Ars Gratia Artis. (L’arte per l’arte)

Disquisizione su un concetto abusato ed universalmente conosciuto, ma, spesso, travisato ed obsoleto.

Cefalù (Pa) – E’ una esigenza dell’uomo, l’Arte; una sua impellenza spirituale, emotiva e fattivamente costruttiva. Nel campo del disegno, soprattutto, lo è stata da sempre; dai primordiali graffiti, alle configurazioni, le più involute, del giorno d’oggi.

L’uomo ha sempre sentito il bisogno di esternare con immagini i propri “abbagli”.

Se vogliamo tentare di definirla in maniera semplicistica, ma tenendo ben conto del suo più recondito significato, della sua inveterata linfa, della sua vera essenza, essa, l’arte, è o dovrebbe essere, l’esternazione sincera della dimensione dei propri sentimenti attraverso la proposizione di un tot creativo, sia esso letterario, pittorico, scultoreo, compositivo, cinematografico, teatrale o quant’altro che sia, comunque rappresentativo d’un’anima, dei tempi e della cultura in cui viene creato.

Le mode, i circoli, le correnti di pensiero, i movimenti culturali in cui gravita e da cui proviene rappresentano solo i presupposti imprescindibili che la determinano, la classificano e la connotano.

Ma, in ogni campo considerato, è vero artista soltanto colui che riesce a palesare con franchezza se stesso improntando la propria creazione del suo personale carisma e rifuggendo da qualsiasi intenzionale psicologico orpello.

Checché si dica o si pensi, l’odierna “intelligenza artificiale”, ultimo ritrovato del progresso umano, secondo la mia convinzione tarpa le ali alla facoltà creativa dell’essere facendola poltrire nella più cruda acquiescenza.

L’esibizionismo senza costrutto, sempre latente nell’animo del genere umano, è universalmente da non apprezzare.

Un commento su un artista di vaglia, ancorché laudativo, potrebbe benissimo essere licenziato in tre scarne parole, due virgole ed un punto: “Bene, bravo, bis“.

Ma io che amo la ridondanza del periodo, l’armonìa delle apposizioni, la molteplicità degli aggettivi e la loro conflittuale diversità, il profluvio dei concetti, l’alternanza dei vocaboli che, in ultima analisi, esprimono lo stesso significato, io che m’immergo in una involuta sintassi di puro stampo classicistico, seppure impropriamente e senza titolo o sostanza, riterrei biasimevole liquidare il frutto della fatica d’un creativo con le tre semplici parole e la punteggiatura sopra riportate; modus agendi sicuramente lesivo, riduttivo ed ignobile per la esiguità delle espresse frasi, sia nei confronti d’un qualsiasi autore che nei miei che ne3 scrivo.

Nolite iudicare, ut non iudicemini” (non giudicare, se non vuoi essere giudicato), secondo Luca e Matteo.

E tutto ciò per significare, delineare e supportare il concetto di Arte pura, iperuranio elettivo scevro da false pretese di protagonismo e da risibili compromessi con la sua vera essenza; in essa il contenuto e la forma rappresentano le uniche chiavi per sceverarne il karma, per tradurlo in inappellabile aforisma che dia estrema contezza della sua intima verità.

Ne sto valutando esclusivamente il concetto.

A mio vedere, momentaneamente obliterando qualsiasi altro illuminato parere da accreditate fonti sancito, il leitmotiv dell’arte dovrebbe racchiudere in sé quella statura creativa, quella lungimirante forza innovativa, quel primordiale palpabile desiderio di schiettamente esternarsi, di comunicare, di appalesarsi, in qualsiasi modo o forma che sia od in qualsiasi momento lo si faccia, che solo il sentimento, l’emozione, il buon gusto o la coscienziosa consapevolezza dei tempi storici in cui si vive possano formulare.

E’ realizzare qualcosa, formalizzandone un contenuto che in ultima analisi esprima l’animo dell’autore dando agli altri contezza di una individuale realtà interiore che possa indirizzare il comune pensiero ad un apprezzamento, ad un’intima positiva introspezione che in qualche maniera sia capace d’innestare nel fruitore la possibilità di un paragone, di un giudizio, di un consenso o, nei casi emblematicamente contrari, anche d’un motivato rigetto.

E’ proprio questa volontà creativa, dicevo, che, indagata nei suoi più intimi risvolti, va considerata e valutata.

In tutti i tempi il concetto di arte è stato per lo più controverso, dibattuto, parafrasato, spesse volte distorto, stravolto, ma mai disatteso.

Non è per niente facile, infatti, addentrarsi in un’intima personale dimensione scandita dalla particolarità del carattere, dalla sensibilità, dalla personalità propria dell’homo faber, dell’uomo artefice, dell’uomo che da semplice creatura razionale impieghi al meglio le proprie qualità intellettive nel produrre teoremi atti ad adeguare e trasformare la realtà contingente secondo le proprie ineludibili esigenze e contrapporre tale interiore tendenza ad espandersi ad un anelito, impellente, ben più compulsivo, in quanto proveniente dallo spirito, che sia capace di far sognare ad occhi aperti, di far immaginare realtà inusitate dando libero sfogo alla fantasìa; qualità espressiva che sia atta, insomma, ad indurre ed a concretizzare in un pensiero, reso tattile dalla fattura dell’opera, quelle aspirazioni, le più segrete, che lo animano, che lo sorreggono e che lo fanno vivere.

Mi sembra encomiabile il viscerale umano bisogno di esprimersi al di là della materialità dell’esistenza perseguendo un profondo ben preciso disegno rispondente ad una primordiale esigenza di evasione dalla realtà che, spesso opprimente ed inadeguata, sicuramente non rispondente alle proprie innate potenzialità sentimentali, conducesse ad un auspicabile cosmico più alto respiro in grado di amalgamare il particolare all’universale, l’unicità alla molteplicità, la materia allo spirito.

Recondito apprezzabile fine che sollecita la monade alle più armoniose imprese al fine di condurre le proprie sentite carenze ad una agognata catarsi che preluda alla sublimazione, alla perfezione, attraverso il processo dell’esternazione creativa.

Mi sono limitato, sin qui, a sondare concetti, teorie, massime.

Il nostro, l’Italia, è stato un paese che si è distinto nei secoli per una grande impronta creativa che rimane il maggiore vanto culturale.

Adesso, tuttavia, l’arte, proseguendo nella sua evoluzione genetica favorita dal trascorrere del tempo, dall’esperienza e dal progresso scientifico, ha cambiato nelle sue varie configurazioni la propria struttura stilistica scoprendo nuove tecniche, nuovi tracciati, nuove formule, nuove impronte: nella pittura e nella scultura l’evolversi dell’informale, dell’astrattismo, del cubismo, dell’irrazionale, ha rivoluzionato sia le tematiche che la fattura del soggetto rendendo la condivisione da parte dei conservatori critica, incerta e difficile.

Il che non vuol significare affatto un imbarbarimento della disciplina trattata od un decadimento del senso artistico o del gusto, bensì una spiccata tendenza volta alla ricerca di qualcosa di nuovo, di diverso che innovi un settore in cui la tradizione è stata sin qui mantenuta integra e costante.

Ci si chiede, tuttavia come mai il moderno non annoveri tra le sue fila personaggi dello stampo d’un Michelangelo o d’un Leonardo nella pittura, o d’un Fidia o d’un Bernini nella scultura, o d’un Verga, d’un Moravia, d’un Tomasi di Lampedusa, d’uno Sciascia in letteratura, d’un Rossellini, d’un Visconti, d’un De Sica, d’un Bergman nel cinema o di quant’altri di elevata statura in altre prestigiose dimensioni artistiche.

Nella pittura romantica, oggi, primeggiano figure del calibro di William Turner, di John Constable; di Eugéne Delacroix in quella idealistica; nel realismo Gustave Coubert, Camille Corot; tra i macchiaioli Giovanni Fattori, Silvestro Legam, Telemaco Signorini, Vincenzo Cabianca.

Nell’impressionismo nomi come Edgard Degas, Edouard Manet, Camille Pissarro colmano la scena e nel simbolismo James Ensor, Gustave Moreau, Odilon Redon ed altri, tanto per citarne i più rappresentativi.

Nel campo cinematografico, soprattutto italiano, tengono banco i nuovi talenti tra attori, registi e amministratori: Alessandro Gassmann figlio, Matilda De Angelis, Pierfrancesco Favino, Ferzan Ozpetek, Benedetta Porcaroli, Paola Cortellesi, Elio Germano, Gianpaolo Letta, Fulvio e Federica Lucisano, Sorrentino, Bellocchio, Servillo, tanto per nominarne alcuni.

Il progresso tecnico, scientifico, gli eventi che hanno caratterizzato e che caratterizzano la nostra generazione han fatto sì che la nuova società abbia indirizzato il proprio gusto, il proprio interesse e le proprie preferenze verso forme d’arte apparentemente meno impegnative ma più singolari e distrattive, capaci, cioè, di allontanare la mente dai gravosi problemi che in tutti i campi ci assillano, indirizzandola ad una diversità concettuale più appariscente e dinamica, ma forse meno incisiva.

Dal che ne viene che l’anelito all’esternarsi c’è sempre, è umano.

Seppure in modi diversi cambiano gli stili, non la sostanza.

Giuseppe Maggiore

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