Catania – I giovani oggi non parlano più siciliano. Lo capiscono a stento, lo storpiano, non sanno pronunciarlo. E noi, rassegnati, guardiamo in silenzio, credendo che sia normale, che sia conseguenza del progresso, che sia inevitabile.
Non è normale. È l’atto finale di una lenta chirurgia culturale.
Non è progresso. È una perdita incalcolabile. Ogni parola siciliana che scompare è un pezzo di noi che muore perché non stiamo perdendo solo “a parrata”, ma un modo unico di esprimerci, una visione del mondo, una filosofia, una memoria collettiva, un’identità.
Non è nemmeno inevitabile. Siamo ancora in tempo, ma serve una scelta coraggiosa e immediata: portare il siciliano dentro la scuola.

Chi si oppone solleva spesso l’obiezione che non vi sia una lingua siciliana comune a tutti da insegnare, ma una molteplicità di varianti locali – il palermitano, il catanese, il messinese, il siracusano ecc. – e che scegliere una di queste varianti come lingua ufficiale significherebbe uccidere tutte le altre.
È un’argomentazione speciosa che nega la realtà storica. Una lingua sovradialettale esiste già, non si deve creare oggi “a tavolino”, né si deve scegliere tra le parlate locali: è la lingua illustre usata in letteratura da secoli (nel corso dei quali si è evoluta)! È quella dei poeti, della nostra sterminata tradizione letteraria, del nostro ricchissimo teatro, è quella dei nostri dizionari, dei nostri testi di grammatica, antichi e moderni. Una tradizione che risale a quando il siciliano era, praticamente, lingua di Stato.
L’errore è pensare che standardizzare il siciliano possa uccidere le varianti locali. Non è vero! A Catania si continuerà a dire carusu e a Palermo picciottu! È vero l’esatto opposto: senza una lingua “tetto” che faccia da scudo e dia dignità al sistema linguistico siciliano, i nostri dialetti (ovvero tutte le nostre varianti) sono destinati a scomparire, mangiati dalla lingua oggi dominante. È l’italiano che li sta uccidendo! È l’assenza di uno standard riconosciuto che li rende fragili e pronti all’estinzione.
Non portare il siciliano a scuola significa non proteggerlo, significa perdere la nostra lingua e i suoi bellissimi dialetti, significa accettare che tra due generazioni il siciliano sarà solo un ricordo da anziani al bar, significa permettere all’italiano di cancellarci.
Guardiamo a Malta. Un’isola piccola dove si parla massicciamente inglese e dove gli stranieri sono più dei maltesi, eppure il maltese è vivo e forte. Perché? Perché è lingua di Stato e si insegna a scuola. Anche lì esistono le varianti locali, da nord a sud, da Malta a Gozo. Non sono state cancellate dalla lingua standard. Se resistono al tempo, alle invasioni straniere, all’inglese parlato diffusamente da tutti, è proprio perché la scuola le protegge e le tiene in vita. Se il maltese non fosse stato insegnato, oggi a Malta si parlerebbe soltanto inglese.
Il siciliano ha cominciato a morire quando ai nostri genitori è stato fatto credere che andasse vietato ai figli per non compromettere l’apprendimento dell’italiano. Ma anche questa è una grandissima minchiata, smentita dalla scienza: il bilinguismo potenzia le capacità cognitive. I bambini bilingui sviluppano maggiore flessibilità, attenzione e capacità di gestione della complessità.
Imparare siciliano e italiano significa ereditare un patrimonio culturale immenso e, allo stesso tempo, allenare e potenziare la mente. È una risorsa. E per i bambini siciliani dovrebbe essere un diritto.
Per generazioni si è diffusa l’idea che parlare italiano rendesse “migliori” e il siciliano “inferiore”. Il siciliano è stato escluso dalle famiglie e si è interrotta la trasmissione naturale della lingua. È così che muore una lingua.
Se vogliamo invertire la rotta, se non vogliamo che il siciliano resti confinato a espressioni folkloristiche sempre più svuotate, occorre dare alla nostra lingua la dignità che merita e che le è stata negata: quella di una lingua che si impara, si studia, si scrive. È una infinita tristezza leggere oggi articoli, volantini, manifesti scritti in siciliano da giovani che difendono il siciliano a spada tratta con errori a dir poco imbarazzanti, una scrittura che è spesso un’approssimazione fonetica, un tentativo zoppicante che dimostra quanto sono carenti e quanto manchi una base grammaticale solida. Perfino chi vuole difendere il siciliano, oggi, non lo sa più né parlare né scrivere.
Vogliamo assistere in silenzio alla nostra estinzione o vogliamo intervenire? Portare il siciliano a scuola significa dare ai nostri figli il diritto di leggere, scrivere e, finalmente, pensare nella lingua dei padri. Per una Sicilia che non dimentica chi è.
Eliana Esposito

