Mostra: “Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati”. Dal 2 maggio al Museo di Roma a Palazzo Braschi

Roma – Dal 2 maggio la mostra “Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati”. Fino al 13 settembre 2026 al Museo di Roma a Palazzo Braschi.

“Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati”. Nel decennale della scomparsa, una mostra dedicata al percorso umano e artistico di un maestro del cinema italiano.

Commento di Sergio Rubini

«Ho conosciuto Ettore tardi, in occasione del Bif&st di Bari diretto da Laudadio. La prima volta che ci incrociammo di persona, mi accennò che gli sarebbe piaciuto coinvolgermi in un suo film. Mi sembrò una battuta, una gentilezza affettuosa, ma niente di più. Fui subito colpito dal suo garbo, dal suo sorriso, dalla sua umanità; ma non mi sembrò opportuno stare lì a rimuginare seriamente sulla possibilità che il grande Scola potesse davvero volermi in un suo progetto.

Per gli attori le delusioni possono bruciare assai e lasciare ferite enormi, per cui con il tempo ci si industria per rimanerne al riparo. Passò qualche anno: Ettore era diventato presidente del Bif&st e mi ritrovai di nuovo a Bari, e tornai a incrociarlo. A quel punto lo avvicinai.

“E quel film?” gli chiesi, abbozzando un sorriso che mi servì per coprire timidezza e imbarazzo.

Con la solita dolcezza, affabilità ed eleganza mi spiegò che non aveva più voglia di fare film. Non aveva più voglia di combattere con i produttori, di affrontare la durezza del set, ma anche le difficoltà della distribuzione ecc. Quando considerazioni di questo tipo ti arrivano da un grande maestro – al quale, peraltro, nella maturità tutto dovrebbe essere concesso naturalmente, da statuto, la sorpresa è grande e ti lascia senza fiato.

Avevo già assaporato quella sensazione sgradevole quando, dopo La voce della luna, anche Fellini si ritrovò davanti a una serie di difficoltà relative al suo futuro di artista. Kezich ne scrisse anche un articolo che mi rimase molto impresso, in cui chiedeva alla politica di sbracciarsi affinché venissero individuati fondi che permettessero a quello che, a tutti gli effetti, andava ritenuto un nostro patrimonio nazionale di realizzare un suo prossimo film. Insomma, anche Ettore era finito in una situazione simile. Provai fastidio, rabbia, pena. Pensai a quanto fosse terribile il mestiere del regista, a tutte le prove che è chiamato a sostenere anche in età matura, quando idealmente non dovresti avere più nulla da dimostrare. Non nascondo che ci rimasi male anche per me. Neanche da vecchio – mi dissi –se mai ci arriverò, ci sarà pace. Senza contare che non sono mica Scola!

A questo aggiunsi anche la delusione di aver provato l’ebrezza di essere stato addirittura scelto da un grandissimo maestro, e poi niente: il grande maestro aveva deciso di non fare più film. Una vera beffa.

L’anno dopo, il buon Laudadio tornò ancora alla carica e mi ritrovai di nuovo ospite del Bif&st. Tra un evento e l’altro della mattina, con un po’ di pompa magna, Laudadio si avvicinò per dirmi che Ettore voleva parlarmi. Ovviamente ne fui felice, ma non riuscii a nascondere un po’ di scetticismo: ormai c’ero passato. Tuttavia, l’atteggiamento di Felice questa volta era diverso: sembrava volesse dirmi “Tieniti forte, questa è una cosa seria”. Per certi versi, mi sembrava di vederlo gongolare, come se volesse segnalarmi che gli incontri che si svolgevano al Bif&st non erano fuffa, che ciò che aveva messo su era un festival serio, dove nel corso delle giornate potevano venire ideate e programmate cose importantissime, capaci di incidere nel profondo sull’andamento del cinema nazionale.

Incontrai Ettore, accompagnato dal suo solito bastone, dal suo solito sorriso e da un’aria amichevole. Mi disse che si accingeva a fare un film sulla sua amicizia con Federico e che non potevo non esserci. Mentre mi parlava, mi sembrava di volare, ma anche di chiudere un cerchio: ero stato attore in un film di Fellini, adesso lo sarei stato in un film di Scola dedicato, in qualche modo, a Federico. Che emozione strepitosa mi regalava quell’uomo così charmant e affettuoso.

All’inizio pensò di affidarmi un ruolo, quello del narratore, poi mi disse che gli sarebbe sembrato troppo “pornografico”, sì: proprio così. Il fatto che avessi interpretato Fellini giovane lo portò a decidere che interpretassi qualcosa di diverso, che combaciasse meno con il personaggio che avevo interpretato da ragazzo nell’opera di Fellini e che, in qualche modo, mi aveva segnato. Non gli confessai che avrei accettato qualsiasi parte, che mi bastava essere nel film, che addirittura mi sarebbe bastato stargli accanto, anche senza alcun ruolo, e godere della sua persona.

Quando nel 1993 scomparve Federico, oltre al dolore provai un vuoto pazzesco: persi una guida, un padre o, comunque, uno zio buono, un passe-partout che mi apriva tutte le porte. Tornai a essere irrimediabilmente solo, ma di una solitudine sconfinata, non quella di un borghese romano che improvvisamente perde uno dei suoi punti cardinali.

Io ero il figlio di un capostazione e di una maestra di scuola elementare e arrivavo dal profondo Sud: Federico mi aveva rivoltato la vita, colmato le lacune, conferito una luce. La sua scomparsa equivalse a tornare al buio, al punto di partenza, con l’aggravante di aver scoperto che esisteva un mondo oltre la mia storia di provinciale e che, adesso, quel mondo mi veniva strappato via. L’incontro con Ettore sembrò riallacciarmi a quell’universo perduto: un mondo fatto di adulti speciali, visionari, umani, appassionati come ragazzini, privi di orpelli, che non avevano più quel fastidioso rovello di dover dimostrare qualcosa.

Ettore mi scelse per il suo film e io tornai bambino. E poi che spasso! Scoprii che conosceva gran parte dei miei film e ne conosceva addirittura delle battute a memoria.

“Mia madre ci ha il fegato” – era una battuta de La Stazione. Ettore me la ripeteva con la cadenza con cui la pronunciavo nel film e rideva. Era incredibile. Senza che se ne accorgesse, o forse volutamente, una volta mi disse qualcosa che assunse il sapore di una critica rivolta a un’altra mia pellicola. Mi chiese infatti: “Qual è il titolo di quel tuo film in cui c’è quel padre antipatico?”. Capii subito: era L’uomo nero. E riflettei: quel padre che avevo raccontato non avrebbe dovuto essere amabile o simpatico; tuttavia, ‘antipatico’ era un attributo troppo severo per il protagonista di un film.

Come avrebbe mai potuto lo spettatore empatizzare con un protagonista ‘antipatico’? Sarà stato per questo – mi dissi – che il film non incassò tantissimo al botteghino? Chissà.

Poi Ettore mi raccontò del madonnaro, il personaggio che avrei dovuto interpretare nella pellicola che si accingeva a girare. Mi spiegò che da giovane, al tempo del “Marc’Aurelio”, Federico era insonne e coinvolgeva alcuni suoi amici per stare insieme e far passare la notte. Vagavano a bordo di qualche vettura, guardandosi intorno e lasciandosi sedurre da tutto ciò che poteva esercitare un certo interesse.

Oltre a qualche donnina, una volta rimasero estasiati di fronte a un madonnaro, uno di quei pittori di strada che, sdraiati sul pavimento di un marciapiede, con i gessetti tratteggiavano splendide Madonne, spesso copie di celebri dipinti di epoche passate. Osservando quel madonnaro, Scola, Fellini e gli altri, già inseriti nel mondo del cinema, riflettevano sull’essere artisti, su quanto quel loro collega di strada fosse più autentico e libero di loro, già imprigionati da un mercato che pretendeva un risultato, un ritorno economico. Mi sembrò un racconto strepitoso.

Ettore ci tenne a chiarirmi che avrei dovuto lavorare un paio di giorni, niente di più, a Cinecittà, e pretendeva che per quel ruolo fossi pagato. Ci teneva che quell’esperienza, sebbene girata in grandi ristrettezze, mai dal vivo, sempre in studio, approfittando di una nuova tecnologia basata sulla proiezione delle location, fosse comunque un film vero, una cosa seria. Anche queste puntualizzazioni mi ricordavano Federico, quando negli ultimi tempi si incaponiva, come un esordiente, su tutti quegli elementi che dovevano dimostrare che, sebbene il tempo fosse passato e il cinema cambiato, tutto ciò che faceva – anche la cosa più piccola – dovesse essere considerato a pieno titolo parte del meccanismo produttivo del cinema, non qualcosa di marginale, fatto con la mano sinistra, una regalia.

I due giorni di riprese furono fantastici. Fui accolto in famiglia, proprio come devono essere i film.

Una pellicola è il prodotto di un capofamiglia che, con tutta la sua casata, si adopera per realizzare la migliore opera possibile. E, per riuscirci, coinvolge in quel processo creativo l’intera sua cerchia: figli, mogli, nipoti, amici, conoscenti più stretti. Altro che “un film Netflix”: quello era un film Scola, e dentro c’erano tutte le ramificazioni possibili del mondo di Ettore. Che gioia aver avuto il privilegio di avere a che fare con ognuno di loro; ancora oggi sento di essere un po’ un loro familiare.

Passò del tempo e andammo a Venezia: anche quella fu una grande emozione. Ettore mi sembrò felice, smagliante nel suo elegante abito bianco. Arrivò dicembre e, il giorno della fine dell’anno, trovai una sua chiamata che non avevo raccolto ed era andata perduta. Chissà cosa voleva dirmi? Non eravamo soliti farci gli auguri, certamente voleva dirmi qualcosa. Tuttavia, non gli telefonai subito, per non disturbarlo; mi ripromisi di chiamarlo con il nuovo anno. Passarono alcuni giorni e seppi della sua scomparsa. La presi malissimo, e presi malissimo anche l’aver perso quella chiamata. Poi, invece, mi passò, convincendomi che quella telefonata in sospeso era un’opportunità: avevamo ancora qualcosa da dirci» (Sergio Rubini).

Museo di Roma – Sale primo piano. Piazza San Pantaleo, 10 – Piazza Navona, 2, Roma

Info:

Mostra: “Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati”. 2 maggio (apertura al pubblico) – 13 settembre 2026.

Orari: Dal martedì alla domenica ore 10:00-19:00. Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Chiuso il lunedì.

Biglietteria:

Biglietto “solo Mostra”

€ 11,00 biglietto “solo Mostra” intero;

€ 9,00 biglietto “solo Mostra” ridotto;

€ 4,00 biglietto “solo Mostra” speciale scuola ad alunno (ingresso gratuito ad un docente accompagnatore ogni 10 alunni);

€ 22,00 biglietto “solo Mostra” speciale Famiglie (2 adulti più figli al di sotto dei 18 anni);

€ 11,00 biglietto “solo Mostra” speciale Famiglie (1 adulto più figli al di sotto dei 18 anni);

Biglietto “cumulativo” Museo di Roma + Mostra

€ 19,00 biglietto “cumulativo” intero per i non residenti a Roma;

€ 13,00 biglietto “cumulativo” ridotto per i non residenti a Roma;

Ingresso con biglietto gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente.

Web: www.museodiroma.it

Mostra: “Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati”. Dal 2 maggio al Museo di Roma a Palazzo Braschi: https://www.gdmed.it/2026/05/01/mostra-ettore-scola-non-ci-siamo-mai-lasciati-dal-2-maggio-al-museo-di-roma-a-palazzo-braschi/

Ph.

Photo Credit Marino Festuccia

Giuseppe Longo

Ultime Notizie

Articoli Correlati