Partecipare alla messa sulle orme dei discepoli di Emmaus

Palermo – L’omelia Amare il mondo appassionatamente è una sorta di manifesto della mentalità laicale. S. Josemaría la pronunciò l’8 ottobre 1967 in una affollata messa all’aperto, nel campus dell’Università di Navarra. «Che cosa sono i sacramenti — orme dell’Incarnazione del Verbo, come dissero gli antichi — se non la manifestazione più evidente di questa strada che Dio ha scelto per santificarci e condurci al Cielo? Non vedete che ogni sacramento è l’amore di Dio, con tutta la sua forza creatrice e redentrice, che si dona a noi servendosi di mezzi materiali? Che cos’è questa Eucaristia — ormai imminente — se non il Corpo e il Sangue adorabili del nostro Redentore, che si offre a noi attraverso l’umile materia di questo mondo — vino e pane —, attraverso gli “elementi della natura, coltivati dall’uomo”, come l’ultimo Concilio ecumenico ha voluto ricordare? (cfr Gaudium et spes, n. 31)».

In quell’omelia il Fondatore dell’Opus Dei cercava di spiegare la mentalità laicale, poco compresa allora come pure adesso. Trattava fra gli altri il tema da lui audacemente definito “materialismo cristiano”. Si riferiva specificamente all’errore – così comune sessant’anni fa ma anche adesso – di una mentalità spiritualista, clericale, secondo la quale il chiostro è un luogo puro mentre il mondo è contaminato da impurità di ogni genere. È proprio il mondo, invece, che Dio affida ai comuni fedeli per santificare tutte le realtà ordinarie. Ma c’era in nuce qualcos’altro. Il pensiero contemporaneo è contagiato da un virus pervasivo, il cosiddetto “spiritualismo gnostico”. Per approfondire la differenza fra gnosi spuria (eretica) e gnosi dei perfetti (ortodossa) si possono leggere le numerose pubblicazioni di Ennio Innocenti oppure lo splendido libro di Emanuele Samek Lodovici, Metamorfosi della gnosi. Per la gnosi spuria – quella eterodossa – tutte le realtà materiali sono frutto di una caduta originaria, di una corruzione dell’Uno, del principio spirituale impersonale a cui bisognerebbe tornare con pratiche conosciute soltanto da pochi eletti. I seguaci di queste dottrine non credono affatto che Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona (Genesi 1, 31). Non credono che Dio sia il creatore libero del mondo (non aveva affatto bisogno di crearlo, è una scelta di Amore), che la materia sia stata creata buona per essenza, che il male viene dal peccato dell’uomo e non dalla dissoluzione per emanazione della purezza originaria, che l’Incarnazione del Figlio di Dio – ammesso che per loro sia avvenuta davvero – non è solo apparenza bensì il mistero dell’assunzione in Gesù Cristo della natura umana nella natura divina.

Per questo nel passo citato all’inizio mons. Escrivá ribadisce: «Che cosa sono i sacramenti — orme dell’Incarnazione del Verbo, come dissero gli antichi — se non la manifestazione più evidente di questa strada che Dio ha scelto per santificarci e condurci al Cielo? Non vedete che ogni sacramento è l’amore di Dio, con tutta la sua forza creatrice e redentrice, che si dona a noi servendosi di mezzi materiali?». Tutti e sette i sacramenti hanno – come caratteristica specifica – materia, forma e celebrante.

C’è oggi un’altra difficoltà, la presenza di convinzioni estremiste su cosa sia davvero la messa. Da un lato ci sono gli ultrà che la ritengono valida soltanto se si celebra come stabilito dal Papa S. Pio V dopo il Concilio di Trento, preoccupato per la pericolosità delle eresie protestanti, secondo le quali la messa è una commemorazione, non una rinnovarsi incruento del Sacrificio del Calvario. Per i protestanti il sacramento dell’Ordine non ha valore. E neppure l’Eucaristia è un sacramento. Sull’altare (che per loro è solo una mensa) c’è del pane e c’è del vino, non avviene la transustanziazione. È comprensibile che i tradizionalisti vogliano difendere i fedeli da queste eresie. Dall’altro lato ci sono i fondamentalisti della riforma liturgica del 1970, la quale – più che della costituzione Sacrosanctum Concilum, il primo documento promulgato dal Concilio Vaticano II e dedicato alla liturgia – è frutto del modernismo liturgico. Il modernismo teologico è un’eresia condannata dal Papa S. Pio X. Il modernismo liturgico è frutto di un’infiltrazione dei modernisti nel Movimento Liturgico, una corrente di per sé fedele al Magistero, che desiderava promuovere una partecipazione più attiva dei fedeli al Sacrificio Eucaristico. Uno dei personaggi più ammirevoli del Movimento Liturgico fu dom Prosper Guéranger. Su questo argomento si può leggere Teologia della Liturgia di Joseph Ratzinger.

Un esempio degli argomenti su cui si concentrano gli scontri dialettici fra i due gruppi di integralisti potrebbe essere l’uso di formule differenti nella messa. Oggi in italiano si dice: O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato. È un’espressione più sfumata, più accettabile dai protestanti, rispetto a quella originale (ripresa dalle parole del centurione nel cap. 8 del Vangelo di Matteo): Domine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum, sed tantum dic verbo, et sanabitur anima mea. Entrare sotto il mio tetto è radicalmente diverso dal partecipare alla Tua mensa.

Per partecipare sempre meglio alla messa domenicale, con tutto sé stesso, bisogna sottolineare cos’è oggettivamente la messa e cos’è soggettivamente, non nel senso di elaborare interpretazioni peregrine, bensì impegnandosi a farla propria, sempre più profondamente. Ci sono storie impressionanti di atei, non battezzati, che si sono convertiti dopo essere entrati casualmente in chiesa mentre si celebrava una messa.

C’è un notevole commento di Scott Hahn, grande teologo convertito grazie alla messa cattolica (prima era protestante): «Solo Giovanni ha osservato che (sul Calvario) è stato usato l’issòpo, la pianta prescritta nelle disposizioni della Pasqua ebraica per spruzzare il sangue dell’agnello. Questo versetto rivela qualcosa di molto significativo. Gesù lasciò incompiuta la liturgia della Pasqua ebraica quando decise di non bere il quarto calice. Dichiarò la sua intenzione di non bere più vino finché non fosse entrato nella gloria del suo regno. Poi rifiutò il vino che gli fu offerto poco prima di essere inchiodato sulla croce. Infine proprio all’ultimo a Gesù fu offerto vino inacidito o aceto. Tutti i sinottici attestano questo. Solo Giovanni ci riferisce la risposta di Gesù: “dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: ‘È compiuto!’. E, chinato il capo, rese lo spirito”. È compiuto! Finalmente avevo una risposta alla domanda del predicatore. Quello che era compiuto in quel momento era il rito della Pasqua ebraica!» (Il quarto calice, p. 118-119).

Consummatus est! Tutto è compiuto! La Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, unico Mediatore, è il solo sacrificio accetto a Dio per riparare la colpa di Adamo ed Eva, i nostri progenitori, che disobbedendoGli rifiutarono di riconoscersi creature. È la superbia, è la radice di ogni ribellione a Dio. I sacrifici dell’Antico Testamento – olocausti, capri espiatori, offerte – non potevano mai colmare la misura. Ci voleva un rappresentante legittimo e innocente dell’Offeso e allo stesso tempo dell’offensore, che con la Sua umiltà e la Sua obbedienza alla Volontà Divina, riparasse la colpa originale e riaprisse agli esseri umani le Porte del Cielo. Questo è la messa, nelle sue quattro parti. Chi ha goduto delle spiegazioni di don Nicola Gaglio, parroco della cattedrale monrealese, quando descrive i quattro pannelli musivi dei discepoli di Emmaus nel Duomo di Monreale, lo ha compreso meglio. E ne è uscito emozionato e commosso, con tutto il cuore. Che poi è quello che dovrebbe succedesse ogni volta che si partecipa ad una messa, domenicale o feriale (cfr. Nicola Gaglio, Basilica Cattedrale di Monreale, edizioni Domus Aurea 2026). Sull’episodio evangelico di Emmaus c’è un commento di S. Josemaría. E Gesù rimane. I nostri occhi si aprono come quelli di Cleofa e del suo compagno, quando Gesù spezza il pane; e benché Egli di nuovo scompaia al nostro sguardo, saremo capaci, come loro, di riprendere il cammino — è già notte — per parlare di Lui agli altri, perché per tanta gioia un cuore solo non basta. Verso Emmaus. Il Signore ha reso dolcissimo questo nome. Ed Emmaus è il mondo intero, perché il Signore ha aperto i cammini divini della terra (Amici di Dio, 314).

Riguardo alla risposta soggettiva, personale, si trovano osservazioni interessanti in un articolo recente (Dolores Glez, El tiempo de Dios y el tiempo de los hombres). Nella quaresima del 1894, Antoni Gaudí smise di mangiare. Non era la prima volta che digiunava, ma questa volta non si fermò. Passò quindici giorni senza assumere alimenti, finché il vescovo Torras i Bages dovette intervenire personalmente per convincerlo ad interrompere il digiuno per evitare che morisse. Aveva quarantadue anni, era l’architetto più originale della sua generazione e aveva oltrepassato la frontiera che separa chi ha fede da chi ormai non può vivere in altra maniera. Tornato a Barcellona dopo la quaresima, riprende a lavorare ai progetti, tra i quali c’è la Sagrada Familia. Non era un progetto nuovo, era da undici anni che lo attendeva quando attraversa questa frontiera interiore. Neppure sarebbe stato l’unico. Il tempo di Dio, lento, senza fretta, andava maturando dentro prima di manifestarsi al di fuori. Ciò che venne dopo lo raccontarono coloro che lo videro: distacco progressivo degli attaccamenti materiali, dal denaro, dall’apparenza. Non fu un eremita, si impegnava attivamente e, progressivamente, con maggiore intensità, nel risolvere i problemi di finanziamento e sociali attorno alla costruzione del tempio. Accettava pure che non sarebbe vissuto tanto da vedere la Sagrada Familia terminata, persino che, in futuro, altri avrebbero potuto adattare il suo stile a forme nuove. Fece ciò che doveva fare e il resto lo lasciò alla Provvidenza. Vide terminato soltanto un campanile.

Si potrebbe prendere pure spunto dalla famosa Elegy written in a Country Churchyard, del poeta romantico Thomas Gray. Il verso di apertura dice: The curfew tolls the knell of parting day (il rintocco della campana del coprifuoco segna la fine del giorno). The curfew (il coprifuoco) risale ai divieti di Guglielmo il Conquistatore dopo la battaglia di Hastings, per impedire che gli Angli riottosi si radunassero al calare delle tenebre per congiurare contro i Normanni. Indica con un’immagine familiare e risonante il sopraggiungere del buio ed il silenzio della sera, quel silenzio che oggi è così difficile garantire dentro di sé. Ma il riferimento ad Antoni Gaudí (Il tempo di Dio, lento, senza fretta, andava maturando dentro prima di manifestarsi al di fuori) riconduce con maggiore forza al punto 436 di Forgia (altra opera di S. Josemaría) che sottolinea una realtà fondamentale: È così grande l’Amore di Dio per le sue creature, e così grande dovrebbe essere la nostra corrispondenza che, durante la Santa Messa, gli orologi dovrebbero fermarsi.

Ciro Lomonte

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