Roma – Nell’immaginario collettivo, le isole, per via della barriera creata dal mare, sono state da sempre associate al concetto di isolamento. La Sicilia sfugge a questa regola: crocevia di popoli e culture è stata, sin dai tempi remoti, un punto nodale di scambi commerciali e di dinamiche culturali e creative, qui i popoli si sono incontrati e fusi. In essa convivono due anime:da una parte c’è l’isola che soggiace al destino di “solitudine” comune a ogni terra circondata dal mare, dall’altra la sua posizione geografica, al centro del Mediterraneo, ha, da tempo immemorabile, esercitato un irresistibile fascino su civiltà e società diverse. La tensione continua tra questi due opposti ha creato quel sentimento che Sciascia definisce “sicilitudine”.
Frank Furedi, nel suo bellissimo libro:”I confini contano”, affronta il tema del confine nell’epoca della sua evaporazione.

Figurina antropomorfa riferibile alla cultura di Castelluccio e ritrovata a Monte San Giuliano (Cl)
La tesi che sviluppa è quella che esso permette di far evolvere la relazione all’interno di una cornice di autenticità, in cui ciascuna identità entra in contatto con l’altra senza snaturarsi. L’autore va oltre: declina il concetto di “confine” e lo rapporta alla situazione attuale in cui il capitalismo si impone come una piovra sul mondo annichilendo, invece, la specificità di ciascuna cultura.
La stessa dinamica di fusione tra popoli di cui parla Furedi è stata riprodotta nei secoli in Sicilia. L’isola è l’esempio perfetto di come l’incontro tra civiltà diverse non si è tradotto in un processo di annichilimento, bensì in una straordinaria sintesi sincretica e pluralismo culturale.
Attorno a questa tesi è stata costruita la mostra attualmente allestita a Castel Sant’Angelo dal titolo: “Cipro e Italia eredità culturali condivise all’alba della storia”. Il percorso espositivo dimostra, attraverso una ricca varietà di reperti archeologici, come, in tempi remoti, il mar Mediterraneo non costituiva una barriera, ma rappresentava un’autostrada che permetteva scambi e contatti frequenti tra le 3 grandi isole del Mediterraneo: Cipro, Sardegna e Sicilia. A Castel Sant’Angelo sono stati ricostruiti settemila anni di relazioni. I 120 reperti archeologici mostrano come già nell’età del Bronzo e del ferro esistessero scambi di metalli, rotte marittime consolidate, pratiche funerarie e simboliche affini, tecnologie condivise tra le 3 isole.

Sigillo di steatite rinvenuto nella Neapolis di Siracusa
L’esposizione è’ organizzata attorno a grandi gruppi tematici: armi, vasellame, ceramica, orologeria. Gli oggetti sono quasi interamente provenienti da corredi funerari e altari votivi. I reperti presenti volutamente non sono suddivisi per aree geografiche a testimoniare la grande contaminazione culturale tra le tre isole. L’età del bronzo a Cipro inizia molto prima che in occidente, quindi i manufatti in bronzo partono dall’Oriente e vanno verso l’Occidente. I ciprioti, avendo miniere molto ricche, hanno sviluppato, sicuramente prima di altre civiltà, la tecnologia della lavorazione del metallo. Il rinvenimento di manufatti in bronzo ciprioti in Sardegna e Sicilia testimoniano l’esistenza di rotte marittime grazie alle quali nascono delle pratiche condivise di lavorazione dei metalli e un’evoluzione tecnologica comune. L’allestimento che attualmente trova spazio nell’importante monumento romano va oltre, dunque, il mero valore storico e archeologico per diventare un vero e proprio manifesto politico. Ci ricorda che la Sicilia, pur essendo un’isola, non è mai stata un luogo di separazione, ma un laboratorio di convivenza, un crocevia di flussi provenienti da ogni angolo del mondo allora conosciuto, un ponte culturale nel Mediterraneo.
La percezione attuale dell’isola è cambiata: oggi si ritrova a essere considerata periferia d’Europa e, quindi, ad avere un ruolo marginale. Questa perifericità, però non ci appartiene, ce lo racconta la storia e l’anima vibrante di questa terra. La figurina antropomorfa rinvenuta a Castelluccio, visibile nella foto riprodotta nel presente articolo (fig.2), ci ricorda che la cultura di Castelluccio è espressione delle prime comunità complesse della Sicilia inserite nelle reti di scambio del Mediterraneo orientale.

Il sigillo in steatite, lo stesso ritrovato a Cipro, (figg.3-4) mostra contatti diretti tra le due isole del Mediterraneo. Siti come Cannatello e Mozia testimoniano la partecipazione della Sicilia alle grandi rotte del rame grazie ai manufatti ciprioti in questo metallo rinvenuti nelle due località.

Brocchetta cipriota proveniente dalla necropoli di Thapson (Siracusa)
Il percorso espositivo di cui mi sono occupata nel presente articolo evidenzia come la condizione periferica non rappresenti affatto un destino ineluttabile, ma è un fenomeno geopolitico che nasce da uno sguardo eurocentrico e, di conseguenza, reversibile.
E’ tempo di invertire la rotta, di riprenderci la nostra centralità e la vocazione di hub storico culturale e strategico rivendicando l’identità profonda dell’isola.
Maria Angela Suraci

