Non homo trioboli, (non uomo da tre oboli, non uomo dappoco – Plauto)

Cefalù (Pa) – Lo scorso 3 Aprile è venuto a mancare un mio caro Amico, Samuele Cassata.

Samuele viene ad aggiungersi alla già nutrita schiera di quegli altri amici che l’hanno, ahimè, drasticamente preceduto seguendo le inesorabili coercizioni dell’esistenza.

Per temperamento ed etica sono stati tutti quanti per me ineludibili esempi di vita, cànoni imprescindibili di comportamento, eclatanti modelli d’una realtà sociale in continua evoluzione, insostituibili méntori della mia ulteriore tarda formazione.

Da Essi, dalla loro cordiale amicizia, dal loro acculturato senso conoscitivo, dalla loro esperta sagacia tonificata da una pluriennale esperienza, sono riuscito a trarre qualcosa, un insegnamento particolare, una misura di giudizio, una infarinatura esegetica, che ha dato un impulso nuovo alla mia crescita culturale confermandomi ancora una volta a considerare la vita da un altro punto di vista, da un’altra specifica angolazione, inquadrandola, cioè, in una peculiare ottica, in una determinata dimensione catartica più consapevole ed accettabile, quella prevalentemente filosofica.

La vita è quello che è; bisogna prenderla con noncuranza ma con coraggio, pur rispettandone i dettami, se si vuole avere la fortuna di viverla al meglio.

E qui, memore di una sincera amistà piacevolmente intercorsa e perdurata nel tempo, gradisco ricordare Samuele, il Notaio Dr. Samuele Cassata, figlio, fratello e padre di Notai, i cui tratti salienti, sia dal lato umano che professionale, rimangono un cardine di austerità, di correttezza morale, di civile empatia e di calibrata oculatezza.

Forse un impegno egoistico, il mio, trattarne (egocentrismo?), come se il farlo me lo riportasse in vita ed io continuassi ad apprezzarne la docente vicinanza, usufruendone.

Ma ove difetti la presenza fisica soccorre la memoria, unico valente surrogato che tende a fornire un continuum al nostro precario ed intralciato procedere.

La mia è da considerarsi, quindi, se si vuole, una semplice operazione rievocativa ad usum delphini: il pensiero e l’affetto di un amico verso un amico perduto, che, pur gravitando in diversa dimensione sociale, sente il bisogno di addurre un tributo ad una di quelle luminose esistenze che, come le meteore, appaiono, esauriscono un percorso e scompaiono, infine, in un orizzonte senza tempo lasciando una traccia indelebile di sé.

C’è una chiosa nella concezione tomistica dantesca che mi pare si adatti a definire meglio il personaggio: “..luce intellettual piena d’amore…”

Samuele me lo ricordo da giovane, nitido flashback in un grigio empireo nel quale le figure sbiadiscono dissolvendosi e la consistenza dei fatti si contrae come in una indefinita chiusura in dissolvenza, al veglione di carnevale che si teneva al teatro comunale, durante i balli che s’intrecciavano.

Allora la danza era quasi l’unica, se non la più preminente, occasione possibile per poter permessivamente tenere fra le braccia una ragazza.

Alto, snello, sempre con un sorriso bonario sulle labbra, cordiale nel tratto, flessuoso nelle movenze, arguto nel dialogo, lapidario nelle massime. Per quanto non facesse parte della mia cerchia, perché ci divideva una differenza di età di quasi dieci anni, eravamo, comunque, amici così come lo erano le nostre famiglie.

In quell’occasione carnascialesca ricordo che vinse una gara di ballo in coppia con l’attraente Teresa Cassata.

Lui era già all’università ed io ed io scaldavo i banchi al liceo.

Chi più chi meno eravamo allora quasi tutti fidanzati. Fidanzati per modo di dire: avevamo una compagna del cuore, ecco tutto. Parlo degli anni cinquanta, gli anni in cui, ancora non usciti dall’ala familiare, ci si atteggiava ad affermati esponenti di una società in fieri.

Egli, ricordo, aveva la passione per i cavalli; possedette, infatti, una giumenta che assorbiva quasi tutto il suo interesse sportivo. Amava pure infinitamente la campagna e la sua serafica semplicità fatta di pigolii d’uccelli, di stormire di foglie e di saturi effluvi emanati dalle zolle di terra appena smossa dai faticosi colpi di una sudata zappa.

Si laureò con un buon punteggio e, sulle orme del padre, Notaio Ignazio di intramontabile rimembranza e del fratello Giovanni, intraprese anche lui l’iter per la carriera notarile portata avanti con impegno e conseguita con successo.

Giovanni, per gentilezza, disponibilità e cultura, era dello stesso stampo del germano. Più grande d’età era già Notaio a Gangi. Poi era entrato come aiuto nello studio notarile del padre in Cefalù ereditandone infine la sede assieme alla clientela alla morte di quest’ultimo.

Samuele, invece, conseguito il titolo, svolse l’incarico nelle sedi di Racalmuto e di Castelbuono per poi aprire un suo proprio studio a Cefalù non appena se ne presentò la possibilità, venuto a mancare il Notaio Sammarco.

Era un luogo tranquillo, allora, Cefalù, calmo e sereno, che si sosteneva economicamente basando la propria attività sull’agricoltura, sulla pesca e sull’artigianato; tanto che il M°. Curreri di felice memoria, esaltandone la semplicità e la quiete, ebbe a dedicargli una nota gradevole espressione melodica, quasi una ninna-nanna, un pamphlets musicale, affettuosamente intitolando il brano con il filiale titolo di “Cefalù mia”; mentre adesso, col turbinoso bailamme del turismo nostrano ed internazionale, quasi sempre caotico e compulsivo (quello nostrano soprattutto), il “placido paesello” (incipit del madrigale di cui s’è fatto cenno) è divenuto (mi si conceda il termine) un bordello, almeno per noi residenti nel centro storico, per quanto l’attuale Sindaco lodevolmente non lesini i suoi sforzi per tentare di eliminare gli inconvenienti.

Restando nel tema trovo confacente qui riportare alcune fatidiche allocuzioni del canto III del dantesco divino poema che sembrano essere state concepite apposta, come un vaticinio, per l’attuale situazione urbana cefaludese ingolfata dal turismo (…diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle, ecc., ecc. ecc…).

E, nel concomitante periodo pandemico, con il viavai di gente che riempie strade, piazze, vicoli, anfratti, luoghi caratteristici quasi tutti disseminati di tavoli e sedie per le consumazioni, altro che con mascherina anti covid: si dovrebbe camminare con lo scafandro.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che nei citati anni cinquanta Cefalù era un paese di produttori (primizie agrarie, ittiche, lavorazioni in legno e metallo); oggi, di servizi: bed and breakfast, alberghi, ristoranti, trattorie e quant’altro.

Una catarsi: da padroni a servi.

Certo il commercio ne ha tratto un cospicuo profitto. E’ rifiorito. S’è rinsanguato. Ha prosperato. E’ divenuto rigoglioso come una pianta curata a cui non si fà mancare l’acqua. Ma a che prezzo? Al prezzo di mutare la semplicità del vivere sacrificando al progresso la bucolica originaria Arcadia.

Passaggio fisiologicamente naturale, ed anche, se vogliamo, auspicato, ma umanamente vessante.

Mi accorgo, tuttavia, che, non volutamente, al ricordo programmato s’è insinuata una imprevista consequenziale digressione: sono partito da un argomento e mi sono lasciato prendere la mano da un altro.

Chiedo venia.

Samuele, dunque. Egli esercita il suo dicastero a Cefalù, si sposa, ha tre figli, Ignazio, Giovanni, Luca, ai quali infonde quella dirittura morale che in lui è la caratteristica più evidente.

Appunto per sfuggire alla rutilante atmosfera cittadina, per lui gravosa e mal sopportata, predilesse soggiornare più nel suo predio di contrada Colombo che in paese; e ne discendeva esclusivamente per necessità d’ufficio e familiari.

Fu in quel tempo che intessé una sincera amicizia con Mastro Nino Culotta, estroso eclettico personaggio che si occupava d’edilizia, anche lui amante della natura e dei cavalli; felice sodale connubio che perdurò sempre sino alla morte di quest’ultimo.

Mastro Nino quasi giornalmente lo andava a trovare, tenendogli compagnia, chiacchierando del più e del meno, di produzione agricola, di realtà sociali, di fatti di cronaca paesana e di quant’altro, partendo sempre dal punto di vista del lavoratore, dell’uomo qualunque, del cittadino laborioso e dimostrando una argutezza di ragionamento che fà onore ad ogni classe operaia.

Samuele apparteneva a quella categoria di persone che quando prendono una decisione la mantengono ad oltranza con dignità pur dovendo superare difficoltà di ogni genere. Non era credente, ma il suo modo di agire, di comportarsi con la gente, di intuirne le necessità e la sua maniera di aderire alle richieste avanzate, anche da parte dei più umili, rispecchiava una religiosità costante e sinceramente fattiva, un’etica sicuramente più protettiva ed efficace di quella che qualsiasi baciapile avrebbe potuto elargire.

La competenza e la dignità hanno sempre rappresentato i valori fondamentali del suo procedere umano e lavorativo. Persona discreta e sincera, ha continuato con la massima solerzia l’occupazione prescelta, così come il fratello Giovanni d’altronde, infondendo nei figli (uno dei quali, Giovanni, oggi Notaio ed erede dello studio paterno) quella linfa culturale, quell’indirizzo sociale che è proprio dell’impegno professionale intrapreso e responsabilmente condotto.

Rifacendomi alla massima latina riportata nel titolo, non era un uomo da tre oboli, Samuele. Non era un uomo dappoco. Era ben tutt’altro. Una personalità da annoverare fra le eminenze cittadine; una fattiva presenza che pur contribuendo a portare avanti il nome della Famiglia Cassata esaltandone le peculiarità umane e sociali, qualità ravvisabili nello svolgimento di una attività di tutto rispetto gestita nel modo più acconcio a trattare con tutti, nel contempo ha fornito un notevole contributo sociale alla comunità in cui ha operato.

Era un personaggio di altro tempo ma sempre coerente con il presente.

Lo ricordo con molto affetto e stima.

Pippo Maggiore