Catania – Se potessimo fare incontrare, in una stanza immaginaria, il Nicola Costa del 2003 e quello di oggi, nel 2026, assisteremmo a un confronto ravvicinato tra l’illusione e la disillusione di un uomo. Ventitré anni fa, il regista e drammaturgo catanese – da sempre animato da una forte vocazione per il teatro civile – era poco più che un ragazzo che scriveva di pancia. Credeva che l’arte potesse concretamente cambiare il mondo.

Oggi, a distanza di quasi un quarto di secolo da quella prima stesura – e a undici anni dalla precedente messa in scena del 2015 al Teatro E. Piscator – Costa decide di rimettere in scena “Il processo alle intenzioni”. E nel passaggio di staffetta di questo testo, che attraversa ventitré anni per approdare sabato 4 luglio e domenica 5 luglio sul palco del Centro Culture Contemporanee Zō di Catania (prodotto dall’associazione Statale 114 di Silvio Parito), si nasconde il senso profondo di un ritorno necessario.
Quella che nel 2003 sembrava la provocazione di un giovane autore, oggi promette di rivelarsi al pubblico con il sapore amaro di una profezia. Il testo nasceva dall’urgenza di denunciare una verità imbarazzante: “la troppa politica nel teatro e il troppo teatro nella politica”, quando in fondo basterebbe che ognuno facesse semplicemente il proprio mestiere. Ma il tempo ha esasperato ulteriormente questi concetti e Nicola Costa si appresta a portare in scena la denuncia di un potere politico che, invece di farsi servizio, si accanisce sul controllo dei teatri, sulle nomine e sulle poltrone, riducendo la cultura a territorio di conquista per tornaconti e alleanze.

Lo spettacolo affonda il colpo anche su un’altra degradazione di questa società ormai sottomessa alla dittatura dell’approvazione digitale: la rincorsa esasperata ai like e alle visualizzazioni. Non è più una questione di marketing autoreferenziale, ma un’ossessione esistenziale. Un disperato bisogno di approvazione che serve a certificare che esistiamo. Piaccio e dunque sono!
Saranno proprio queste distorsioni il motore della trama, che si muoverà tra atmosfere dichiaratamente kafkiane. Il pubblico seguirà la parabola di un artista che decide di entrare in politica proprio per bonificare i circuiti culturali dall’interno, infiltrandosi nei meccanismi delle istituzioni. Ma finirà risucchiato in una paradossale spirale giudiziaria, processato da un tribunale surreale chiamato a giudicare non quello che ha fatto ma quello che avrebbe voluto fare, le sue “nobili intenzioni”.
Un cinismo spietato che per Costa rappresenta il tradimento più grande: “l’avere sistematicamente tolto la voce a chi avrebbe dovuto essere ascoltato, sbarrando le porte delle grandi platee alle idee libere e costringendo il talento indipendente a sopravvivere in piccoli spazi di nicchia”. Non è un caso che questa denuncia trovi casa a Zō, un teatro estraneo a quelle logiche di potere.
Rispetto al debutto di vent’anni fa, nato come una pièce per tre soli attori, la scommessa della regia per questo allestimento 2026 punta a un salto radicale, trasformando il testo in un’opera corale e potente. Nicola Costa ha infatti voluto cucire la messa in scena addosso alla carne, al ritmo e alla fisicità dei tredici interpreti del Centro Studi Teatro e Legalità, il Laboratorio Teatrale Permanente da lui stesso fondato e diretto. Se nel 2003 la pièce era un affare per tre soli attori, oggi è la coralità a fare la differenza: corpi che si muovono, si scontrano, si alleano sulla scena a ritmi serrati, trasformando il testo in un organismo pulsante e collettivo.
Sul palco di Zō saliranno Tiziana D’Agosta, Lucia Di Carlo, Giusy Giarratana, Alfio Emanuele Mazzaglia, Marina Mercorillo, Leonardo Nicolosi, Maria Elena Nociforo, Viola Parisi, Salvo Quartarone, Paola Saverino, Nicoletta Schillaci, Carla Torrisi e Sabina Zapperi, con l’assistenza alla regia di Stefania Nibbi. A loro è affidato il compito di trasformare la denuncia in emozione, restituendo a chi guarda quella capacità critica e quell’empatia che stiamo perdendo. Perché se la politica usa la finzione per addormentare le coscienze, la sfida del teatro è quella di usare la sua verità per svegliarle.
Se potessimo fare incontrare i due Costa in quella stanza immaginaria, il Nicola del 2026 guarderebbe al se stesso del 2003 con l’amarezza di chi ha visto le proprie illusioni scontrarsi con la realtà… ma il confronto non si risolverebbe in una sconfitta. C’è un filo rosso che unisce l’incanto di ieri al disincanto di oggi: la scelta di non arrendersi mai. Riportare in scena questo testo oggi, affidandolo alla carne e alla voce di tredici interpreti, è la risposta del Costa maturo a quel ragazzo del debutto: Il mondo può anche peggiorare, ma il teatro avrà sempre il dovere di provarci.
L’appuntamento con il debutto è per sabato 4 luglio alle 21:00, con repliche domenica 5 alle 18:30 e alle 21:00 presso il Centro Zō di Piazzale Asia 6. Per assistere alle rappresentazioni, la prenotazione è vivamente consigliata al numero 392 0389407.
Eliana Esposito

