Roma – Assecondando la mia innata e inappagabile curiosità parto questa volta alla scoperta di un territorio ancora a me poco noto, ma che ha sempre destato in me grande fascino: la Tuscia Viterbese. Comincio con la visita di Tuscania, una cittadina che sorge su sette promontori di roccia tufacea e che vale la pena visitare soprattutto per il suo ricco patrimonio etrusco-medievale. La passeggiata per le vie del centro storico mi dà la possibilità di immergermi da subito nell’atmosfera del luogo, i sarcofagi sparsi dappertutto, anche nei luoghi più insoliti, piazze e strade, confermano immediatamente il forte legame del luogo con la cultura Etrusca. La vista delle Basiliche di S. Pietro e della chiesa di S. Maria Maggiore, due gioielli dell’arte romanica tra i più belli che abbia mai visto, mi lascia senza fiato e mi dà la spinta per approfondire la conoscenza di altri centri appartenenti alla stessa area storico-geografica. Chiunque si addentri nel labirinto della civiltà etrusca non può rimanere indifferente: scopre l’eco di una civiltà dove la donna godeva di una libertà straordinaria, il genio di maestri costruttori ha tramandato ai romani innovazioni quali l’arco a tutto sesto, l’audacia di instancabili navigatori scriveva la storia sulle rotte del mare e il genio del commercio si fondeva a una religiosità profonda.

Il mio contatto con questa fiorente civiltà, che cadde sotto i colpi di Roma nel III secolo A.C., continua con la visita a Tarquinia una decina di chilometri più a sud.
Il culto dei morti è il piedistallo sul quale poggia l’intero edificio della loro cultura che trae inspirazione dal continuo e persistente dialogo con l’assenza, con la memoria, con il ricordo di coloro che furono.


Tarquinia con il suo museo archeologico etrusco, tra i più importanti d’Italia, e la necropoli di Monterozzi, invita il visitatore ad abbracciare l’essenza stessa di questa civiltà. Il mio viaggio parte dalla visita al museo. E’ ospitato nel quattrocentesco palazzo Vitelleschi, uno degli edifici più importanti presenti sul territorio tarquiniense. Il palazzo ospita una delle più ricche collezioni di arte etrusca al mondo e si sviluppa su 3 piani.

Il pianterreno accoglie i sarcofagi. Al primo piano sono esposte le ceramiche provenienti dagli scavi della Necropoli. Al secondo piano si trova un loggiato quadrangolare, visibile nelle mie foto, dal quale si può godere una magnifica vista sulla città e sulla campagna. In un gruppo di sale climatizzate sono conservate alcune tombe dipinte i cui affreschi sono stati distaccati. Nel salone delle Armi è collocato il capolavoro della coroplastica tarquiniense: i cavalli alati che ho fotografato (non potevo esimermi).

Il viaggio continua con la visita alla Necropoli, sito unesco con oltre 200 tombe dipinte, in assoluto la più importante del Mediterraneo. Scendere negli ipogei tarquiniesi significa toccare con mano il legame con la dimensione ultraterrena. Se il museo conserva il reperto, la necropoli ti accoglie dentro la fisicità di un luogo dove la morte non è vista come il tramonto della vita, ma semplicemente come l’ascesa a una dimensione “altra” in cui i bisogni dei vivi venivano mantenuti e soddisfatti nella presenza di case reali con veri e propri mobili e suppellettili (tavoli, sedie, letti scavati nella roccia) e nell’esplosione di colori come il giallo, l’ocra, il rosso delle pareti la cui funzione non era soltanto estetica, ma magica e vitale e che serviva a creare un ambiente che perpetrasse la vita. Poche le foto scattate in questo sito, le tombe, infatti, essendo ipogee, presentavano scarse condizioni di luce.
La visione della morte come “ponte” tra mondi e come rituale di passaggio e non come fine ultimo non mi è nuova. É un tema ricorrente in tante altre civiltà come quella egizia, messicana e anche in quella siciliana. La trattazione di questo tema in maniera più approfondita e circostanziata, merita, però, un trattamento a parte che mi riservo di fare in futuro.

Maria Angela Suraci
Tutte le ph sono di Maria Angela Suraci

