L’UE deregolamenta le nuove tecnologie genetiche. L’inizio della stagione buia dell’agricoltura

«Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un’epoca di saggezza, era un’epoca di follia, era tempo di fede, era tempo di incredulità, era una stagione di luce, era una stagione buia, era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi, e futuro non avevamo, diretti verso il paradiso, eravamo incamminati nella direzione opposta.» (Charles Dickens – Racconto di due città)

17 giugno 2026: l’Unione Europea approva la deregolamentazione delle NTG-1 (Nuove Tecniche Genomiche). A fare da capofila alla proposta c’è l’Italia. Quella stessa Italia del “sovranismo alimentare”, quella di un governo contraddittorio che a parole dichiara di difendere la sua identità e i suoi agricoltori, custodi della biodiversità, ma che nei fatti disattende tutte le sue promesse; una prassi, ormai, nella ben rodata politica italiana.

Lo stesso Paese che vanta le regolamentazioni sul biologico più stringenti d’Europa, ipoteca ancora di più il suo comparto agricolo, abbandonato e vessato da politiche al limite della follia, totalmente scollate dalle esigenze reali di un settore produttivo osannato solo tramite i proclami e messo in ginocchio nella realtà dei fatti.

Si apre un’epoca nuova, che promette di portarci verso un paradiso di finti problemi risolti. Le NTG promettono di risolvere le difficoltà di produzione e di adattamento al riscaldamento globale e alla siccità. Esattamente come i semi autoctoni, che sono stati sostituiti da nuovi semi ottenuti attraverso mutagenesi indotta negli anni Settanta: hanno eliminato migliaia di anni di adattabilità genetica per sostituirla con varietà meno resilienti, ma “cartellinate” e in mano alle ditte sementiere, oggi divenute multinazionali con capitali superiori ai PIL degli Stati che dovrebbero regolamentarle. Le leggi dell’economia, però, ci insegnano che quando la bestia è troppo forte divora la mano che l’ha nutrita. Così, i colossi dei semi hanno ottenuto finalmente la tanto agognata liberalizzazione, auto-investendosi del ruolo di cavalieri della salvezza del comparto agricolo.

Nella pratica, ci dicono che le NTG non siano molto diverse dalle varietà già coltivate. Eppure, trattandosi di alterazioni basate sulla tecnologia CRISPR, non se ne conoscono ancora gli effetti a lungo termine, dando per scontato che non rappresentino un rischio per la salute umana. La stessa presunzione è stata usata con i grani moderni, che la scienza di oggi ha dimostrato avere un glutine diverso e meno digeribile di quello autoctono, responsabile di intolleranze e stati di infiammazione continua che hanno portato alla demonizzazione dei carboidrati.

L’introduzione di queste varietà comporta il rischio concreto di ibridazione con le colture nei campi, comprese quelle biologiche. Tanto che si è già previsto un limite di tolleranza legale, oltre il quale il raccolto perde di fatto la sua commerciabilità, costringendo i produttori biologici a stipulare assicurazioni per ovviare a un’eventuale perdita e aggravando così un comparto già costretto a pagare la gabella della certificazione con ulteriori spese.

Dà da pensare che le NTG-1 siano state liberalizzate, ma non possano essere coltivate in regime biologico, rappresentando anzi una minaccia per quest’ultimo. Viene da chiedersi con quale coerenza si parli di sostenibilità, per poi deregolamentare biotecnologie che non si ritengono compatibili con il metodo agricolo che dovrebbe rappresentare il futuro.

Come se non bastasse, il prodotto finale è equiparato a una coltivazione convenzionale e per tale ragione non vi è obbligo di indicazione in etichetta: questo significa che, a partire dal 2028, potremmo trovarci a comprare al supermercato pane o pasta derivanti da un grano NTG-1 a nostra totale insaputa.

E per finire in bellezza, i singoli Stati, le Regioni o i Comuni non possono opporsi all’uso delle NTG sul proprio territorio. A tutto questo si aggiunge la scure del brevetto industriale, che trasforma definitivamente gli agricoltori in braccianti a cottimo che vivono di sussidi e contributi; operatori che non decidono cosa coltivare e che “comprano” un seme come se stessero sottoscrivendo un abbonamento a vita con le ditte sementiere. Aziende che si ergono a proprietarie di semi che, una volta, erano un bene di famiglia, una dote, un regalo fatto dalla natura perché potessimo nutrirci. Il governo del “Made in Italy” ha consegnato il suo comparto in mano alle compagnie proprietarie dei brevetti, e viene spontaneo chiedersi che fine farà quel patrimonio UNESCO che è la cucina italiana, quando i prodotti ricavati da NTG invaderanno gli scaffali dei nostri supermercati.

Tutto questo accade nell’annata delle proteste e della chiusura delle borse merci del grano, e della creazione del CUN (Commissione Unica Nazionale). Un sistema che “tutela” così bene i granicoltori da far crollare il grano duro a 22 centesimi al chilo. Ci hanno imposto varietà che dovevano riempire i granai e che, invece, non riescono ad andare oltre i 30 quintali per ettaro, dipendendo in modo patologico dall’urea; un sistema produttivo difeso come “di qualità”, ma che in realtà si è dimostrato un tradimento delle promesse fatte, tanto quanto questo esecutivo finto sovranista.

Alimentarsi è un atto politico. Quando compiamo la scelta d’acquisto, dobbiamo decidere di comprare locale, di stagione, scegliendo varietà che conosciamo e preferendo, dove possibile, l’acquisto diretto nei mercati dei produttori. Non possiamo lasciare le scelte in mano ad altri, e soprattutto a questo governo, incapace di tutelare il nostro comparto più prezioso da cui dipende anche la nostra salute. Allo stesso modo, le nostre scelte politiche devono rivolgersi altrove: là dove l’identità è una risorsa e non un problema da eliminare per accontentare le multinazionali di turno.

Le soluzioni a questa deriva ci sono: dagli “agricoltori custodi” ai marchi De.Co. (Denominazione Comunale), figure e certificazioni che permettono di tutelare nei territori le biodiversità locali minacciate. La nostra attenzione, contrariamente a quella modaiola e di facciata dell’attuale compagine politica (da destra a sinistra), deve rivolgersi verso i suoli, unico bene prezioso da tutelare. Non esistono politiche di rigenerazione reali: il suolo rimane il grande escluso dal ciclo colturale, nonostante sia l’origine e il punto di partenza dell’agricoltura. Un elemento vitale ormai depauperato, trattato come un semplice substrato e tenuto in vita a suon di concime chimico.

Se non vogliamo diventare persone senza un futuro, se non vogliamo incamminarci verso un nuovo inferno, dobbiamo prendere consapevolezza e uscire dal torpore in cui stiamo vivendo. Tempi in cui è diventato normale mettere la sicurezza alimentare nelle mani di chi mira a brevettare qualsiasi forma di essere vivente. Un filo della maglia si è sfilato; facciamo attenzione a non far saltare l’intera trama. Perché allora, questi, saranno davvero solamente i tempi peggiori.

Giovanni Luca Sciovè

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