Ai Musei Capitolini , la mostra “Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo”

Roma – Dal 9 giugno ai Musei Capitolini – Villa Caffarelli. Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo. Fino al 13 dicembre 2026 un viaggio tra i colori del Messico attraverso una straordinaria selezione di oltre 140 opere, di cui trenta di

Diego Rivera, il pittore e muralista messicano più famoso al mondo.

Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo

Miguel Fernández Félix (Direttore del Museo Kaluz)

Alberto González Torres (Direttore del Museo Robert Brady)

La grande mostra Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo, ospitata presso i Musei Capitolini, rappresenta un progetto di primaria importanzanel quadro del dialogo culturale tra il Messico e l’Italia.

Per mesi, un ampio gruppo di studiosi, curatori e professionisti dei due Paesi ha lavorato alla realizzazione di questa esposizione, presentata a Roma e dedicata al pittore originario di Guanajuato, Diego Rivera, figura cardine dell’arte moderna messicana.

Il progetto curatoriale della mostra si articola in quattro sezioni tematiche: 1. Accademia e tradizione; 2. Il contributo di Diego Rivera e del Messico alle avanguardie europee; 3. Il Rinascimento culturale messicano; 4. Oltre il Realismo sociale.

Ciascuna di esse riunisce opere emblematiche dei secoli XIX e XX, accompagnate dai contributi critici di autorevoli storici dell’arte raccolti nei saggi di questo catalogo. Questa articolazione consente di ripercorrere le genealogie della modernita messicana, collocando la figura di Rivera al centro di una trama visiva e concettuale che intreccia tradizione, avanguardia e pluralita di linguaggi estetici.

La mostra si configura cosi come uno spazio dinamico di incontri, scambi e reinterpretazioni, da cui emerge la costruzione di un linguaggio visivo autonomo e distintivo dell’arte moderna messicana. Tale processo non nacque da una frattura improvvisa, né puo essere interpretato esclusivamente alla luce delle avanguardie del XX secolo: le sue radici affondano nella nascita stessa del Messico come nazione indipendente nel 1821, quando emerse l’esigenza di definire un’identita culturale capace di rappresentare un Paese nuovo, eterogeneo e in continua trasformazione.

In questo contesto, l’arte divenne uno strumento privilegiato per immaginare e costruire visivamente l’idea di “messicanita”, ma anche il veicolo di diversi progetti di trasformazione culturale, capaci di coniugare tradizione e modernita e di proiettare sulla scena internazionale un’immagine plurale, complessa e in costante ridefinizione della cultura nazionale.

Accademia e tradizione

L’Academia de San Carlos, principale istituzione per l’insegnamento artistico in Messico, fu fondata ufficialmente nel 1783, durante il regno di Carlo III di Spagna, con l’obiettivo di allinearsi ai modelli delle grandi accademie europee e di consolidare nel Vicereame un

sistema pedagogico ispirato agli ideali illuministi di ordine, razionalita e progresso. Fin dalle origini, l’istituzione adotto un modello formativo fondato sullo studio della tradizione classica, sul disegno dal vero e sull’osservazione rigorosa: pratiche che non solo definirono

l’insegnamento artistico, ma contribuirono anche a legittimare l’Accademia come centro di autorevolezza culturale.

Dopo il periodo di instabilita seguito all’Indipendenza del Messico, la riorganizzazione dell’Academia de San Carlos nel 1843 inauguro una nuova fase per la formazione artistica nel Paese. Tale riforma, sostenuta anche dai proventi statali dell’antica Lotteria Nazionale, comporto l’ammodernamento dei programmi di studio e l’apertura di un dialogo diretto con Roma, allora riconosciuta come la capitale internazionale dell’arte.

L’arrivo di maestri europei introdusse un linguaggio classicista che ridefini la pratica accademica messicana, proiettando nelle aule dell’Accademia l’eredita della tradizione romana. Parallelamente, furono chiamati in Messico docenti formatisi presso l’Accademia di San Luca di Roma e vennero istituite borse di studio affinché gli allievi piu meritevoli potessero perfezionare la propria formazione nella Citta Eterna.

Come sostiene Angélica Velázquez Guadarrama -attuale direttrice dell’Instituto de Investigaciones Estéticas de la Universidad Nacional Autónoma de México -fin dalla prima età moderna la citta di Roma divenne una meta imprescindibile per gli artisti, poiché si configurava come una cosmopolita “accademia vivente”. Sia per perfezionare la propria formazione sia per affermarsi nel panorama artistico europeo e americano, un soggiorno nella Città Eterna -breve o prolungato -costituiva una vera e propria consacrazione simbolica.

In questo contesto, l’autrice concentra la propria attenzione sugli studi, le esperienze, le reti di relazioni e gli scambi artistici dei pittori messicani che soggiornarono o si stabilirono a Roma tra il 1841 e il 1900, alcuni dei quali beneficiari di borse di studio dell’Academia de

San Carlos.

L’Urbe, allora considerata un autentico “emporio delle arti” -primato che nel tempo le sarebbe stato progressivamente sottratto da Parigi -offriva agli artisti provenienti da altre latitudini uno dei repertori visivi piu prestigiosi e diversificati: dalla “purezza formale” dell’antichita classica alle correnti estetiche dell’Ottocento, passando per i grandi modelli del Rinascimento e del Barocco. Tra i principali vantaggi di questo soggiorno vi erano la possibilita di frequentare i corsi di disegno dell’Accademia di San Luca, di lavorare negli atelier di artisti affermati e di acce dere a un vasto repertorio di modelli femminili e maschili per l’esecuzione delle proprie opere.

Numerosi artisti messicani si recarono in Italia nell’ambito di questo scambio culturale per perfezionare la propria formazione e, una volta rientrati in patria, assunsero incarichi di insegnamento presso l’Academia de San Carlos. Tra questi figurano Juan Cordero (Retrato de los escultores Tomás Pérez y Felipe Valero, 1847), Santiago Rebull (El sacrificio de Isaac, 1858) e José Salomé Pina (Retrato de niños, 1859), che contribuirono a consolidare una fondamentale genealogia pedagogica fondata sulla tradizione accademica europea. Altri artisti – come Pietro Gualdi, pittore, architetto e litografo italiano – lasciarono, durante il loro soggiorno in Messico tra il 1838 e il 1851, un’eredita significativa nella rappresentazione delle architetture monumentali, delle cattedrali e delle piazze di Citta del Messico.

Questo processo consolido un sistema pedagogico in cui la tradizione accademica europea si innesto nel contesto messicano, dando luogo a un dialogo costante tra eredita classica e istanze della modernita. La rigorosa formazione nel canone accademico forni agli studenti strumenti tecnici e teorici che resero possibile, in una fase successiva, la messa in discussione e, talvolta, la sovversione di quei medesimi modelli. Il rifiuto del classicismo non si configuro, dunque, come un gesto improvviso o istintivo, ma come una scelta consapevole, fondata su una solida preparazione intellettuale e tecnica, che consenti agli artisti fin de siècle di elaborare un linguaggio autonomo, capace di oltrepassare i confini dell’ambito accademico e nazionale.

Il linguaggio classicista che defini l’insegnamento accademico messicano nel XIX secolo fu introdotto direttamente da maestri europei giunti nel Paese nell’ambito di questo progetto educativo. Nel 1846 arrivarono in Messico due artisti catalani formatisi nell’ambiente romano: il pittore Pelegrín Clavé, allievo dei puristi italiani Tommaso Minardi e Johann Friedrich Overbeck, e lo scultore Manuel Vilar, allievo di Pietro Tenerani, a sua volta legato all’eredita dell’atelier neoclassico di Bertel Thorvaldsen.

A questi si aggiunse, alcuni anni piu tardi, il pittore piemontese Eugenio Landesio, il cui contributo risulto decisivo per l’affermazione del paesaggio come genere autonomo in Messico. Il suo metodo, introdotto nel 1855, univa l’osservazione scientifica dell’ambiente a un’interpretazione poetica della natura, elevando il paesaggio oltre la semplice descrizione topografica. Con il suo allievo José María Velasco si sviluppo una visione monumentale della Valle del Messico, in cui geografia, atmosfera e rigore compositivo si articolavano in una concezione della nazione fondata sul rapporto tra natura e vita quotidiana.

In questo modo, il paesaggio divenne uno dei primi generi visivi in grado di esprimere un’idea di identita messicana, ben prima dell’affermazione del nazionalismo pittorico del XX secolo. L’appropriazione critica dei modelli europei diede origine a una tradizione artistica ibrida, nella quale l’eredita accademica si trasformo in uno strumento di costruzione dell’immaginario nazionale. L’opera di José María Velasco costituisce un paradigma di questa sintesi, poiché il paesaggio si configura al tempo stesso come documento scientifico, costruzione estetica e allegoria della nazione.

La trasmissione del sapere si articolo cosi in una vera e propria catena formativa: Eugenio Landesio formo José María Velasco, la cui opera e attivita didattica segnarono una tappa fondamentale nella definizione del paesaggio come genere autonomo e nella costruzione di un’identita visiva messicana. Decenni piu tardi, l’influenza di Velasco si estese alle nuove generazioni di artisti formatisi presso l’Academia de San Carlos, tra cui il giovane Diego Rivera, che, pur prendendo successivamente le distanze dal canone accademico, beneficio di una solida preparazione tecnica che gli consenti di sviluppare un linguaggio artistico autonomo.

Su un altro versante, i cosiddetti “tipi popolari” e le scene di vita quotidiana -frequentemente associati al Costumbrismo ottocentesco anticiparono motivi iconografici destinati a riaffiorare con forza nell’arte messicana del XX secolo. Contadini, venditori ambulanti,

scene urbane e tradizioni locali iniziarono a essere integrati nella pittura come soggetti pienamente legittimi, affiancando progressivamente e talvolta sostituendo l’egemonia dei temi storici e religiosi.

E in questo contesto di continuita che va collocata la formazione di Diego Rivera. Dopo otto anni di studi presso l’Academia de San Carlos, sotto la guida di Antonio Fabrés, Germán Gedovius, Félix Parra e Santiago Rebull, parti per l’Europa con una preparazione tecnica solida, che gli permise di confrontarsi con sicurezza con i linguaggi della modernita.

Il viaggio fu reso possibile grazie a una borsa di studio concessa nel 1907 da Teodoro A. Dehesa, governatore dello Stato di Veracruz, che sostenne il giovane artista al termine del suo percorso di studi. Rivera giunse dapprima a Madrid, dove lavoro sotto la direzione di Eduardo Chicharro, figura centrale dell’accademismo spagnolo e futuro direttore dell’Accademia Spagnola a Roma. In questa fase consolido la propria padronanza del disegno, della composizione e della pittura storica, rafforzando un’impostazione formativa destinata a rivelarsi decisiva nel suo successivo percorso artistico.

Nel 1909 Diego Rivera si trasferi a Parigi, da dove intraprese diversi viaggi nell’Europa settentrionale, visitando Bruges, Londra e diverse citta dei Paesi Bassi. Questi soggiorni gli permisero di entrare in contatto con tradizioni pittoriche differenti e con l’ambiente cosmopolita delle avanguardie europee.

Nel 1910 fece ritorno temporaneamente in Messico per partecipare a una mostra organizzata in occasione del Centenario dell’Indipendenza; tuttavia, la sua permanenza coincise con lo scoppio della Rivoluzione messicana, circostanza che lo indusse a rientrare rapidamente in Europa per proseguire il proprio percorso formativo. Questo itinerario evidenzia come la formazione di Diego Rivera si inscriva in una vasta geografia culturale, segnata dall’incontro con maestri affermati, nella quale la disciplina accademica acquisita in Messico si amplio attraverso il contatto diretto con le tradizioni europee e con i linguaggi della modernita che avrebbero orientato la sua evoluzione verso il Muralismo, di cui divenne uno dei piu ferventi interpreti.

Sebbene le avanguardie successive abbiano messo in discussione i modelli accademici, molti dei temi destinati a definire la modernita messicana erano gia presenti nella cultura visiva ottocentesca. Il rinnovamento artistico non nacque, dunque, in opposizione netta all’accademia, ma come trasformazione progressiva dei suoi stessi fondamenti, in cui i generi costumbrista e paesaggistico divennero antecedenti diretti delle ricerche identitarie e nazionaliste del XX secolo.

In questa prospettiva, Angélica Velázquez Guadarrama propone un’analisi critica di questi processi di transizione e della loro rilevanza per il sistema artistico messicano del XIX secolo, prendendo in esame tanto la produzione artistica quanto l’insegnamento e la critica d’arte. Il suo studio si sviluppa a partire dall’analisi delle opere paradigmatiche presentate nella prima sezione della mostra.

Il contributo di Diego Rivera e del Messico alle avanguardie europee

Il Grand Tour, tradizione culturale che coronava l’educazione dell’aristocrazia europea, nacque nell’Inghilterra del XVIII secolo e consolido il proprio immaginario attraverso gli scritti di Lord Byron, Johann Joachim Winckelmann, Johann Wolfgang von Goethe e, nel XIX secolo, di John Ruskin, nei quali l’Italia emergeva come luogo privilegiato della formazione estetica e della contemplazione della bellezza classica.

All’inizio del XX secolo questa tradizione si ando progressivamente democratizzando, trasformandosi in uno strumento fondamentale di formazione estetica per gli artisti latino – americani: un mezzo attraverso cui acquisire capitale culturale e aggiornarsi sulle correnti dell’arte moderna. Gli studenti piu meritevoli, distintisi in esposizioni e concorsi accademici, aspiravano a borse di studio, finanziate dalle accademie o dal governo, per perfezionare la propria tecnica e, se possibile, tentare la fortuna con un soggiorno formativo in Europa. Il percorso cosmopolita divenne cosi una tappa quasi obbligata del processo di formazione artistica.

In un contesto ancora fortemente segnato da una visione eurocentrica dell’arte, risultava essenziale confrontarsi con i grandi modelli dell’antichita classica, della Roma antica, dell’Alto Rinascimento, della Grecia e della tradizione veneziana, oltre a partecipare ai Salon di Spagna, Francia, Belgio e Germania, secondo quell’ideale di internazionalismo culturale gia promosso in Messico dal governo di Porfirio Díaz. Seguendo la tradizione delle borse di studio e degli assegni di pensionato dell’Academia de San Carlos, numerosi artisti messicani intrapresero, nei primi decenni del XX secolo, viaggi di formazione in Europa. Tuttavia, a differenza dei percorsi accademici ottocenteschi, questi soggiorni non erano finalizzati esclusivamente al perfezionamento tecnico, ma anche all’inserimento attivo nelle nuove correnti artistiche che stavano ridefinendo la modernita occidentale.

L’esperienza europea divenne cosi un’occasione privilegiata di formazione cosmopolita, grazie alla quale gli artisti poterono entrare in contatto diretto con le avanguardie – Cubismo, Puntinismo, Fauvismo, Futurismo e Surrealismo – e con i dibattiti intellettuali che mettevano in discussione i limiti stessi della rappresentazione. Tali viaggi non implicarono soltanto un apprendimento formale, ma anche la costruzione di reti transnazionali e l’appropriazione critica di linguaggi che, una volta rielaborati in Messico, diedero vita a esiti originali e innovativi.

In questo contesto, artisti come Ángel Zárraga, Diego Rivera e Roberto Montenegro si inserirono con successo nei circuiti europei, non soltanto come studenti, ma come protagonisti capaci di raggiungere una solida maturita tecnica e un riconoscimento internazionale. La partecipazione ad atelier, Salon e circoli intellettuali consenti agli artisti di consolidare un profilo che andava ben oltre la formazione accademica, rendendoli interlocutori attivi nei dibattiti estetici del loro tempo. In questo contesto condivisero percorsi e frequentazioni con Ignacio Zuloaga, Santiago Rusinol e Pío Baroja a Madrid; con Hermen Anglada Camarasa nello studio di Eduardo Chicharro a Maiorca; nel circuito belga di Jan Toorop e negli ambienti aristocratici veneziani.

Sia Ángel Zárraga sia Diego Rivera, durante il loro soggiorno in Italia, rimasero profondamente colpiti dalle opere di Tintoretto – tra cui Le tre Grazie e Mercurio (1578, Palazzo Ducale, Venezia) -, la cui energia compositiva e il cromatismo drammatico divennero riferimenti decisivi per le loro successive ricerche artistiche. Nel 1906, durante il suo primo periodo europeo, Diego Rivera esploro il paesaggio urbano di Toledo (Vista de Toledo, 1912), la cui struttura monumentale e le prospettive rialzate influenzarono la sua concezione dello spazio, anticipando soluzioni formali che sarebbero riemerse tanto nella sua fase cubista quanto nella successiva elaborazione muralista. Poco dopo si trasferi a Parigi, allora indiscusso epicentro della creazione artistica. Negli atelier e nei caffe della boheme convivevano le ultime derivazioni dell’Impressionismo e le rotture che avrebbero dato origine al Fauvismo, al Cubismo e al Surrealismo programmatico.

Rivera si stabili a Montparnasse nel 1911 insieme alla pittrice russa Angelina Beloff, sua prima moglie, entrando a far parte di una comunita internazionale di artisti e intellettuali che comprendeva Pablo Picasso, Amedeo Modigliani, Piet Mondrian, Tsuguharu Foujita, Jean Cocteau, Guillaume Apollinaire e Ilya Ehrenburg. Tra il 1913 e il 1917, Rivera realizzo oltre un centinaio di opere cubiste, che lo consacrarono come protagonista attivo dell’avanguardia parigina. Lavori come Adoración de la Virgen (1912-1913) e Fusilero marino (1914) rappresentano momenti fondamentali di questa fase, incui sviluppo una notevole padronanza tecnica e compositiva, entrando in dialogo direttocon i principali esponenti del Cubismo.

L’artista stesso riconobbe in seguito la soddisfazionepersonale per essere stato accolto dal maestro indiscusso del movimento, PabloPicasso, del quale ammirava profondamente l’opera e rispettava il giudizio critico. Questo periodo testimonia l’immersione cosmopolita di Rivera nei linguaggi della modernità e la sua capacita di costruire un dialogo fertile tra la rigorosa formazione accademica ricevuta in Messico e le sperimentazioni formali delle avanguardie europee. L’esperienza parigina non solo lo mise in relazione con le reti intellettuali più influenti dell’epoca, ma gli consenti anche di confrontarsi con la frammentazione dello spazio, la scomposizione geometrica delle forme e la ricerca cromatica, strumenti che avrebbe successivamente rielaborato e integrato nel proprio progetto muralista in Messico a partire dagli anni Venti.

Altri artisti messicani svilupparono percorsi altrettanto significativi all’interno di questo ampio sistema di scambi internazionali. Roberto Montenegro soggiorno a Venezia, dove si immerse nell’ambiente artistico cosmopolita gravitante attorno all’eccentrica mecenate

Luisa Casati Stampa, figura emblematica del Decadentismo europeo. Successivamente lavorò a Maiorca, dove realizzo le sue prime esperienze di decorazione murale, anticipando la svolta monumentale che avrebbe caratterizzato l’arte messicana postrivoluzionaria. Da parte sua, David Alfaro Siqueiros, dopo aver partecipato attivamente alla Rivoluzione messicana, viaggio in diverse regioni d’Europa, entrando in contatto con le avanguardie artistiche e con i dibattiti politici del primo dopoguerra. In seguito, incorporo elementi del

Futurismo italiano, a partire dall’idea del movimento e della dinamizzazione dello spazio pittorico, principi che sarebbero rimasti centrali sia nella sua pittura da cavalletto sia nella produzione murale lungo l’intero arco della sua carriera.

Anche il percorso di Joaquín Clausell testimonia l’ampiezza di questi scambi. Esiliato a Parigi negli anni Novanta dell’Ottocento per la sua opposizione al regime di Porfirio Díaz, entro in contatto con l’Impressionismo attraverso Camille Pissarro. Al suo ritorno in Messico, sviluppo una pittura paesaggistica caratterizzata da grande liberta luministica e cromatica. Tuttavia, non tutti gli artisti messicani sperimentarono la modernita attraverso l’esperienza diretta del viaggio in Europa. Cio non significo rimanere estranei ai processi di rinnovamento estetico, poiché le avanguardie giunsero comunque in Messico attraverso maestri formatisi all’estero, esposizioni internazionali, pubblicazioni specializzate e reti intellettuali transnazionali.

In questo stesso clima di trasformazione nacquero iniziative che misero in discussione il modello accademico tradizionale. Un esempio significativo fu la creazione, nel 1913, delle Escuelas de Pintura al Aire Libre, promosse da Alfredo Ramos Martínez in seguito allo scio pero studentesco che aveva contestato il carattere rigido ed eccessivamente normativo dell’Academia de San Carlos. Alfredo Ramos Martínez visse in Europa tra il 1898 e il 1910, soprattutto a Parigi, dove entrò in contatto con il Postimpressionismo e con modelli pedagogici alternativi ispirati all’esperienza della Scuola di Barbizon. A partire da queste influenze, privilegio l’osservazione diretta e la spontaneità del processo creativo.

La natura aperta di queste scuole consenti, inoltre, la partecipazione di donne, bambini e ceti popolari, ampliando e democratizzando l’accesso alla creazione artistica. In questo modo, le Escuelas de Pintura al Aire Libre si trasformarono in un laboratorio pedagogico e sociale che anticipo la pluralità dei linguaggi e la dimensione comunitaria dell’arte messicana. Nel suo saggio, Sandra Zetina, studiosa specializzata in Diego Rivera, esamina i soggiorni degli artisti messicani – in particolare quello di Rivera – in Spagna, Francia e Italia, mettendo in luce i percorsi attraverso cui i linguaggi delle avanguardie europee furono assimilati, reinterpretati o rielaborati nei diversi contesti artistici.

L’autrice si concentra inoltre sull’apprendistato d’avanguardia di Diego Rivera a Parigi e, in particolare, sul suo interesse per l’Italia come depositaria della tradizione estetica e come modello originario per la comprensione della pittura murale. Viene sottolineato come Rivera si distacchi progressivamente dai modelli classici prediletti dall’accademia, alla ricerca di nuovi parametri formali e di un punto di partenza autonomo per l’avanguardia messicana. In questo senso, Rivera non si limita ad appropriarsi criticamente delle esperienze europee, ma le rielabora in un linguaggio capace di articolare una modernità latino-americana a vocazione universale.

Il Rinascimento culturale messicano

In questa terza sezione sono riunite opere che affrontano alcuni dei temi centrali del Messico postrivoluzionario: la Rivoluzione messicana, la costruzione dell’identita nazionale, il Muralismo, la modernità urbana, la citta cosmopolita, il mondo rurale e i suoi abitanti,

fino alle posizioni critiche e disincantate che caratterizzano il periodo successivo al conflitto, con Diego Rivera come figura cardine della cosiddetta “Scuola Messicana” di Pittura.

La sezione, intitolata “Rinascimento culturale messicano”, mette in luce come tanto la Scuola Messicana di Pittura quanto il Muralismo si affermino quale espressione più visibile della modernità artistica nella prima meta del XX secolo. Questa centralita, tuttavia, non esaurisce il panorama dell’epoca, ma coesiste con altre correnti creative che, da prospettive differenti, si confrontano con il predominio della cultura nazionalista e con i suoi modelli egemonici. Ne emerge un campo artistico pluralistico, in cui la narrazione monumentale e pedagogica del Muralismo dialoga con esperienze divergenti, dalla sperimentazione delle avanguardie internazionali fino all’esplorazione intimista di generi come il paesaggio o il ritratto.

Dopo la Rivoluzione, la pittura murale recupero, infatti, la propria funzione pubblica e pedagogica, assumendo una nuova valenza sociale e politica. Nel 1921 José Vasconcelos, allora Segretario della Pubblica Istruzione, promosse un ambizioso programma culturale che chiamo numerosi artisti a intervenire sulle pareti degli edifici pubblici. Vasconcelos, che concepiva l’educazione come una forma di trasformazione collettiva, attribuiva all’immagine un ruolo pedagogico e ideologico decisivo in un Paese con alti livelli di analfabetismo.

In questo contesto, parallelamente alla Scuola Messicana di Pittura, il Muralismo si affermo sia come progetto estetico sia come strumento di costruzione culturale dello Stato postrivoluzionario. Negli anni Venti, nell’ambito del progetto nazionalista ufficiale, furono ripristinate le Escuelas de Pintura al Aire Libre, concepite per favorire l’espressione spontanea e diretta di bambini e adulti delle periferie urbane. La pittrice Rosario Cabrera diresse due di queste scuole, quella di Coyoacán e quella di Chimalistac, svolgendo un ruolo fondamentale nella continuità pedagogica di questo progetto innovatore. Parallelamente vennero organizzate le Missioni culturali, destinate a portare l’alfabetizzazione e l’istruzione di base nelle regioni più remote del Paese, alle quali parteciparono Diego Rivera, Fermín Revueltas, Carlos Mérida, Roberto Montenegro e Pablo O’Higgins. Queste iniziative ampliarono l’accesso all’educazione artistica e contribuirono a strutturare un progetto pedagogico di ampia portata nazionale, nel quale la creazione artistica si intrecciava con la trasformazione sociale e con la costruzione della cittadinanza. In questo processo di definizione di un’arte nazionale si diffuse il Método de Dibujo di Adolfo Best Maugard, introdotto nelle scuole ufficiali come sistema normativo volto a codificare le forme elementari della tradizione visiva messicana. Allo stesso tempo furono organizzate grandi esposizioni di arte popolare promosse da Dr. Atl, che rivendicavano la produzione artigianale e le tradizioni locali come componente essenziale del patrimonio culturale.

Anche il ruolo politico e sociale di organizzazioni legate alla sinistra comunista – come il Sindicato de Obreros Técnicos, Pintores y Escultores (1923), il giornale El Machete (1924), la Liga de Escritores y Artistas Revolucionarios (1934) e il Taller de Gráfica Popular (1937) – risulto determinante nel consolidare la dimensione ideologica dell’arte e la sua diffusione di massa attraverso forme di arte pubblica. Al suo ritorno in Messico nel 1921, Rivera apporto all’arte moderna una visione rinnovata, arricchita da nuovi miti, forme e tecniche. Il suo primo murale su commissione, La creación (1922-1923), realizzato nell’Anfiteatro Bolívar dell’Antiguo Colegio de San Ildefonso, dispiega un’iconografia universalista con allegorie della musica, della poesia, del teatro e della danza, su uno sfondo blu e oro che evoca la Cappella degli Scrovegni di Padova.

Questo ritorno consapevole ai modelli storici diede origine a quello che fu ben presto definito “Rinascimento messicano” – espressione utilizzata dal pittore muralista Jean Charlot in un ampio studio dedicato proprio al “Rinascimento del Muralismo messicano” -, risultato di un duplice processo: da un lato, il recupero di tecniche monumentali come l’affresco e di elementi iconografici classici; dall’altro, la rivalutazione delle culture originarie e dei settori della societa storicamente emarginati. Contadini, indigeni e operai presero il posto un tempo riservato a santi e sovrani, rinnovando la tradizione visiva occidentale da una prospettiva messicana attraverso tecniche quali l’incisione, la scultura e la pittura da cavalletto.

L’Antiguo Colegio de San Ildefonso, nel centro di Citta del Messico, divenne uno degli spazi inaugurali di questo programma di pittura murale e, guardando retrospettivamente, la culla stessa del Muralismo. Tra i primi artisti convocati figuro Diego Rivera che, dopo oltre un decennio trascorso in Europa, chiese di poter compiere un viaggio di studio in Italia prima di iniziare il proprio lavoro in Messico. José Vasconcelos accetto di finanziare il viaggio nel novembre del 1920 affinché Rivera potesse studiare direttamente i grandi cicli murali del Rinascimento italiano – a Venezia, Verona, Padova, Ravenna – come racconta Jean Charlot nel saggio Rivera en Italia (Magazine of Art, n. 1, gennaio 1953).

Il movimento muralista raggiunse rapidamente una proiezione internazionale: Rivera dipinse a San Francisco, Detroit e New York; José Clemente Orozco sviluppo progetti a New York, in California e nel New Hampshire; David Alfaro Siqueiros realizzo opere in vari paesi dell’America Latina e negli Stati Uniti, consolidando il movimento come uno dei contributi piu influenti dell’arte del XX secolo. Sebbene venga spesso associato ai “Tre Grandi” – Rivera, Orozco e Siqueiros – il Muralismo fu un fenomeno collettivo, alimentato da differenti tradizioni visive e dalla partecipazione di numerosi artisti, messicani e stranieri, che ne ampliarono le possibilità espressive. Tale movimento, tuttavia, presentava orientamenti eterogenei. Nella sua fase iniziale coesistettero posizioni ideologiche ed estetiche differenti: alcuni artisti assunsero esplicite posizioni politiche, mentre altri intrapresero percorsi diversi. Rufino Tamayo e María Izquierdo, ad esempio, si orientarono verso una pittura meno dottrinaria e maggiormente concentrata sulla ricerca cromatica e formale. Con il tempo, nuove generazioni di muralisti, come Jorge González Camarena, José Chávez Morado e Juan O’Gorman, svilupparono proposte nelle quali l’accento si sposto verso indagini simboliche e formali piu ampie. Parallelamente, i principi estetici del Muralismo trascesero il muro: la monumentalità compositiva, l’esaltazione del popolare e la costruzione simbolica della figura umana furono trasferite nella pittura da cavalletto. Dr. Atl, Manuel Rodríguez Lozano e Frida Kahlo, per citare alcuni artisti, orientarono le proprie ricerche verso temi come il paesaggio, il ritratto e il dramma sociale del popolo, conferendogli una forte impronta personale e nuove direzioni espressive.

Sebbene con il passare dei decenni il Muralismo abbia perso coesione come programma collettivo, lascio un’eredita fondamentale, riuscendo ad articolare tradizione classica, sperimentazione d’avanguardia, immaginari mesoamericani e una nuova rappresentazione dei ceti popolari e lavoratori. Lo studioso Erick García Sánchez esamina il paradigma dell’arte moderna messicana da una prospettiva rinnovata, ampliandone il quadro interpretativo e mettendo in discussione le narrazioni consolidate. Pur essendosi affermato come il movimento artistico di maggiore rilevanza nella prima meta del XX secolo, il Muralismo deve infatti essere collocato all’interno di una rete più ampia di genealogie, relazioni e tensioni, che consenta di riconsiderarne criticamente la centralità nella storiografia dell’arte messicana. Da questa prospettiva, l’autore analizza opere che testimoniano la varietà delle proposte estetiche e visive del periodo, mostrando come la modernità messicana non sia stata un fenomeno unitario, bensì un campo polifonico nel quale confluirono molteplici linguaggi, immaginari e strategie di rappresentazione.

Questa rilettura critica prende in esame opere e proposte di artisti attivi in tecniche e generi differenti, mettendo in discussione la visione della Scuola Messicana di Pittura come movimento omogeneo e sottolineando la necessita di affrontare la modernità artistica messicana da una prospettiva plurale, critica e comparativa. A supporto del percorso espositivo, questo nucleo include due materiali audiovisivi che documentano l’ampiezza e la complessita dell’attivita muralista in Messico. Da un lato viene presentato il lavoro del documentarista Diego López, Un retrato de Diego Rivera. La revolución de la mirada (2007), che offre un approccio cinematografico alla figura del pittore e al suo interesse per la fisionomia delle persone, la vita dei mercati e l’archeologia, sempre con matita e taccuino alla mano. Dall’altro e incluso il video Pinta la Revolución. Arte moderno y mexicano 1910-1950 (2017), un progetto di ampio respiro realizzato in collaborazione tra il Museo del Palacio de Bellas Artes e il Philadelphia Museum of Art. Entrambi i documenti audiovisivi non solo completano l’esperienza espositiva, ma consentono anche allo spettatore di collocare il Muralismo e l’arte moderna messicana all’interno di un quadro interpretativo piu ampio, nel quale si intrecciano le dimensioni pedagogica, politica ed estetica della produzione visiva.

Oltre il Realismo sociale

In Messico, a partire dalla Rivoluzione del primo decennio del XX secolo, lo sviluppo delle arti fu condizionato sia dalle istituzioni ufficiali sia dalla volontà di un gruppo di pittori politicizzati e di orientamento comunista, che promossero la pittura murale e l’arte pubblica come emblemi di un’arte autenticamente messicana, concepita quale paradigma pittorico all’interno di un progetto di trasformazione culturale e di coesione sociale.Tuttavia, in questo periodo emerse una vasta pluralità di tendenze che, sotto l’influsso degli “ismi” europei di rottura, stimolarono progressivamente nuovi processi di modernizzazione artistica e di ridefinizione dell’identita nazionale e latino-americana. Queste correnti introdussero linguaggi artistici rinnovati e ampliarono l’orizzonte critico della produzione visiva. Parallelamente si svilupparono reazioni alla corrente nazionalista da parte di gruppi di letterati e artisti dissidenti – non sempre militanti politici, ma legati alla sinistra intellettuale -, che misero in discussione l’omogeneita del discorso ufficiale e aprirono spazi alla sperimentazione estetica e alla riflessione critica. Mentre il Muralismo consolidava l’immagine della nazione sui muri pubblici, una generazione di artisti esplorava percorsi paralleli, lontani dai temi eroici e dalla narrativa ufficiale postrivoluzionaria. Senza abbandonare i riferimenti identitari messicani, queste proposte rivolsero lo sguardo verso ambiti piu intimi, simbolici e sperimentali, nei quali il tradizionale, il popolare, il circo, la fiera e la festa venivano reinterpretati secondo prospettive personali e moderne. Si consolido cosi un’estetica prossima al naïf, nella quale l’apparente semplicita formale operava come strategia consapevole per ripensare il rapporto tra tradizione e identita. Due gruppi segnarono il risveglio del clima culturale messicano negli anni Venti: gli “Estridentistas” e i “Contemporáneos”. Si tratta di due movimenti fondamentali nella storia intellettuale e artistica del Messico, i cui contributi sono stati ampiamente studiati dalla storiografia per le loro ripercussioni non solo nel contesto immediato, ma anche nella successiva configurazione della cultura visiva e letteraria del Paese.

Lo Stridentismo, con il suo spirito di rottura e la sua vocazione alla modernizzazione estetica, introdusse un linguaggio urbano e provocatorio in dialogo con le avanguardie europee – come il Dadaismo e il Futurismo -, mentre i Contemporáneos, da una prospettiva piu riflessiva e cosmopolita, aprirono spazi di critica e di rinnovamento letterario e artistico.

A partire dagli anni Quaranta, le trasformazioni sociali derivanti da una rapida crescita economica modificarono in modo sostanziale l’orientamento delle arti in Messico. Il Paese passò da un’arte indigena e nazionalista a una produzione cosmopolita e internazionale, nella quale vennero introdotti nuovi temi e linguaggi capaci di riflettere la coscienza del cambiamento sociale e culturale. Questo processo si sviluppo in un contesto di intensa effervescenza, segnato dalla crescita vertiginosa delle citta e dall’emergere di nuove sensibilità urbane. Diversi artisti integrarono nella propria pratica creativa le influenze pittoriche dei movimenti di modernizzazione e dei linguaggi assimilati durante i soggiorni europei, trasformandoli successivamente in proposte personali dai registri eterogenei.

Tra la fine degli anni Trenta e gli anni Quaranta, il panorama artistico messicano fu profondamente trasformato dall’arrivo di numerosi artisti europei in esilio a causa della guerra. Questo fenomeno favori un intenso scambio intellettuale che consolido la posizione del Messico come spazio attivo all’interno delle reti internazionali d’avanguardia.

Figure come Wolfgang Paalen, Remedios Varo e Leonora Carrington trovarono nel Paese un terreno fertile per sviluppare nuove esplorazioni visive e instaurare un dialogo con gli artisti locali, generando un’atmosfera cosmopolita che arricchi la modernita messicana. Con il passare degli anni emersero espressioni e linguaggi artistici che riuscirono ad affermarsi al di la dei “confini” del Realismo sociale e del tardo nazionalismo. Questi cambiamenti si manifestarono in due direzioni complementari: da un lato, i giovani pittori, individualisti e critici nei confronti dell’establishment, rifiutavano l’arte con un messaggio sociale e l’iconografia utopica di una societa senza classi; dall’altro, il clima culturale del Paese favoriva la polemica, il dibattito e il rinnovamento, accompagnati dall’apertura di gallerie private, musei e Salon che promuovevano nuove manifestazioni visive in opposizione al canone del Realismo sociale.

L’idea di “messicanita” cesso cosi di essere rappresentata esclusivamente attraverso il racconto storico collettivo per manifestarsi nella sfera privata, emotiva e soggettiva. L’interesse per l’introspezione rispondeva anche al contesto storico. Alcuni artisti messicani esplorarono dall’interno malinconia, incertezza e silenzio. María Izquierdo, Rufino Tamayo, Manuel Rodríguez Lozano e Agustín Lazo svilupparono scene di architetture vuote, cieli densi e figure umane immobili che evocavano stati psicologici piu che narrazioni storiche. Il linguaggio collettivo e di esegesi sociale e politica coltivato dai nazionalisti lascio gradualmente spazio all’affermazione del pittore come individuo, piu che come semplice interprete delle idee rivoluzionarie. In questo processo, tanto le correnti denominate “arte fantastica” quanto la pittura metafisica trovarono in Messico un terreno particolarmente fertile.

L’arte fantastica viene riconosciuta come una tendenza propria della tradizione artistica messicana, presente gia in epoche precedenti e caratterizzata dall’irruzione di elementi apparentemente assurdi o straordinari nella quotidianita, capaci di aprire un orizzonte dell’insolito e del visionario. Dall’altra parte, la pittura metafisica – nata in Italia nel 1917 attorno alla figura del pittore-filosofo Giorgio de Chirico e nota per la creazione di spazi enigmatici e silenziosi, concepiti come una poetica visiva dell’enigma – si diffuse anche in Messico attraverso una serie di interpreti di spicco, tra cui Rufino Tamayo, María Izquierdo, Carlos Orozco Romero e Roberto Montenegro.

La presenza dei surrealisti in Messico non significo l’introduzione di un’estetica completamente nuova. Fin dagli anni Venti circolavano nel Paese riviste internazionali d’arte e di pensiero, e le discussioni attorno al Manifesto surrealista del 1924 comparvero sulla stampa messicana appena un anno dopo. Diversi artisti coltivavano gia linguaggi vicini all’onirico e alle atmosfere metafisiche, esplorando dimensioni soggettive della realtà prima ancora dell’arrivo degli esuli europei. Sebbene Diego Rivera abbia difeso soprattutto un’arte di carattere sociale e nazionalista, svolse un ruolo rilevante nel dialogo internazionale con la corrente surrealista, sostenendo la visita di André Breton in Messico nel 1938 e ospitandolo nella propria casa di Coyoacán. Questo avvicinamento culmino nell’incontro con Leon Trotsky e nella redazione del Manifesto ¡Por un arte revolucionario independiente!, firmato nel 1938, oltre che nella successiva Exposición Internacional del Surrealismo, inaugurata nel gennaio del 1940 presso la Galería de Arte Mexicano di Inés Amor e organizzata da Breton insieme a César Moro e Wolfgang Paalen.

La mostra, alla quale partecipo anche Diego Rivera, mise in evidenza le affinita tra le ricerche surrealiste e gli immaginari gia presenti in Messico, oltre alla volonta di estendere il Surrealismo ad altri contesti culturali. Questo episodio testimonia la capacita di Rivera di inserirsi nei dibattiti transnazionali e di riconoscere la forza dell’irrazionale, dell’onirico e del simbolico, dimensioni che trovano eco anche nella sua produzione artistica. Esempi di questa tendenza nella sua opera sono Los vasos comunicantes (1938), immagine ideata per annunciare le conferenze di Breton in Messico, e Las tentaciones de San Antonio (1947), dove ironia, satira ed esplorazione del fantastico si trasformano in risorse artisticheche ampliano il suo registro creativo. Queste opere mostrano inoltre come l’artista, pur mantenendo una posizione centrale nel Muralismo e nel Realismo sociale, abbia saputo integrare un immaginario ludico e critico.

Il dialogo tra il fantastico, il metafisico e il surrealista costituisce dunque un asse fondamentale della storia culturale messicana, popolato da artisti che spesso oscillano tra questi diversi ambiti, rivelando tanto l’appropriazione di riferimenti europei quanto la loro reinvenzione in chiave locale. E inoltre evidente l’integrazione di immaginari popolari e sensibilità autoctone che conferiscono originalita a queste correnti nel contesto messicano.

Le opere riunite in quest’ultima sezione, dedicate alle correnti fantastica, metafisica e surrealista, compongono un discorso visivo che intende rendere conto sia dell’influenza delle avanguardie internazionali sia delle esplorazioni autonome maturate nel crogiolo culturale della prima meta del XX secolo. Questi lavori non solo mettono in luce le poetiche, le tendenze e i linguaggi visivi coltivati dai pittori messicani e dagli artisti stranieri stabilitisi nel Paese, ma mostrano anche come tali pratiche abbiano contribuito in modo decisivo alla configurazione del panorama culturale e alla ridefinizione della modernità artistica in Messico.

La rilettura critica di queste tendenze artistiche nel quadro della scuola nazionalista – tema affrontato nel saggio di Arturo López Rodríguez – evidenzia l’inventiva e il contributo di numerosi artisti che, da posizioni differenti, intervennero nei dibattiti globali sulla modernità e sull’avanguardia, al di la del canone del Realismo sociale. Collocando queste correnti in dialogo con il Muralismo e con le proposte nazionaliste, emerge un campo artistico plurale, nel quale la sperimentazione formale e l’esplorazione soggettiva si trasformarono in strategie per mettere in discussione la corrente figurativa dominante e ampliare le possibilità della modernità visiva messicana.

Musei Capitolini. Villa Caffarelli. Piazza del Campidoglio 1, Roma

Info:

Mostra: “Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo” (9 giugno – 13 dicembre 2026).

Orari: Tutti i giorni 9.30-19.30. Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura.

Biglietteria:

Biglietto “solo Mostra” “Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo” (Musei Capitolini – Villa Caffarelli, 9 giugno – 13 dicembre 2026)

€ 15,00 biglietto “solo Mostra” intero;

€ 13,00 biglietto “solo Mostra” ridotto (categorie aventi diritto alla riduzione cittadini dell’Unione Europea di età compresa tra i sei e i venticinque anni e superiore ai 65 anni; ai giornalisti previa esibizione di idoneo documento comprovante l’attività professionale svolta; agli insegnanti);

€ 4,00 biglietto “solo Mostra” speciale scuola ad alunno (ingresso gratuito ad un docente accompagnatore ogni 10 alunni);

€ 22,00 biglietto “solo Mostra” speciale Famiglie (2 adulti più figli al di sotto dei 18 anni);

€ 11,00 biglietto “solo Mostra” speciale Famiglie (1 adulto più figli al di sotto dei 18 anni);

Ingresso con biglietto gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente:

per tutti nella fascia di età al di sotto dei 6 anni; ai portatori di handicap e al loro accompagnatore; alle guide turistiche dell’Unione Europea; agli interpreti turistici dell’ Unione Europea quando occorra la loro opera a fianco della guida, mediante esibizione di valida licenza rilasciata dalla competente autorità; al personale della Sovrintendenza Capitolina; ai membri dell’ICOM (International Council of Museum), ai soci ICOMOS (International Council on Monument and Sites) e ai membri degli Istituti di cultura stranieri e nazionali quali Accademia dei Lincei, Istituto di Studi Romani,Amici dei Musei di Roma, ICCROM.

Ingresso con biglietto gratuito ai soli Musei Capitolini e alle mostre “Angeli. Messaggeri, custodi e viandanti. Le sublimi creature dal Trecento al Novecento” e “Vasari e Roma” per i residenti a Roma e nella Città Metropolitana previa presentazione in biglietteria della carta di identità, i quali potranno, invece, accedere alla Mostra “Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo” con l’acquisto del biglietto “solo Mostra” secondo la tariffazione sopra indicata.

Ingresso con biglietto gratuito ai soli Musei Capitolini e alle mostre “Angeli. Messaggeri, custodi e viandanti. Le sublimi creature dal Trecento al Novecento” e “Vasari e Roma” per i possessori della “MIC Card”, i quali potranno, invece, accedere alla Mostra “Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo” con l’acquisto del biglietto “solo Mostra” ridotto secondo la tariffazione sopra indicata.

Ingresso alla Mostra “Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo” con l’acquisto del biglietto “solo Mostra” ridotto secondo la tariffazione sopra indicata per i possessori della “Roma Pass” 72 ore e 48 ore.

Biglietto “cumulativo” ingresso Musei Capitolini + mostre “Angeli. Messaggeri, custodi e viandanti. Le sublimi creature dal Trecento al Novecento” e “Vasari e Roma” + Nuovo spazio espositivo con Mostra “Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo” per i non residenti a Roma con riduzione del biglietto di € 4,00 € 27,50 biglietto intero; € 23,50 biglietto ridotto;

Ingresso con biglietto gratuito o ridotto per le categorie previste dalla tariffazione vigente.

Promotori: Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

Organizzatore: Associazione MetaMorfosi, in collaborazione con Zètema Progetto Cultura.

Progetto scientifico a cura di: Miguel Fernández Félix e Alberto González Torres.

Catalogo: Gangemi Editore

Info Mostra:

Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00).

www.museicapitolini.org

www.museiincomune.it

www.zetema.it

Foto: Diego Rivera Capitolini. Ph. Wps.

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