Progetti realizzati che entrano nella collezione permanente del Museo Civico di Castelbuono

Maria D. Rapicavoli, The Other: A Familiar Story, 2020, installazione video

Giulio Squillacciotti, What has left since we left, 2020, film

dal 28 novembre al 30 gennaio 2022

apertura: 28 novembre dalle 11.00

Museo Civico di Castelbuono (Palermo)

Castelbuono (Pa) – Il Museo Civico di Castelbuono presenta i due film vincitori del VI bando dell’Italian Council che entrano nella collezione del Museo Civico: The Other: A Familiar Story, di Maria D. Rapicavoli e What has left since we left, 2020 di Giulio Squillacciotti. I film saranno esposti dal 28 novembre al 30 gennaio 2022 all’interno degli spazi espositivi delle ex-scuderie e nella Sala San Giorgio del Castello dei Ventimiglia.

The Other: A Familiar Story, 2020, installazione video dell’artista siciliana Maria D. Rapicavoli (1976 Catania) affronta il tema delle questioni migratorie, e in questo caso della migrazione dalla Sicilia agli Stati Uniti nel corso del Novecento, dove il mare è un potente intermediario e luogo di transito.

Basato su una storia vera, la narrazione ruota intorno a una donna siciliana che ha dovuto seguire il marito in America agli inizi del Novecento: da un paese vicino all’Etna alla costa di Manhattan, un’esperienza condivisa da tutti gli immigrati uniti dalla stessa sorte. La storia, tramandata oralmente dalle donne della famiglia dell’artista, costruisce un lavoro sulla memoria storica e personale e sull’uso dell’immaginazione come unico meccanismo di fuga dal contesto vissuto. Nel video su due canali il racconto è intervallato da flashback e da immagini in slow-motion. Nonostante le riprese siano state girate nei luoghi in cui ha vissuto realmente la donna, l’ambientazione rimanda più a luoghi mentali che geografici, ripercorrendo un viaggio psicologico soggetto alla struttura sociale patriarcale dell’epoca. Il lavoro proietta dunque lo spettatore verso un viaggio spaesante e atemporale, attraverso la scoperta di strutture fisiche e psichiche dell’esperienza vissuta da qualsiasi donna a prescindere dalla condizione spazio-temporale in cui si trova. La protagonista della storia, volutamente senza un nome, prenderà parte in prima persona al famoso sciopero “Bread and Roses” del 1912 a Lawrence MA, segnando un capitolo importante nella conquista dei diritti civili dei lavoratori e delle donne. Prendendo spunto da Il secondo sesso (1949) di Simone de Beauvoir, che contribuisce ad affrancare la donna dallo status “minore” che la obbligava a essere l’Altro dall’uomo, in The Other: A Familiar Story, la donna ha uno sdoppiamento tra la parte di sé che non ha diritto a una voce, e la parte di sé che si trova costretta in una realtà che le è in gran parte estranea. Tale dualità diventa ancora più significativa quando l’Altra/o è un è un migrante, un individuo che si trova trascinato in un paese straniero.

Infatti, secondo il racconto tramandato all’artista, la donna fu prima costretta a sposare il marito e poi a seguirlo in America. Passando per Ellis Island, si trasferirà a Lawrence MA, vicino Boston, dove lavorerà in una delle fabbriche tessili che all’epoca diede lavoro a milioni di italiani emigrati in America. L’atemporalità del racconto lega ancora di più la sua storia al momento storico che stiamo attraversando perché si svolge temporalmente negli stessi anni dell’influenza spagnola del 1918-20, che la protagonista visse in prima persona, riproponendo una domesticità ancora più alienante. 

Il progetto commissionato da The Shelley & Donald Rubin Foundation di New York for The 8th Floor, è stato realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (6. Edizione, 2019), indetto dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura del Ministero della Cultura.

Il film What has left since we left di Giulio Squillacciotti, genera un cortocircuito tra presente, passato e possibile futuro, un tempo e uno spazio altro, sospeso, dove proietta, con grande abilità, alcune urgenze della Storia contemporanea. Attraverso un film e un libro pubblicato da Onomatopee Eindhoven, l’artista mette in scena una narrazione plausibile, costruisce una finzione che potrebbe essere documentario e immagina un film sulla possibile fine del progetto comunitario europeo in maniera lucida, attuale e con un impianto ben strutturato. Il lavoro dell’artista si basa sulla sofisticazione di eventi reali di matrice storico-antropologica, che affronta tramite video, audio, scenografia. La fine della produzione di What has left since we left coinciso con la chiusura da parte dello Stato italiano di qualsiasi attività a causa della pandemia da Covid-19. Mentre in Olanda ancora si poteva circolare e lavorare normalmente e non si erano verificati gravi casi di Covid, l’Italia purtroppo era alle prese con la prima ondata del virus.

Il virus quindi e la fragilità della risposta dell’Unione Europea sono entrate in maniera importante nella realtà stessa del film, che in qualche modo anticipava proprio tali questioni: la tenuta di un’alleanza quando le dinamiche economiche, sanitarie e sociali spingono ad avere delle politiche nazionaliste. Il film è ambientato nella sala principale della Provincia del Limburgo in Olanda, di cui Maastricht è capoluogo, proprio dove nel 1992 fu firmato il trattato fondante l’Unione Europea. Qui, in un ipotetico futuro prossimo, gli ultimi tre paesi appartenenti all’Unione Europea tentano di superare il senso di perdita causato dalla fine dell’Europa, grazie all’aiuto e alla mediazione di un’interprete britannica che, come un deus ex machina, aiuta i rappresentanti degli Stati a capirsi e a raccontarsi nella verità e nella fragilità di quello che sono e che rappresentano. Un grande protagonista è la sala stessa, enorme, vuota, vacua, ma di una presenza ingombrante nel ricordare antichi fasti, ambizioni e promesse. In questo spazio assordante si muovono tre protagonisti (interpretati da un’unica attrice), che altro non sono che tre voci di una singola anima alle prese con difficoltà affettive, familiari e metafore di grandi problemi internazionali: le migrazioni, i debiti e le bancarotte, la visione politica.

What has left since we left di Giulio Squillacciotti è un progetto realizzato da Careof grazie al sostegno di Italian Council (6. edizione, 2019), programma della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura per promuovere l’arte contemporanea italiana nel mondo, in collaborazione con la Jan Van Eyck Academie e il patrocinio di Fondazione Cariplo. Il film è prodotto da Careof e Kingswood Films, con il supporto di Limburg Film Fonds, Brand Cultuur Fonds, Dommering Fonds, Kanunniken Salden. Il libro è pubblicato da Onomatopee Eindhoven.

Gli artisti

Maria D. Rapicavoli (1976, Catania) vive e lavora a New York.

Nel 2012 ha partecipato al Whitney Independent Study Program a New York e nel 2005 ha conseguito un Master in Fine Arts presso la Goldsmiths University di Londra. Nel 2001 si è diplomata presso l’Accademia di Belle Arti di Catania. Ha vinto il premio Italian Council VI edizione nel 2019, il premio nctm e l’arte nel 2013 e il DE.MO./Movin’Up nel 2011 in Italia. Nel 2004 ha vinto a Londra il Postgraduate award in Arts and Humanities, AHRB.  Nel 2015 ha vinto la residenza AIRspace presso l’Abrons Arts Center di New York. 

Nel 2014 ha partecipato al programma di residenze ISCP e nel 2013 al Lower Manhattan Cultural Council (LMCC) Residency Program sempre a New York.  Ha esposto il suo lavoro in numerose mostre in Italia e all’estero, tra cui: Socrates Sculpture Park, New York; Westfaerischer Kunstverein a Muenster; Magazzino Italian Art, a Cold Spring, NY;  Whitechapel Gallery a Londra; Yerba Buena Center For The Arts a San Francisco; Parsons New School, New York;  Museo di Villa Croce, Genova; Fondazione Sandretto Re Rebaudengo,Torino; Smack Mellon a New York;  Guest Projects a Londra; Palazzo Reale a Milano; Riso, Museo D’arte Contemporanea della Sicilia a Palermo; Strozzina- Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze; Sala Rekalde Bilbao, Istituto Italiano di Cultura a Londra e New York.  Attualmente è Member Artist presso the Elizabeth Foundation for the Arts a Manhattan. www.mdrspace.com

Giulio Squillacciotti (Roma, 1982) vive e lavora a Milano. Artista e regista, il suo lavoro si basa sull’indagine di narrative possibili, la sofisticazione di eventi reali di matrice storico-antropologica, gli apici culturali e la maniera in cui le tradizioni prendono nuove forme cambiando contesto. Ha studiato la Storia dell’Arte Medievale a Barcellona e a Roma, ha poi ottenuto un master in Arti Visive presso l’Università di Architettura IUAV di Venezia. È stato uno degli artisti del Padiglione Olandese della 16. Biennale di Architettura e Fellow Resident presso Jan Van Eyck Academie di Maastricht nel 2018/2019.