Sul talento o del talento. Come vi è più a grado

Bisogna, innanzitutto, per chiarezza, fissare un concetto primario: il talento, facoltà naturale

incrementata dal pensiero e dalla volontà, e, perché no, anche dalla dottrina e dall’osservazione

partecipe dei fenomeni della vita, non è limitato soltanto alle “giovani promesse” con forte

potenziale di sviluppo ed innato senso di creatività, come sarebbe opinato dai più, ma è anche

pertinente ad alcuni stagionati professionisti e non, che abbiano ampia esperienza ed il cui

prezioso contributo operativo indulga nella più eterogenea dimensione produttiva.

Così, se da un lato gli “young talents”, come vengono comunemente connotati, sono in grado di

contribuire con nuove competenze e capacità di innovazione a spingere alacremente innanzi il

carro delle scoperte utili all’umanità, i “silver”, dall’altro, sviluppano ed approntano il proprio

patrimonio di conoscenze acquisite tanto da rappresentare spesso i precipui leaders aziendali più

degni di ammirata imitazione (ormai pare che l’inglese, nel dissertare, rappresenti una confacevole

estensione della nobile lingua italiana. Mah!).

C’è, a questo punto, da valutare se nel campo della sperimentazione valgano di più i giovani talenti

o sia più consono opinare che i “silver talents”, in teoria, con le loro multiformi esperienza e

stabilità di servizio aziendale diano più affidamento e siano da preferirsi, purché anche per loro

vengano opportunamente programmati percorsi di valorizzazione e sviluppo del ruolo.

Ma cos’è, in effetti, il talento?

Vuol essere, esso, una propensione verso un’attività (artistica, letteraria, sociale), una particolare

attitudine del nostro “io” geneticamente elargitaci, un’inclinazione benefica volta al sociale

inevitabile progresso, un bernoccolo, una predisposizione, un genio, una stoffa, una vocazione,

una tendenza, o che so io, tanto per estrapolarle tutte le definizioni possibili che tentano di

connotare un fattivo elemento.

In ogni caso e ad ogni buon fine il talento è il contrario di “avversione e di incompatibilità”.

Per dirla tutta, non è, comunque, sinonimo di prestante genialità.

Schopenhauer assumeva che “…un talento colpisce un bersaglio che nessun altro può colpire …” E

dissertava altresì che “… la vita oscilla come un pendolo tra il dolore e la noia, ma viene sublimata

dal talento. Quando ci sforziamo, infatti, di soddisfare i nostri desideri, spinti dalla volontà e

dall’impegno, ci troviamo a sperimentare dolore e sofferenza. Quando, invece i nostri desideri

sono soddisfatti scivoliamo nella noia. Non ci restano, così, che due vie per raggiungere la

liberazione dello spirito usando il talento: l’arte morale della compassione e l’ascesi; a differenza

del genio che compendia, invece, una speciale attitudine naturale atta a produrre opere di

importante rilevanza artistica, scientifica, etica e sociale….” (sic!).

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Lui, che visse nell’arco temporale tra il 1788 ed il 1860, particolare periodo storico in cui

l’evoluzione del pensiero maturava la sua impalpabile consistenza fissando le basi di una nuova

spirituale tendenza teoretica, compendiava in tal modo la sua verità esistenziale.

Di contro. Freud, focalizzando il concetto di “talento”, asseriva che: “… la creatività è frutto della

sublimazione di energie scaturite da una situazione frustrante e del loro riorientamento in una

direzione produttiva …”

Per Aristotele valutare l’essenza del talento era scoprire il proprio potenziale di fantasia e

d’inventiva, raggiungimento che aiuta ad essere felici.

E Platone, nel favorire l’instaurarsi e lo sviluppo del talento, consigliava, per affinarlo, di non

educare “imponendo”, obbligando cioè il discente ad impegnarsi, bensì presentando

l’insegnamento come un gioco virtuale, rendendolo in tal modo interessante. Ciò affinché si

potesse meglio individuare quale fosse la naturale disposizione di ciascuno.

Alla luce di così elevati pensieri emanati da filosofi di indubitabile carisma e dottrina, c’è da

ammettere che in ogni essere umano ci sia del talento, naturalmente dosato in quantità diversa;

quella forza ispiratrice, cioè, che spinge l’individuo ad industriarsi per risolvere al meglio i propri

bisogni, per sopperire al meglio alle proprie necessità esistenziali, quella indomita energia che,

corroborata dalla volontà e supportata dalla fantasia, induce alla concezione di opere degne di

rilievo attraverso l’industriosa materiale sperimentazione in più dimensioni creative

impegnandosi.

Giuseppe Maggiore

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