Scomparsa Antonella Azoti, figlia del sindacalista Nicolò Azoti. Il cordoglio della Cgil Palermo

“Antonella ci consegna l’impegno a mantenere viva la memoria”. 

Palermo – A distanza di venti giorni  dal marito è morta Antonella Azoti, la figlia del sindacalista di Baucina Nicoló Azoti, ucciso dalla mafia il 21 dicembre del 1945, all?et? di 37 anni. Antonella Azoti ne aveva 4. 

   La Cgil si stringe con grande affetto ai figli Alberto e Gabriele e partecipa con commozione al nuovo lutto che ha colpito la famiglia. “Antonella ci consegna l’impegno a mantenere viva la memoria, per non dimenticare che la lotta contro la mafia e per lo sviluppo della Sicilia è stata e dovrà sempre essere lotta di popolo”, dichiarano il segretario generale Cgil Palermo Mario Ridulfo e il responsabile dipartimento Legalità e memoria Dino Paternostro, ricordando la passione per tramandare la memoria, l’impegno civile instancabile, la collaborazione preziosa e la partecipazione sua e del marito Zino Mastrilli, entrambi iscritti allo Spi Cgil,  a tutte le iniziative e manifestazioni della Cgil. 

   I funerali si svolgeranno martedì alle ore 9 nella Chiesa Gesù, Maria e Giuseppe, in via Sacra Famiglia, a Palermo. 

Il 27 gennaio di due anni  fa, per l’inaugurazione di una strada intestata a Nicolò Azoti, durante le “vie dei diritti”  intitolate dalla Cgil e dall’amministrazione comunale ai sindacalisti uccisi,  all’interno del quartiere  di Bonagia, Antonella Azoti, insegnante,  era intervenuta per sottolineare ancora una volta, come ormai faceva da anni in giro per le scuole e nei quartieri, dopo aver rotto il silenzio nel 1992 sotto l’albero Falcone, l’importanza della memoria attiva da tramandare alle nuove generazioni. 

 “I sindacalisti, come è stato detto durante l’intitolazione di queste strade,  sono stati essi stessi la prima carta costituzionale, perché diedero coscienza dei propri diritti ai lavoratori,  ancor prima della Costituzione – queste le parole di Antonella Azoti   –  Per molti decenni i sindacalisti sono stati dimenticati, caduti nel baratro dall’oblio, sopravvissuti solo nel ricordo dei loro familiari. Un ricordo coltivato di nascosto tra le pareti domestiche. Questa non è stata memoria, non è stato lutto, ma solo sofferenza.   Resa ancora più atroce dalle ricorrenti frasi che assolvevano l’operato della mafia e condannavano  le vittime (‘se l’è cercata’, ‘chi gliel’ha fatto fare?). Nasce da qui il silenzio di questi anni,  tanto prezioso per la mafia, e paradossalmente diventato anche un rifugio per i familiari,  per proteggere la vittima e proteggere loro stessi, vittime vive”.

   “Ma il lutto, il dolore per essere superati hanno bisogno di essere vissuti e condivisi – aveva aggiunto Antonella Azoti – Io la condivisione, la ricucitura delle ferite, l’ho conosciuta a partire da una data ben precisa, nel 1992, dopo la strage di Capaci,  sotto l’albero Falcone. Oggi viene intitolata a mio padre e ad altri una via. Un memoriale importante, che perché da solo non può esaurire il concetto di memoria.  C’è bisogno di altro, dobbiamo incontrare le realtà che nel territorio ci sono,  le associazioni, le scuole, i circoli. Sento il dovere di  presentare agli abitanti, giovani e meno giovani, agli anziani, questi uomini simbolo. Chi sono. Cosa hanno fatto, quale era il loro progetto, per cosa sono stati uccisi e quale era il loro nemico. Forse impareranno a conoscerli e, non dico ad amarli, ma ad apprezzarli per quello che hanno fatto, a cominciare dalle conquiste sul lavoro.  La memoria non è un pacco pronto che puoi ricevere e donare,  è qualcosa che ti impegna  moralmente,  è innanzitutto conoscenza, simbolo e stimolo per ricercare, documentarsi,  approfondire e andare avanti. La memoria è impegno e responsabilità , qualcosa da coltivare e innaffiare, come si coltivano e innaffiano le piante. La memoria per noi familiari è l’unica forma di giustizia cui possiamo aspirare. La massima. Non abbiamo avuto diritto a processi, non c’è stata una sentenza, una condanna, per nessuno dei sindacalisti uccisi. E questo fa capire che non furono eliminati per caso. Era un progetto freddo, razionale. Secondo me la memoria è anche più importante della giustizia legale. La giustizia storica data dalla  memoria condivisa è un patrimonio da tramandare alle nuove generazioni. Dobbiamo continuare a ricollegare  il passato, quello vissuto dai nostri papà, al presente, al lavoro, ai bisogni delle persone, alle loro diversità. Questo diventa memoria attiva  e efficace. Ed è quello che dobbiamo fare”.