Roma – Dal 2 maggio la mostra “Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati”. Fino al 13 settembre 2026 al Museo di Roma a Palazzo Braschi.
“Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati”. Nel decennale della scomparsa, una mostra dedicata al percorso umano e artistico di un maestro del cinema italiano.
Commento di Paola e Silvia Scola
«Sono passati dieci anni dalla morte di Ettore Scola. Sembra ieri e allo stesso tempo sembra un secolo. Dieci anni in cui la voragine che ha lasciato continua a farsi sentire costantemente, non solo a livello personale, per noi figlie, ma per la società, per la cultura.
La sua voce manca. Manca nel quotidiano, in realtà, perché l’importanza dei capolavori che ci ha lasciato resta intatta nel tempo, non invecchiano, non sono datati.
Ma com’è questo fatto, ci domandiamo? La risposta, ancora una volta, ce la dà lui stesso in un’intervista del 1995 sul set del film Romanzo di un giovane povero, in cui gli veniva chiesto perché, secondo lui a distanza di vent’anni, il film Una giornata particolare restava attuale.
“Io non credo che il fatto che certi film che non invecchiano… il merito sia tutto dei registi, degli autori e degli interpreti che lo hanno fatto… Credo che i film che restano importanti, lo sono perché certi problemi non sono superati né risolti, e quindi ecco che il film che rappresentava quei problemi resta fresco, resta attuale. Quindi non è solo un merito intrinseco del film, ma è un demerito della società che non risolve certi problemi. Così come per Mani sulla città, che abbiamo appena visto, Rosi nel 1963 aveva previsto Tangentopoli, così nella Giornata particolare non tutte le forme di fascismo sono finite, perché oltre il fascismo c’è la mentalità fascista, che dura e perdura in molti… e forse in ognuno di noi c’è ogni giorno un minuto di fascismo”.
Era il 1995. Passati altri trent’anni da quell’intervista, oggi la risposta è ancora più attuale, perché il nostro minuto di fascismo non è più solo introiettato e personale, ma è stato sdoganato a livello globale.
Sempre nel 1995, lo stesso allarme veniva lanciato anche da Umberto Eco che, il 25 aprile, in una conferenza alla Columbia University per celebrare la Liberazione dell’Europa, dichiarò:
“Ritengo sia possibile indicare una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare l”Ur-Fascismo’ o ‘fascismo eterno’. L’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: ‘Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!’. Ahimé, la vita non è così facile. L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme, ogni giorno, in ogni parte del mondo”.
Ecco come ci allertavano questi due grandi intellettuali trent’anni fa. Abbiamo dato loro retta? Siamo stati capaci di cogliere il senso profondo del loro grido di allarme? Oppure si è materializzata la metafora della rana bollita di Noam Chomsky? Il filosofo immagina un pentolone d’acqua fredda in cui nuota una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola e l’acqua si riscalda piano piano; la rana continua a nuotare, godendosi il calduccio. Ma, da tiepida e gradevole, la temperatura a poco a poco sale, ben oltre ciò che la rana può tollerare. A quel punto vorrebbe uscire, ma ormai è diventata debole: non ha più la forza di nuotare e resta intorpidita, in un totale relax, fino a morire bollita. Se invece la stessa rana fosse stata buttata direttamente nell’acqua bollente, con uno scatto sarebbe balzata fuori dal pentolone e si sarebbe salvata.
L’efficacia della metafora di Chomsky – che descrive l’incapacità umana di reagire ai cambiamenti negativi se lenti e graduali – è lo specchio del nostro tempo. E infatti, ecco che oggi ci troviamo a non battere ciglio di fronte alla deriva delle limitazioni delle libertà personali, ai diritti “fino a un certo punto”, all’eventualità di morire sparati impunemente dalla polizia mentre si circola per la propria città o mentre si scava nelle macerie della propria casa durante una tregua; è normale dover “definire bambino”, è normale restare inerti di fronte a chi si mette a bombardare l’altra metà del mondo per coprire le proprie nefandezze personali e politiche, dalla pedofilia alla genocidiofilia.
L’idea collettiva di se stessi che avevano nostro padre e gran parte di quella generazione di autori – quella che ha fatto sì che anche i loro film, oltre alle loro vite, fossero improntati a un’idea di uguaglianza e di diritto alla felicità per tutti – è oggi un concetto superato, obsoleto, relegato alla visione, considerata ormai retrograda, di politically correct.
Superati, così come lo sono i diritti di chi non ha voce, “di chi non partecipa al banchetto nazionale”, come diceva lui, dei sommersi, degli invisibili, dei non protagonisti del mondo.
E fra i non protagonisti del mondo – che sono proprio i protagonisti dei film di nostro padre – c’è grande attenzione e amore anche per i non protagonisti dei suoi stessi film, per quei personaggi secondari o di contorno, che vedevano messe a fuoco, anche solo con una pennellata, le loro esistenze.
Il personaggio di Elide, per esempio, interpretato da Giovanna Ralli in C’eravamo tanto amati, è una figura minore che resta nel cuore. È la figlia ignorante e goffa di un ignorantissimo e protervo palazzinaro senza scrupoli (Aldo Fabrizi), la quale – per l’amore mai ricambiato di suo marito Gianni (Vittorio Gassman), che l’ha sposata per convenienza – si snatura nella speranza di conquistarlo. Si raffina, si accultura, si imborghesisce, si trasforma anche fisicamente fino a quando si rende conto dell’inutilità di tutti i suoi sforzi e, con una corsa sfrenata in automobile, si ammazza.
In un dialogo onirico, immaginato, Elide chiede a Gianni: “Sono importante per te adesso?”. “Adesso? Perché che sei morta? No, direi di no”. “E che te possino ammazzatte!” – e poi aggiunge, tenera: “Sei tu che non sei importante per nessuno, Gianni, neppure per te stesso. Lo eri solo per me, perché ero stupida”. Pochi tratti, struggenti, per raccontare un piccolo personaggio di assoluta poesia.
O anche, in misura minore – per spazio, ma non per lirismo – Iside, la soffice prostituta promossa a fidanzata di Giacinto (Nino Manfredi) in Brutti, sporchi e cattivi, che – con totale candore e perfetta coerenza – trafigge il cuore di pietra del capofamiglia. Lo abbiamo visto prendere a fucilate moglie e figli per proteggere il suo milione di lire – “‘O milione, mio!” – indennizzo per un occhio perso sul lavoro e che ora, per amore di Iside, dilapida dandosi alla pazza gioia con lei.
Oppure il conte Treuberg (Claude Riche) in Concorrenza sleale, film del 2001 ambientato sotto il fascismo. Un ebreo lituano rifugiato in Italia, grande amico di un personaggio già molto secondario del film, il nonno Mattia (Jean-Claude Brialy) che lo ha soprannominato Tic-Tac in onore del suo ‘nuovo mestiere’ italiano di artigiano orologiaio. Bottegaio ebreo a sua volta, il nonno Mattia lo presenta ai nipotini come “ebreo molto spiritoso”, mentre il conte sproloquia in un idioma incomprensibile. “L’Yiddish è una lingua senza peli sulla lingua” spiega il nonno ai bambini, per evitare di tradurre ciò che di scurrile sta dicendo il conte contro il regime. Inguaribile ottimista, Tic-Tac confida nella cialtronaggine degli italiani che non rispettano mai le leggi – “Perché dovrebbero rispettare proprio quelle razziali?” – quindi, dopo aver accettato allegramente la proposta di un funzionario di barattare un prezioso cronografo in cambio della salvezza, sparirà, deportato come tutti gli altri. Compare solo tre volte nell’arco del film, ma resta un personaggio indimenticabile.
Di figure come queste ce ne sono tante in ciascuno dei suoi film. Troppe per raccontarle tutte, ma per chi fosse interessato, ecco un piccolo elenco di quelle che per noi restano perle assolute.
Lo storpio provocatore de Il commissario Pepe, detto Parigi (Beppe Maffioli), che a notte fonda, rombando per le strade deserte con la sua carrozzella a motore, urla verità scomode sui notabili della città, preferendo il disprezzo della gente alla pietà e alla compassione.
Enza, la vecchia prostituta sfasciata e materna, che si prende cura dei meridionali senzatetto che dormono alla stazione di Porta Nuova, cazziandoli per la loro arrendevolezza in Trevico-Torino.
Le sorelle Ce-l’ho-io, due vecchie strozzine, ricettatrici e gestori della vineria/motel della borgata in Brutti, sporchi e cattivi.
L’inconsolabile Amleto Di Meo, il macellaio innamorato in Dramma della gelosia, sedotto e abbandonato dalla bella fioraia del Verano (Monica Vitti).
Gengis Khan, il bombarolo anarchico di Chicago in Permette? Rocco Papaleo, che passerà al povero Rocco (Marcello Mastroianni) il testimone dell’eversione come fuga dal disagio.
Le tre zie (Athina Cenci, Alessandra Panelli e Monica Scattini) in La famiglia: zitelle inseparabili che litigano, urlano e si scannano per tutta la vita, ma non possono fare a meno l’una dell’altra. Tre zie comuni a molte famiglie italiane, qui riunite in un unico gruppo che inizialmente sembra solo comico, ma che si rivela in tutta la sua drammaticità quando, alla morte di una di loro, le due superstiti si spengono insieme a lei.
Sempre in La famiglia, lo zio Nicola interpretato da Renzo Palmer, piccolo gerarca fascista, sfatto e sfinito, che incarna l’Apparato in tutto il suo ridicolo.
Agostino e Chiquita, i due banditi di strada ne Il viaggio di Capitan Fracassa, che vediamo assaltare più volte la carovana dei protagonisti. Chiquita è una zingarella al seguito di Agostino, un avanzo di galera interpretato da Claudio Amendola. Quando, alla fine, Agostino viene arrestato e legato ai raggi della Ruota della tortura – che provoca una morte lenta e feroce per frattura delle ossa – la piccola Chiquita si lancia su di lui come per un ultimo abbraccio d’addio, ma lo pugnala dritto al cuore per risparmiargli il supplizio.
E per associazione indebita di idee e di sentimento, questo estremo gesto di amore ci porta dritto a noi, al dolore di questi dieci anni trascorsi senza di lui e al nostro sollievo di figlie, al pensiero che non abbia visto che quel mondo migliore – alla costruzione del quale ha dedicato tutta la vita – sia ormai arrivato alla deriva. Che la morte gli abbia evitato, insomma, il supplizio di ritrovarsi di nuovo i fascisti al governo. Se non fosse che oggi – 23 marzo 2026 – proprio mentre stiamo concludendo questa nostra amara testimonianza di figlie, arriva improvvisa come un raggio di sole la notizia della vittoria del “No” al Referendum sulla Costituzione. Una vittoria schiacciante quanto insperata: milioni di giovani, di giovanissimi, di donne, di cittadini accorsi in soccorso della nostra preziosa democrazia. Gli stessi che abbiamo visto in piazza nelle manifestazioni di gennaio e febbraio per la Palestina libera, prova provata che non tutto è perduto e che l’ottimismo patologico di nostro padre ha avuto come sempre ragione.
Questi ragazzi non ci faranno balzare fuori dal pentolone con uno scatto, ma hanno cominciato a spegnere il fuoco, dimostrando che la coscienza della società civile non è morta e che si può ricominciare a sperare nel domani. Tante volte Ettore volesse fare un salto nell’aldiquà per venire a complimentarsi con loro» (Paola e Silvia Scola).
Museo di Roma – Sale primo piano. Piazza San Pantaleo, 10 – Piazza Navona, 2, Roma

Info:
Mostra: “Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati”. 2 maggio (apertura al pubblico) – 13 settembre 2026.
Orari: Dal martedì alla domenica ore 10:00-19:00. Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Chiuso il lunedì.
Biglietteria:
Biglietto “solo Mostra”
€ 11,00 biglietto “solo Mostra” intero;
€ 9,00 biglietto “solo Mostra” ridotto;
€ 4,00 biglietto “solo Mostra” speciale scuola ad alunno (ingresso gratuito ad un docente accompagnatore ogni 10 alunni);
€ 22,00 biglietto “solo Mostra” speciale Famiglie (2 adulti più figli al di sotto dei 18 anni);
€ 11,00 biglietto “solo Mostra” speciale Famiglie (1 adulto più figli al di sotto dei 18 anni);
Biglietto “cumulativo” Museo di Roma + Mostra
€ 19,00 biglietto “cumulativo” intero per i non residenti a Roma;
€ 13,00 biglietto “cumulativo” ridotto per i non residenti a Roma;
Ingresso con biglietto gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente.
Web: www.museodiroma.it
Mostra: “Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati”. Dal 2 maggio al Museo di Roma a Palazzo Braschi: https://www.gdmed.it/2026/05/01/mostra-ettore-scola-non-ci-siamo-mai-lasciati-dal-2-maggio-al-museo-di-roma-a-palazzo-braschi/
Ph.
Disegno di Ettore Scola, Uomo con maschere, penna su carta. Archivio Famiglia Scola.
Photo Credit Marino Festuccia.
Giuseppe Longo

