Palermo – Assistiamo in questi giorni a un singolare quanto commovente spettacolo di fermezza istituzionale da parte dei vertici della Regione siciliana. Il presidente dell’ARS Galvagno e l’assemblea si interrogano amleticamente sul destino del neoeletto sindaco di Serradifalco, Leonardo Burgio: “casa abusiva da abbattere o da sanare?”
Una appassionata difesa dell’autonomia, la loro, che ci lascia sbalorditi. Si solleva il caso perché un candidato sindaco ha superato il limite dei due mandati, imposto dalla legge regionale per i comuni sopra i 5.000 abitanti, nonostante qualcuno, negli uffici preposti ai controlli, abbia regolarmente timbrato e autorizzato quella candidatura, permettendogli di correre e di vincere. Semmai, il problema è ab origine perché chi doveva controllare non lo ha fatto. Sarà adesso un giudice a decidere se quella norma regionale valga più delle sentenze della Corte Costituzionale applicate nel resto d’Italia.
Al di là di come andrà a finire, quello che salta agli occhi è l’improvviso risveglio d’orgoglio dell’Assemblea Regionale Siciliana. Un rigore verso le nostre leggi siciliane che sarebbe perfino ammirevole se non fosse che i nostri governanti usano due pesi e due misure: diventano leoni inflessibili del diritto statutario contro un sindaco di paese (forse perché non fa parte del loro cerchio magico); ma ogni volta che da Roma o da Bruxelles arriva un diktat che calpesta la Sicilia e i diritti dei siciliani, diventano agnellini silenti, pronti a calare la testa.
Dov’era questo sacro ardore per la legalità statutaria quando lo Stato ci ha imposto le leggi di armonizzazione dei conti pubblici e il vincolo del pareggio di bilancio in Costituzione? Una vera e propria camicia di forza che ha devastato la contabilità regionale, di fronte alla quale questi signori hanno preferito tacere e piegarsi, rinunciando persino a invocare la clausola di salvaguardia del nostro Statuto – lo scudo legale che avrebbe dovuto proteggerci da questo cappio finanziario – lasciando invece che lo Stato italiano asfaltasse la nostra autonomia.
Dove sono questi paladini dell’Autonomia quando si tratta di pretendere l’attuazione degli articoli 36 e 37? Parliamo di norme costituzionali scritte e mai applicate e la cui mancata attuazione deruba letteralmente i siciliani di ben 10 miliardi di euro l’anno. Nessun atto concreto è mai stato portato avanti dal palazzo d’Orléans per proteggere davvero la Sicilia. Al contrario, il governo Schifani ha persino regalato allo Stato circa 9 miliardi di euro tra accise e crediti pregressi senza colpo ferire, dimenticando persino che la Corte Costituzionale aveva chiesto a entrambe le parti di rendicontare con trasparenza entrate e uscite.
La verità è che per questa classe politica la difesa dell’autonomia è come un abito da sfoggiare solo per convenienza elettorale. La storia recente, del resto, ci insegna una dura verità: i danni peggiori per la nostra isola arrivano proprio quando a Palermo e a Roma governa lo stesso colore politico. È successo in passato con l’asse Crocetta-Renzi e i loro accordi-capestro che hanno stracciato persino le sentenze vinte dalla Sicilia. Sta succedendo oggi con il tandem Schifani-Meloni. Schiacciati dal vincolo di obbedienza ai propri leader nazionali, i governanti di turno preferiscono svendere i diritti dei siciliani pur di non dare fastidio ai propri padroni di partito, riducendo la Sicilia a piangere sempre con entrambi gli occhi.
Se i nostri governanti usassero contro i governi centrali un decimo della grinta che usano oggi contro il sindaco Burgio, la Sicilia non sarebbe in queste condizioni finanziarie. Ma si sa, a Palermo difendere lo Statuto significa andare contro gli interessi di Roma. Molto più facile e meno rischioso fare i leoni a Serradifalco.

