Commemorazione di Giuseppe Tallarita, Demetrio Quattrone, Nicola Soverino e Paolo Ficalora

Lucca – Il 28 settembre muoiono assassinate dalla mafia in tre anni consecutivi, dal 1990 al 1992, Giuseppe Tallarita, Demetrio Quattrone, Nicola Soverino e Paolo Ficalora. Quattro uomini con l’alto senso del dovere e con una spiccata moralità. Gela, Reggio Calabria e Castellammare del Golfo in provincia di Trapani sono le tre città complesse, in cui la mafia e la ‘ndrangheta allungano i propri tentacoli cercando di controllare il territorio e imporre le proprie leggi. Opporsi al sistema non è semplice e spesso implica la solitudine sociale, proprio quella solitudine costruita ad hoc dalle associazioni criminali per distruggere e cancellare dalla compagine civile il “disturbatore” di loschi traffici.

Giuseppe Tallarita, solo perché aveva cercato di proteggere la sua proprietà dalle incursioni abusive del gregge del futuro boss capo degli stiddari del comprensorio di Gela veniva dieci anni dopo ucciso dai killer gregari per vendetta.

Nel 2013 la figlia, Rosy Tallarita, rilasciò un’intervista in cui fece alcune riflessioni toccanti: “Non ho mai capito la prepotenza. Come si può ammazzare un uomo con sette colpi di pistola, di cui due in faccia? Come puoi vederlo morire, sentirlo chiedere “perché lo state facendo”?” (Rosy Tallarita, 2013)

Demetrio Quattrone e Nicola Soverino, due vecchi amici; il primo è un funzionario dell’Ispettorato al lavoro, ligio e coscienzioso, mentre il secondo, un medico omeopata. Vengono raggiunti e trucidati da un commando di killer mentre stanno effettuando un giro in auto di sera. Quattrone, ingegnere, stava effettuando alcune perizie per conto della procura di Palmi su alcuni appalti dell’area di Gioia Tauro e sulla centrale Enel. Quasi un mese prima, il 9 agosto, il giudice Antonino Scopelliti era stato ucciso; eppure alle cosche reggine non era sufficiente: occorreva dare un altro segnale.

Ultimo caso, quello di Paolo Ficalora, soprannominato il Capitano “ribelle”, proprietario di un residence turistico si oppose violentemente alle prevaricazioni mafiose cercando di ostacolarle e resistere con caparbia alle minacce e alle ritorsioni. Il fatto che decretò la sua morte fu quando diede in locazione una villetta del suo villaggio a una famiglia che ospitò durante la permanenza il super pentito di Cosa nostra Totuccio Contorno. Nonostante Ficalora fosse estraneo alla vicenda fu punito per il suo alto senso della legalità.

Il Coordinamento Nazionale Docenti dei Diritti Umani commemora tali vittime della mafia ritenendo doveroso conservarne la memoria e tenerne vivo l’esempio a scuola.

Portare i valori della legalità, del senso dello Stato e delle competenze civiche, in ogni aula scolastica significa trasformare profondamente la società, incidendo positivamente sul futuro delle giovani generazioni.

La legalità ha una sua funzione nel momento in cui si esplicita in conoscenze dei principi che regolano la convivenza tra aggregazioni di persone sempre più estese, complesse e interconnesse e comporta anche l’interiorizzazione di regole condivise, che non costituiscono un’imposizione, ma il cuore pulsante di una società garante della libertà e dignità del singolo individuo. Per tanto è necessario fare accostare i giovani, fin dalla più tenera età, ai principi della legalità e dei diritti umani, in modo che possano sedimentarsi nella loro coscienza e divenire in modo del tutto naturale fonte di ispirazione e bussola per le future scelte di vita.

“La lotta alla mafia (il primo problema morale da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte, proprio perché meno appesantite dai condizionamenti e dai ragionamenti utilitaristici che fanno accettare la convivenza col male, le più adatte cioè, queste giovani generazioni, a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità.” (Paolo Borsellino, discorso alla Veglia per Falcone, Palermo 20 giugno 1992)

prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU