“Pier Paolo Pasolini. Non mi lascio commuovere dalle fotografie” testo critico di Roberto Carnero

Roma – Pier Paolo Pasolini. Non mi lascio commuovere dalle fotografie”, in mostra al WeGil di Roma dal 20 maggio al 10 luglio 2022.

Roberto Carnero. “Pasolini: l’opera e (è?) il volto”

«Una mostra fotografica dedicata a uno scrittore rappresenta sempre una bella occasione per conoscere la persona dell’artista e per incontrarlo sul piano umano: il volto, lo sguardo, l’atteggiamento, la posa, persino l’abbigliamento possono dire molto sul carattere di un individuo. Nel caso di Pier Paolo Pasolini, però, una mostra fotografica – come quella che qui presentiamo – può dire assai di più. Può infatti parlare dell’uomo, certamente, ma anche dell’opera.

C’è un nesso inscindibile, in Pasolini più che in altri artisti, tra vita e opera, tra esistenza personale e momento artistico, in quanto la sua è davvero una vita che si identifica quasi totalmente con l’opera (e viceversa). Pasolini è un autore “impuro” e la sua è una letteratura “impura”, giacché gli addentellati con la realtà extra-testuale sono sempre forti e stretti. Il valore delle sue pagine risiede infatti – in gran parte – nel suo rapporto con ciò che è fuori e al di là della pagina.

Scrive Carla Benedetti: «L’opera di Pasolini può essere […] considerata come una grande performance, in cui l’oggetto estetico è meno importante della presenza o dell’azione dell’artista». E ancora: «Un po’ come succede nell’arte cosiddetta performativa, o nella body art, qui abbiamo un autore che fa parte integrante dell’opera. Il testo è solo il residuo o la traccia di ciò che l’artista ha fatto: ed è questo “gesto” complessivo a costituire l’opera di Pasolini. Non solo le sue poesie, i suoi testi narrativi, i film, i testi per il teatro e le sceneggiature, ma anche i suoi interventi giornalistici, le sue dichiarazioni, i suoi appelli, le sue prese di posizione, i suoi processi formano l’opera di Pasolini». [C. Benedetti, Pasolini contro Calvino. Per una letteratura impura, Torino, Bollati Boringhieri, 1998, pp. 14-15.] Per Gianni Scalia, «le idee sono state il suo corpo, la sua esistenza, la sua presenza nella società. Per lui, erano una prova vitale». [G. Scalia, La mania della verità. Dialogo con Pier Paolo Pasolini, Pesaro, Portatori d’acqua, 2020, p. 23. Il saggio da cui è tratta la citazione è del 1976.]

Insomma, l’opera pasoliniana è costituita anche dalla presenza fisica, pubblica e mediatica del suo autore. Qualcuno – lo ha fatto Giuseppe Zigaina – potrebbe aggiungere che essa è costituita in parte persino dalla sua stessa morte, «morte sacrificale (martirio, testimonianza) a valorizzazione semantica (retroattiva) dell’opera», in una sorta di misteriosa (ma dallo scrittore voluta) «contiguità tra corpus come “raccolta di opere letterarie” e corpo fisicamente inteso, il suo». [G. Zigaina, Hostia. Trilogia della morte di Pier Paolo Pasolini, Venezia, Marsilio, 2005 (prima ed. 1995), pp. 449 e 454.] Per dirla con Marco Antonio Bazzocchi, assistiamo così, un po’ in tutta la produzione pasoliniana, a una sistematica «iscrizione del corpo dell’autore nell’opera». [M.A. Bazzocchi, Esposizioni. Pasolini, Foucault e l’esercizio della verità, Bologna, il Mulino, 1997, p. 139.]

Lo scrittore non teme quelle contaminazioni aborrite dalla lunga tradizione, molto italiana, di un certo “bellettrismo”; anzi, l’amore per la letteratura convive con una oscura pulsione verso il rifiuto di essa. [Cfr. A. Tricomi, Sull’opera mancata di Pasolini. Un autore irrisolto e il suo laboratorio, Roma, Carocci, 2005, p. 7.] Forse la migliore definizione dell’opera pasoliniana nel suo insieme sta proprio in una “nota” pasoliniana, datata 1° novembre 1964, posta in calce alla Divina Mimesis (il riferimento è al progetto di un’opera che avrebbe dovuto avere quel titolo, ma mi sembra che la descrizione si possa estendere lecitamente a tutto il lavoro di Pasolini): «Un misto di cose fatte e di cose da farsi», «di pagine rifinite e di pagine in abbozzo, o solo intenzionali», che ha «insieme la forma magmatica e la forma progressiva della realtà (che non cancella nulla, che fa coesistere il passato con il presente ecc.)». [P.P. Pasolini, Romanzi e racconti. Volume secondo: 1962-1975, a c. di W. Siti e S. De Laude, Milano, Mondadori, 2005 (prima ed. 1998), p. 1117.]

Il corpo di Pasolini come parte fondamentale – e fondante – della sua stessa opera, dunque: elemento di sintesi tra i diversi momenti di una grande opera “totale” all’interno della quale è difficile scindere i vari generi. Pena il rischio di proporre improbabili classifiche settoriali, come fanno periodicamente quegli studiosi che rilanciano il Pasolini cineasta per negare valore al poeta oppure il saggista per ridurre la portata del narratore o viceversa. Altre volte si conosce e si cita il Pasolini polemista, ma viene misconosciuta la portata delle sue innovazioni di poetica, come anche l’importanza della sua ricerca tecnica e artistica sulle modalità della rappresentazione nei vari ambiti in cui ha operato.

Per questo gli scatti fotografici che ci restituiscono in diverse fasi e da diverse angolature la fisicità dello scrittore e la sua immagine sfaccettata nel tempo e nello spazio possono essere lette come una sorta di film, di documentario, da vedere in fertile relazione con le poesie, i romanzi, i film, le pièceteatrali, i saggi e gli articoli, persino i quadri di Pasolini (sì, perché Pasolini è stato anche pittore, seppure dilettante: l’unica concessione al dilettantismo nella sua multiforme produzione).

Anche perché la vita e l’opera di Pasolini si concludono, tragicamente, con l’immagine del suo corpo martoriato nel barbaro agguato di cui è stato vittima: non solo, o forse neanche, da parte dello stesso Pino Pelosi, ma – ormai è assodato – da un gruppo di ignoti (che tali con tutta probabilità rimarranno, purtroppo).

Una mostra fotografica su Pasolini è perciò un modo di avvicinarsi alla sua opera, magari per un primo approccio ai suoi testi, attraverso i “grandi temi” che li caratterizzano (e in cui qui è stata organizzata l’esposizione). Sarebbe bello che questa straordinaria occasione potesse essere còlta soprattutto dai più giovani, da quei ragazzi a cui Pasolini ha dedicato tante delle sue riflessioni e ai quali continuava – e continua tutt’oggi – a parlare. Purtroppo è ancora un autore che si incontra poco a scuola (come, del resto, molta della letteratura contemporanea).

Eppure è un autore che non può rimanere sconosciuto (o, peggio, misconosciuto). Perché quello che dice lui (dice: uso di proposito il presente) non lo ha detto nessun altro. Nessun altro scrittore della sua epoca ha lasciato una traccia, nel vissuto nazionale e nella nostra memoria collettiva, simile alla sua, attraverso l’opera e attraverso la vita. L’importanza di Pasolini non riguarda solo la letteratura e la cultura, ma anche la Storia italiana, poiché con essa egli ha continuato a confrontarsi, convinto com’era della responsabilità morale e civile dell’intellettuale. Seppure non senza alcune ambiguità e personali idiosincrasie, Pasolini è stato capace di interrogarsi sul presente, di leggere la contemporaneità in relazione al passato, di condurre analisi lucide e impietose sul nostro Paese e, allargando lo sguardo, sull’intero mondo, nell’ultima fase della sua vita sempre più globalizzato.

Ogni suo intervento, artistico o giornalistico, era appassionato e passionale. Ma ciò non ne diminuisce il valore, anzi semmai lo aumenta, in quanto mostra quanto le sue idee fossero radicate nel più intimo vissuto e come “privato” e “politico” (per parafrasare un vecchio slogan) fossero per lui la stessa cosa, in quanto, leggendo le problematiche storiche attraverso la lente della propria soggettività, finiva con il renderle questioni esistenziali. Ha dato vita, così, a una prolungata, personalissima riflessione critica sulla cultura, sulla società, sulla politica, che forse è oggi il suo lascito più prezioso. «Passione» e «ideologia» diventano per lui un’unica realtà, nella misura in cui l’opera assurge ad espressione, insieme, delle contraddizioni sociali e personali. Ma la «contraddizione costitutiva» dell’opera pasoliniana è «inquietamente feconda». [V. Spinazzola, La modernità letteraria, Milano, il Saggiatore – Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 2001, p. 348.]

Pasolini ha sempre fatto quello che pochi hanno il coraggio di fare: andare contro corrente. Ma non per una posa mediatica o per una sorta di esibizionismo anticonformistico (modelli di questo tipo oggi ne abbiamo fin troppi), bensì sempre per intima convinzione, per affermare, cioè, le proprie idee, essendo pronto a pagarne le conseguenze più pesanti; compresa – forse – quella estrema, la perdita della vita.

Per tale posizione scomoda, ai suoi tempi la figura di Pasolini è stata quella di un grande “inattuale”. Prima, nei confronti della politica, è stato un intellettuale “disorgnico”, autonomo e indipendente da qualsiasi ipoteca ideologica; poi, mentre, dalla fine degli anni Cinquanta in avanti, veniva meno presso gli artisti italiani la dimensione dell’impegno e si affermava la cultura postmoderna portatrice di un’idea dell’arte (letteratura compresa) concepita in chiave ludica e combinatoria, in Pasolini, invece, persiste – e anzi sembra intensificarsi nell’estrema fase del suo lavoro (si pensi agli interventi degli Scritti corsari e delle Lettere luterane, al romanzo incompiuto Petrolioo anche a un film come Salò) – una tenace volontà di critica alla società dei consumi, ai suoi falsi valori e alla prassi politica di quegli anni. Ma paradossalmente quella che allora poteva essere considerata l’inattualità di Pasolini si è trasformata dopo la sua morte, sempre più, sino a oggi, nella percezione – da parte dei lettori – di una sua fortissima, singolare attualità. È come se, dopo le censure e gli ostracismi subìti in vita, ora Pasolini, quasi per una sorta di compensazione riparativa, sia divenuto una presenza costante e inconsumabile.

Lo spirito attivo e vitale di Pasolini, la sua veraeresia, lo ha portato, nel momento in cui egli rifiutava lo status quo, a lottare contro la tendenza normalizzatrice del potere, ma anche contro la falsa eresia che, attraverso innovazioni soltanto apparenti, non fa altro che riaffermare i valori dominanti e combatte l’azione decostruttiva della critica autentica. Non è un caso se c’è chi ha suggestivamente accostato la figura di Pasolini a quella di Giordano Bruno, anch’egli vittima del potere, sebbene in un’epoca lontana. [Mi riferisco qui al concetto di “eresia” espresso in G. Zingari, Il pensiero in fumo: Giordano Bruno e Pasolini, gli eretici totali, Roma, Rogas, 2016 (prima ed. Genova, Costa & Nolan, 1998).]

Provocatorio nella vita e nelle opere, con ogni suo lavoro Pasolini ha espresso la volontà di lottare, anche da solo, contro quelle istituzioni e quei meccanismi di consenso che privano l’uomo della sua autenticità. La sua opera è un invito a indagare la realtà che ci circonda, a esplorare i lati in ombra, a non accontentarci delle facili certezze di una mentalità conformista.

Nei suoi scritti e nei suoi film ha saputo di volta in volta confrontarsi con le principali tematiche sociali, letterarie e civili dell’Italia del secolo scorso: il fascismo e la Resistenza, la politica del dopoguerra, l’avvento del neocapitalismo nella fase del boom economico, l’involuzione della borghesia e dello stesso proletariato,
il Sessantotto, le trasformazioni del costume e delle abitudini sociali, il dramma della “strategia della tensione”.

Si possono condividere o meno le sue analisi, le sue idee e i suoi punti di vista, ma non si può non riconoscere la capacità di Pasolini di inquadrare sempre con intelligenza le questioni, di suscitare pensiero, dibattito, riflessione, di spingerci a guardare noi stessi e la realtà che ci circonda in una nuova prospettiva, sotto una luce diversa: che è il compito degli intellettuali. Per questo vale la pena guardare a Pasolini. Qui – con questa mostra – al suo volto. E poi alla sua opera» (Roberto Carnero)

WEGIL, Trastevere – Largo Ascianghi, 5, Roma

Info: www.wegil.it

Ph. Pier Paolo Pasolini nel quartieredi Centocelle, Roma, 1960 © Archivio Federico Garolla

Giuseppe Longo