Contributo al volume di Danilo Maniscalco, Fallimento ZEN. Lo strano caso di una periferia italiana “irrisolta” nella Palermo contemporanea, Serradifalco, Palermo 2026
Palermo – Nel 1989 Edoardo Bennato incise ZEN, un singolo non particolarmente riuscito. Sicuramente non è orecchiabile e ispirato come i brani degli album Burattino senza fili (1977) e Sono solo canzonette (1980). Bennato adottò per ZEN un rock duro e persino sgradevole, che può corrispondere alla sua intenzione di denunciare un’operazione sbagliata dal punto di vista urbanistico. Non è un caso che una strofa della canzone ripetuta più volte dica: Non c’è ragione. No. Non c’è ragione. Com’è noto il cantante napoletano si era laureato in Architettura al Politecnico di Milano nel 1988 e conosceva bene l’influenza dell’ideologia su questa disciplina.

Erano anni in cui nessuno poteva permettersi di criticare i mostri sacri dell’architettura contemporanea. Nel 1982 era stato pubblicato Maledetti architetti (From Bauhaus to our house) di Tom Wolfe, il giornalista che aveva già coniato l’espressione radical chic per stigmatizzare le cattive abitudini dell’intelligentjia con la puzza sotto il naso, quella di coloro che sanno, quella che ovviamente mise al bando il libro di Wolfe.
Era comprensibile l’ammirazione diffusa per tante figure geniali del Movimento Moderno. Misteriosa risultava invece la sudditanza culturale nei confronti di Vittorio Gregotti (1927-2020). Eppure di lui lo storico Giorgio Muratore e il critico Luigi Prestinenza Puglisi ebbero a dire che l’aura di maître à penser di cui era circonfuso non era affatto giustificata dalle sue reali doti progettuali.
Il disegno dello ZEN 1 di Palermo era stato redatto nel 1966 come piano di edilizia economica e popolare, ai sensi della legge n. 167/1962, devastando un’ampia area verde della Piana dei Colli. Nel 1969 l’IACP promosse un concorso per l’ampliamento del quartiere. L’anno successivo venne aggiudicato il primo premio al gruppo guidato da Vittorio Gregotti (con Amoroso, Bisogni, Matsui, Purini). È uno dei tanti ghetti periferici realizzati in Italia da fior di professori universitari, come Monte Amiata a Milano, Corviale a Roma, Scampia a Napoli e tanti altri ancora. La responsabilità dei progettisti ha molte sfaccettature. Da un lato c’è la presunzione – dichiarata esplicitamente – di sapere come migliorare la vita degli abitanti (decine di migliaia) intruppati in questi gulag. Quando mai in passato le città erano divise in aree monofunzionali? Quando mai le residenze dei diversi ceti erano separate in zone diverse o addirittura lontane? Inoltre chi disegnò queste soluzioni assecondò il desiderio degli uomini di partito di creare sacche di proletari, in quartieri privi di servizi, dipendenti di fatto dai favori del padrino politico di turno.

Queste sono le cause principali del fallimento del triste esperimento sociale dello Zen, che torna periodicamente alla ribalta nelle pagine di cronaca nera. Naturalmente molto di più ci sarebbe da dire sui sessant’anni di esistenza di uno dei tanti non luoghi generati dal sonno della ragione. Nel 1990, per esempio, venne migliorata la viabilità limitrofa in occasione dei Mondiali di Calcio. Quei nuovi vialoni finirono per costituire un’ulteriore linea di separazione del quartiere dal resto della città. Si pensi che molti bambini dello ZEN non hanno mai visto il mare, pur abitando a pochi metri da Mondello, l’elegante area balneare di Palermo.
A pochi passi dallo ZEN si trova il Villaggio Ruffini, edificato nel 1951-1953 su iniziativa dell’energico card. Ernesto Ruffini. Il presule si era fatto promotore di un programma mirato ad alleviare le condizioni di disagio causate dai profondi danni inferti al capoluogo nel corso della seconda guerra mondiale, con particolare riferimento ai pesanti bombardamenti di Palermo nel 1943. Il nucleo abitativo è composto da palazzine di edilizia popolare a due o tre piani e si dispone intorno all’asse di via della Resurrezione, oggi arteria di grande deflusso del traffico cittadino. L’area, circondata dal verde, non ha l’aria di un ghetto monoreddito, anche grazie all’attenzione che Ruffini riservò al consolidarsi di una coscienza comunitaria attraverso l’azione del primo parroco. Due esempi così diversi uno accanto all’altro dimostrano che un certo “progresso” non è ineluttabile.
«Tanto peggio per i fatti (se non si accordano con la teoria)» è la traduzione della frase tedesca «[Wenn die Tatsachen nicht mit der Theorie übereinstimmen,] um so schlimmer für die Tatsachen». La frase è attribuita al filosofo Hegel, il quale nel 1801 aveva teorizzato nella sua dissertazione di abilitazione all’insegnamento che non poteva esserci un altro pianeta fra Marte e Giove. Quando gli venne contestato che invece ne era stato scoperto uno, dall’Osservatorio di Palermo, da Giuseppe Piazzi il 1º gennaio 1801 (pianeta che più tardi venne classificato come asteroide Cerere), egli avrebbe appunto risposto «Tanto peggio per i fatti». Che l’episodio sia vero o meno, esso descrive in ogni caso una caratteristica del pensiero dominante nella nostra epoca, quella in cui l’avere dato testardamente ragione alle teorie ha prodotto (e continua a produrre) immani tragedie.
Rassegnarsi? Mai! È lo spirito che ha spinto alcuni cittadini palermitani nel 2011 a dare vita al gruppo “Noi per lo ZEN”. I componenti del gruppo si autotassarono e pagarono al prof. Ettore Maria Mazzola un progetto di rigenerazione urbana per lo ZEN, che offrirono gratuitamente all’Amministrazione Comunale. Si tratta di un’ipotesi, perfettibile nelle forme ma di grande valore nei principi. Occorre sostituire gradualmente gli orrori realizzati con architetture belle e collocate secondo criteri armoniosi di morfologia urbana. Devono essere presenti residenze per fasce diverse di reddito, oltre che servizi di tutti i tipi, di modo che gli abitanti possano trovare quanto serve loro a dieci minuti a piedi da casa. Sono stati calcolati anche i costi dell’operazione, che ai prezzi di allora comportavano un saldo attivo per il Comune di Palermo di 3 milioni di euro. Utopia? Sì, nel senso di bei-luoghi da creare per Palermo, al posto dei non-luoghi che imbruttiscono la capitale siciliana.
Ciro Lomonte

