicende possano, integrandosi e interagendo con apporti realizzativi individuali e quindi indipendenti, rappresentare ancora una volta un pilastro in una società spesso disattenta, anaffettiva ed indifferente.

Il nostro Coco, dottore in medicina emerito, pittore di vaglia con parecchie mostre al suo attivo, ha sempre coltivato l’interesse per la settima arte, disciplina che non ha mai mancato di praticare in passato per lo più in sordina collaborando con altri attratti come lui dalla stessa passione.

Circa la sua pregressa produzione filmica è notevole, mi permetto di annotarlo, per quanto esperienza intimistica soffusa da una patina di narrativo pudore, il suo corto “Agrodolce” dell’Aprile del 2023, video sperimentale nel quale l’autore, utilizzando volti tratti dal web (sua costante), esprime il disagio interiore di un personaggio non psicologicamente realizzato che si dibatte nell’affannosa ricerca di una sua umana dimensione. Ed ancora, al suo attivo, altro corto prodotto in collaborazione col giornalista Antonio Prenna sullo scultore Edilio Riccini dall’emblematico titolo “Edilio Riccini, arte e rottame” (2014).

Nel suo carnet prespinuzza c’è anche un remake “Non tornare viva”, del 2020, opera che ricalca la stesura dell’omonimo film del 1955 diretto da Sidney Blackmer riproposto dal Nostro con figuranti presi dalla strada (unico possibile approdo concesso a cineamatori evoluti operativi senza budget, come chi scrive sa bene) realizzato in collaborazione con l’amico Domenico Bellipanni, pure lui appassionato cultore del cinema.

Inoltre Toti ha fattivamente collaborato anche con il sottoscritto rielaborando al computer tre dei miei lavori filmici che senza il suo intervento tecnico sarebbero certamente rimasti dei fossili: “Gli ultimi 20 minuti” del 1970, “Tot zienz Cefalù” del 1976 e, ultimo nel rifacimento “Oremus” del 1973.

Poi, se benevolmente mi si voglia concedere una battuta alla “Cicero pro domo sua”, non è che io, per quel che mi concerne, aspiri all’Oscar (quantunque abbia buone premesse per ottenerlo fra una quarantina d’anni), però presentare un prodotto, che magari ha avuto dei riconoscimenti in passato nei vari festival indetti in Italia ed altrove, con un abito da cerimonia anziché quello giornaliero mi pare cosa confacevole alla personalità di chi lo produce. No?

In più, riprendendo la veste seria tralasciando la precedente celia, bisogna pur dirlo, il Nostro non ha mai disatteso l’arte del montaggio, il vero specifico della edizione di un film, al punto da concepire l’idea, per un proprio maggior apprendimento della relativa tecnica, di variare, a sue personali logica ed intuizione, l’ordine stabilito delle sequenze di film trasmessi in TV ed opportunamente registrati, invertendone o spostandone le inquadrature, tagliandole, anteponendole o posticipandole nell’economia del racconto, alla ricerca spasmodica, forse puntigliosa, d’un altro modo più originale ed estroverso, diverso da quello stabilito, per raggiungere lo stesso risultato finale.

In buona sostanza tentando di voler dire la stessa cosa in altra maniera. Tutto qui.

Vivisezionando un montaggio già precostituito e formulandone uno nuovo per dire la stessa cosa è come voler ricalcare la celebre formula relativa al concetto della proprietà commutativa della moltiplicazione che recita che mutando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia.

L’odierna sua preparazione e conoscenza nel settore affonda, quindi, le radici in un humus conoscitivo di non indifferente rilevanza.

Da queste sue pregresse esperienze ha assorbito le capacità che oggi lo hanno portato alla presentazione del presente progetto che indiscutibilmente rappresenta un deciso passo avanti nel suo processo di maturazione artistica.

Alla luce di quanto sopra emerso ci si aspetta da lui in futuro una valida prosecuzione del suo proficuo lavoro nel campo culturalmente creativo, sia ch’Egli indulga nella pittura o nella musica o nel cinema.

Il pubblico ha accolto di buon grado e con spiccato interesse la visione del documentario proposto colloquiando con l’autore sugli aspetti realizzativi della storia, chiaramente dimostrando quanto una iniziativa culturale appropriata possa servire a scuotere la patina del torpore sensitivo che spesso l’usualità e la mancanza di spunti plasmano con inficiante aporia le menti.

Giuseppe Maggiore

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