Indagine su un progetto realizzato

Cefalù (Pa) – Nella sede della Comunità M.A.S.C.I. (Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani) “Giovanni Paolo II“, dinanzi ad un nutrito e scelto pubblico è stato proiettato il film indipendente “Oremus” del conterraneo regista Giuseppe Maggiore.

Giuseppe Maggiore

Ci sembra opportuno, qui, dare dei connotati dell’anfitrione nell’ambito delle cui pluralistiche conclamate finalità benefiche il film viene presentato; ciò perché dall’importanza del sodalizio patrocinante deriva anche la considerazione di un accrescimento della valenza del prodotto offerto in fruizione.

Inoltre, la tematica del film ben s’innesta nella concezione dei valori promossi dall’Ente.

D’altronde un po’ di storia credo che non guasti.

La Comunità MASCI rappresenta nella nostra città un polo culturale benefico di condivisione, di altruistiche iniziative, di ausilio al prossimo indigente e di quant’altro possa tornare utile al giusto convivere in una società civile con le sue inerenti attuali problematiche.

Il movimento scoutistico cefaludese, più che benemerito, che si fonda sul metodo delle 3 “C” (Cuore, Creato e Città), quasi a voler significare il dovuto plurimo affetto verso gli altri, la reciproca fratellanza, le iniziative creative rivolte in molteplici direzioni e l’interesse civico verso la propria città, sodalizio che fà parte di una più ampia e generalizzata congerie (Asci, Agi, Ungel, Agesci, Masci), opera nel tessuto socio-culturale ed ecclesiale dell’urbe lasciando un segno tangibile della sua gioiosa e costruttiva presenza.

Ricco di fermento e creatività annovera fra le sue fila sia ex scout che nuovi soci, pur non avendo questi ultimi maturata alcuna precedente esperienza nel settore.

La Comunità affonda le sue radici in una società scout vigente sin dall’8 Dicembre del 1922 ed ufficialmente fu costituita a Cefalù l’8 Dicembre del 2004 quantunque abbia cominciato a muovere i suoi primi passi in sordina sin dal 2002.

Supportata, sin dal suo primo nascere, dalla prestanza culturale ed umanistica del suo primo Magister, Rosario Ilardo, che sino al 2014 diresse la compagine dandole il suo tempo, la sua cultura e la sua valida competenza in molteplici settori, successivamente surrogato da Salvatore Muffoletto, validissimo interprete delle civiche necessità dell’Ente ed oggi da Lorenzo Ilardo, figlio del primo Magister e non meno presente dei suoi predecessori nelle urgenze del movimento, attualmente proficuamente collaborato da Francesco Maggio che con la sua versatilità supporta il ramo tecnico dell’Associazione, in breve la Comunità di Cefalù, per l’originalità e la molteplicità delle attività promosse e poste in essere nel corso degli anni e per la sua distinta linea operativa è divenuta punto di riferimento per l’associazionismo nostrano essendo riuscita ad interpretare i segni ed i fermenti dei tempi in cui viviamo ed avendo investito le energie delle proprie risorse umane sia nel campo storico, artistico ed ambientale che in quello socio-politico dando pienezza di contenuti al valore del “servizio” inteso nella sua accezione più ampia secondo lo spirito più autenticamente identitario del pensiero scoutistico.

Fissata la cornice, perché, come si accennava prima, è importante stigmatizzare l’ambiente che accoglie e che si fà promotore di un evento culturale accreditandolo nell’ambito delle proprie iniziative, torniamo adesso a buon diritto al film in esame, oggetto dell’incontro e della serata.

La tematica di “Oremus”, particolare nella sua originalità, è, se vogliamo, semplice ma allo stesso tempo riflessivamente complessa. Attiene ad un sentimento primordiale, indelebile, connaturato alla natura umana, alla pietà, cioè, che il vivo nutre verso il defunto, sentimento ancestrale, profondamente umano che lo porta ad esaltarne virtù e valori che spesso il defunto stesso non ha mai avuto; da cui le magnificanti epigrafi che cercano di trasporre l’affetto vitale dei superstiti verso i loro cari trapassati nella dimensione dell’Ade.

Si può a buon diritto essa pietà collegare alle basilari intuizioni sull’argomento a suo tempo espresse con estrema lucidità e chiarezza dal poeta uruguayano Eduardo Germàn Maria Hughes Galeano.

Questi decisamente annota: “…Viviamo in un mondo dove il funerale conta più del defunto, il matrimonio più dell’amore e l’aspetto più dell’intelletto. Viviamo nella cultura dell’apparenza, che disprezza il contenuto”.

Di produzione indipendente, originariamente girato nel 1973 in 16m/m a Cefalù, a Termini Imerese e a Campofelice di Roccella con figuranti e maestranze non professionisti, ma tutti animanti da un interesse precipuo verso il settore cinematografico e successivamente nel tempo infarcito con altre posteriori riprese dettate all’autore dal senno del poi, sortì un primo montaggio in pellicola rimanendo, tuttavia, per mancanza di adeguati fondi, allo stato di “copia di lavorazione”.

Nel 2008, con il perfezionarsi della tecnica trasposto in DVD nel, venne rimontato dall’autore con la collaborazione dello scomparso Nello Forte, capace operatore al computer, venendo trasmesso in questa veste da eterogenee emittenti televisive siciliane e non.

Nel contempo venne presentato in quegli anni a vari festival nazionali ottenendo lusinghieri consensi, ma sempre fuori concorso perché la durata prevista dai festival era stabilita in 30 minuti ed il film ne durava 50; poi giacque nel cassetto per alcuni anni.

Adesso, appena da qualche mese, è stato nuovamente rieditato raggiungendo la durata di circa oltre 60 minuti, con la collaborazione di Toti Coco, appassionato esperto nel settore digitale che non è alla sua prima esperienza di montaggio col nostro regista; ha, infatti, pure collaborato in passato con lui alla riedizione di altri suoi due film (“Gli ultimi 20 minuti”, girato in nel 1963 e rieditato nel 2019 e “Tot zienz Cefalù”, girato nel 1976 e rieditato nel 2022).

Il film “Oremus”, di natura squisitamente introspettiva ed intimistica, soffuso da una patina di benevola ironia latente (ma sempre pronta a balzare viva dalle volute delle immagini manifestandosi con estremo vigore), porta alla ribalta la storia di una famiglia della media borghesìa nostrana con le sue esistenziali caratteristiche problematiche che si reca al cimitero per assistere all’apposizione della lapide sulla tomba del padre della moglie appena deceduto.

Il soggetto, la cui trama presenta parecchi originali risvolti sapientemente gestiti dal regista, procede con gli accadimenti intervenuti al cimitero alla famigliola: l’arrivo, la messa, gli operai che ritardano, i congiunti che se ne vanno lasciando solo il personaggio chiave ad attendere l’apposizione della lapide, le considerazioni ironiche sulle epigrafi di quest’ultimo, il ricordo degli amici scomparsi, del suo primo amore e quant’altro; il tutto, poi, sapientemente gestito per confluire in un sogno propedeutico, intervenuto per la stanchezza prodotta dal caldo torrido di un afoso Agosto e per il protrarsi del ritardo degli operai.

Sogno di freudiano stampo in cui il protagonista immagina di svegliarsi di notte nel sacrario deserto e lugubre, di tentare di uscirne senza riuscirvi e di assistere impaurito al fenomeno di incoerenti visioni, di mani diafane, sicuramente quelle di defunti, che, a seguito del passaggio di tre oscuri monaci incappucciati, l’uno recante un candeliere con tre bracci con tre candele accese, cancellano dalle lapidi le roboanti epigrafi iniziali che vi sono scolpite e vi scrivono la verità su ciò che nella vita sono effettivamente stati.

La favoletta prosegue con ulteriori fenomeni paranormali: infatti alla fine dell’oscuro girovagare dei detti monaci sulle lapidi si ripristina come per incanto l’epigrafe originaria.

A questo punto il personaggio effettivamente si sveglia nel momento in cui gli operai finalmente arrivano e piazzano la lapide; e così egli ha modo di osservare che l’epigrafe del suocero rispecchia fedelmente la magniloquenza di quelle altre che lui ha prima criticato e ne ride ironicamente concludendosi la vicenda.

Apologo lungimirante, del quale, contrariamente all’usato, abbiamo voluto tracciare un pallido filo conduttore, apertamente disvelandolo al fine di dirimerne, data la natura ermetica del prodotto, le possibili incertezze nella interpretazione.

Diciamolo pure: nella sua interezza il film si presenta interessante, i personaggi vivono il loro ruolo in maniera accettabile, il commento musicale (Chopin, Beethoven, Rossini) in parte arrangiato dalla valenza musicale del M° Totuccio Curreri è appropriato e il concatenarsi delle inquadrature nel montaggio favorisce un ritmo consono alla tematica trattata.

Gli interpreti, non professionisti ed in altre dimensioni lavorative impegnati, tutti presi dal contesto urbano cefaludese, come accennato se la cavano: Crispino Cirincione, Giovanni Rao, Mafalda Bandini, Irene Santoro, Anna Maria Bianca, P. Ubaldo, Pasquale Culotta, Mileo, Giovanni Agnello, Salvatore Ilardo, Bartolomeo Asta, Antonio Augello, Andrea Macaione, Gino Sindona, Francesco Muscarello, Lia e Mirella Maggiore ed altri in ruoli terziari.

La momentanea perdita di coscienza del protagonista che cade in una catartica sonnolenza, quasi un letargo, ipnosi che genera il sogno, questo transfert psichico che porta il protagonista dalla realtà cosciente in una ipotetica dimensione junghiana nella quale la verità trionfa a dispetto delle convenzioni sociali, dà modo al regista d’immaginare un possibile recupero della dignità del defunto facendo dichiarare agli stessi scomparsi la propria effettiva valenza avuta durante il loro passaggio esistenziale.

I tre monaci, l’uno dei quali recante il candeliere a tre bracci, con tre candele accese, come sopra già descritto, questo ripetuto riferimento al numero trino, ritengo possa alludere all’illuminante spirito della ragione inneggiante alla Trinità.

Freud, a proposito del sogno in generale, e per poterlo interpretare, scinde quattro possibilità: a) se esso vada preso in senso positivo o negativo, come relazione antitetica, b) se debba essere interpretato storicamente come ricordo, c) o simbolicamente, d) o se la sua interpretazione debba dipendere dall’espressione verbale.

Ora, il sogno del personaggio del film, Aristarco, appare necessariamente allogabile, secondo lo schema freudiano appena fornito, alla sua formulazione simbolica; infatti è l’immaginazione che Aristarco trae dalle epigrafi visionate ad indurlo all’ironico convincimento che la vanità è la vera matrice che quasi sempre porta l’uomo ad esprimersi e ad operare in maniera altisonante travisando quelle forze razionali che connotano la sua vera identità.

In buona sostanza, l’apparire è meglio dell’essere; la forma più della sostanza.

Né il film può tacciarsi di nichilismo alla luce della irrisione alla epigrafe della lapide del suocero che il personaggio fà alla fine del film col suo sorriso lieve ma fortemente caustico.

Conoscendo da tempo il nostro regista e valutandone l’etica e la professionalità apprezziamo perfettamente le sue predilezioni bergmaniane con specifici riferimenti a film del tipo di “Il settimo sigillo” o “Il volto” o “Il posto delle fragole”; tuttavia la valenza del suo pensiero va colta nella percezione della realtà extrasensoriale che vige in ogni fatto umano ed in ogni essere raziocinante.

Per lui, come ebbe egli stesso a dichiararci, il regista perfetto nascerebbe dalla confluenza di professionalità di un Fellini per la tecnica, di un Visconti per il complesso scenografico e di un Bergman per la tematica.

Non ci meravigliamo, quindi, delle sue scelte espressive che apprezziamo, colte nel lavoro visionato.

Spesso, dobbiamo pur spartanamente ammetterlo alla luce della abusata massima “Nemo profeta in patria”, si è indotti a considerare di più gli artisti che sovente vengono invitati da fuori per portare lustro alla nostra città che quelli che abbiamo in casa a portata di mano; in tale ottica crediamo fermamente che il nostrano regista Giuseppe Maggiore non ha nulla da invidiare a questi vari illustri terzi nell’ambito delle loro espressioni artistiche qualunque esse siano.

Il regista, presentato da una cortese e forbita prolusione iniziale del Magister dell’Ente Lorenzo Ilardo, ha poi ringraziato il sodalizio stesso ed altri che lo hanno collaborato nella realizzazione del film fornendo nel contempo suoi riferimenti sulla confezione del progetto presentato.

Fra i presenti in sala a noi più che noti, oltre ai già citati massimi esponenti della Comunità MASCI, personaggi di spicco quali: la stessa prima attrice nel film, Anna Maria Bianca col marito, il pittore Giuseppe Forte, con alle spalle parecchie apprezzabili personali regionali e nazionali, il Prof. Giovanni Cristina, abile Direttore dello storico locale cinema “Di Francesca”, il Dr. Toti Coco, rinomato documentarista con al suo attivo forbite plaudenti recensioni assieme alla sua gentile Signora Ivana, i figli del regista, Mirella, Lia e Nino con la moglie Adriana Galati, Wener Side dell’Hotel Kalura, Franco Greco, la Sig.ra Sandra Santoro e la di lei figlia Giada Brocato, il Dr. Enzo Iovino con la gentile consorte, Domenico Bellipanni, Emanuele Miceli, scrittore e maestro della fotografia, il Dr, Giorgio Bianca, appassionato filmaker anche lui assieme alla moglie Rosa Cicero, la Sig.a Maria Schittino e la figlia Angela Zema e molti altri, con i quali ci scusiamo di tralasciarne il nome per esigenze di spazio.

Alla fine, un meritato nutrito applauso ha coronato la piacevole serata.

Enzo Rosso

Ultime Notizie

Articoli Correlati