Catania – Subito dopo la perdita dell’Africa Settentrionale da parte delle forze dell’Asse, nel corso della conferenza di Casablanca tenuta in Marocco nel gennaio 1943, i comandi Alleati decisero di predisporre i piani per l’invasione della Sicilia. La pianificazione dello sbarco iniziò nel febbraio dello stesso anno e, materialmente, ebbe luogo nella notte tra il 9 e il 10 luglio.

Prima dello sbarco, la difesa dell’isola era affidata alla VI Armata, posta al comando del Generale Alfredo Guzzoni, costituita dal XII e dal XVI Corpo d’Armata. La prima Unità dipendeva dal Generale Mario Arisio e aveva l’incarico di proteggere la zona occidentale dell’Isola avvalendosi delle Divisioni mobili: Aosta e Assietta e dei Reparti costieri del settore Ovest; la seconda operava sotto la direzione del Generale Carlo Rossi, che ebbe l’incarico della difesa della Sicilia orientale. Nella disponibilità dell’ufficiale, le Divisioni mobili: Napoli e Livorno e i Reparti costieri assegnati alla difesa del settore Est. A fianco delle truppe italiane si trovava anche il XIV Corpo d’Armata tedesco al comando del Generale Hans-Valentin Hube che, come ci informa lo storico Alberto Santoni (1), comandò due divisioni: la 15a, senza automezzi e con 65 carri armati, e la “Hermann Göring” con 100 carri armati. Alla citata Armata si aggiunsero, quale rinforzo durante l’invasione, la 1a paracadutisti e la 29a granatieri corazzati, organicamente non complete.
I sistemi di fortificazione costiera, così come indicato dal suddetto storico, erano affidati […] a cinque divisioni, a due brigate e a un reggimento autonomo, definiti “costieri”, privi di mobilità, per un totale di 63 battaglioni […].
Lo sbarco in Sicilia, denominato “Operazione Husky”, fu la più grande operazione anfibia sul territorio italiano, durante la Seconda Guerra Mondiale. L’isola fu conquistata dagli Alleati in soli 38 giorni (2). Infatti, la Campagna di Sicilia si concluse il 17 agosto 1943 con la presa di Messina, segnando così la fine della Seconda Guerra Mondiale sull’Isola. In merito alle “Difese di Porto” e in particolar modo il “Porto E” di Catania (3), per la quale partecipava anche un’aliquota della Regia Guardia di Finanza, abbiamo consultato lo storico Michele Nigro (4) chiedendogli di fare luce sui reparti della Finanza che sin dall’inizio, presero parte all’attività difensiva di queste strutture territoriali affidate al Regio Esercito.
«Già nel maggio del 1943 al Generale Alfredo Guzzoni, che assumeva il comando dell’Isola, era chiaro che l’opera di difesa della Sicilia era pressoché impossibile, causa il consistente sviluppo delle coste (1.100 Km) da difendere in rapporto all’organizzazione militare a sua disposizione.
Le truppe Italo-Tedesche schierate sul campo, i mezzi di trasporto, le armi, i materiali, le postazioni difensive e la logistica di supporto non erano di per sé sufficienti a evitare l’invasione salvo un improbabile e consistente invio di rinforzi dal continente.
Facendo seguito a segnalazioni dei suoi predecessori, nel mese di giugno il Generale Guzzoni aveva inoltrato allo Stato Maggiore del Regio Esercito una relazione sulla situazione militare e politica dell’Isola segnalando i provvedimenti da adottare per migliorare la carente situazione generale. Il documento non sortì alcun effetto.
L’apparato difensivo era affidato a forze mobili (tra cui la divisione tedesca “Sizilien”), a unità adibite alla difesa costiera e degli aeroporti, alla Regia marina, alla Regia aeronautica e alla difesa contraerea.
Nel maggio del 1943 le Forze Armate italiane che gestivano tale sistema, nei territori di competenza, erano costituite:
dal XII e XVI Corpo d’Armata, dai quali dipendevano:
divisioni e brigate costiere;
comandi di porto (Porto «N» – Palermo; Porto «E» – Catania);
reparti per la «difesa fissa aeroporti»;
dal Comando Militare Marittimo Autonomo della Sicilia;
dal Comando Aeronautica della Sicilia;
dalle Piazze Militari Marittime di Messina-Reggio Calabria; Augusta –Siracusa; Trapani.
All’alba del 10 luglio iniziò lo sbarco delle truppe Anglo-Americane sulle coste sud-orientali della Sicilia, la cosiddetta operazione Husky.
A fronteggiare l’onda nemica, che la travolse impetuosamente, fu la 206ª divisione costiera italiana e con essa le piccole brigate litoranee della Regia Guardia di Finanza (tra queste Marzamemi e Porto Ulisse) che in tale frangente persero gran parte del personale operante.
Secondo preordinate direttive l’VIII armata inglese guidata dal generale Bernard Montgomery doveva raggiungere Messina seguendo la direttrice Siracusa/Augusta/Catania mentre la VII Armata condotta dal generale George Patton avrebbe seguito lo stesso itinerario proteggendo il fianco sinistro degli inglesi: “…da minacce provenienti dalla parte occidentale dell’Isola…”
Meta finale di entrambi gli schieramenti: Messina.
Lo stesso giorno dell’invasione, alle ore 21,00, i carri armati inglesi, entrarono a Siracusa e proseguirono occupando i paesi limitrofi, non senza incontrare ostacoli e resistenze da parte delle truppe dell’Asse che, loro malgrado, si trovarono a ripiegare verso la Piana di Catania dove si rischierarono lungo la cosiddetta Linea Hube. La stessa era costituita da postazioni difensive che partivano da Fosso Bottaceto (a sud di Catania) e, andando verso ovest, seguivano la linea del fiume Dittaino, per poi volgersi verso Gerbini e Sferro, giungendo infine alla stazione di Dittaino nei pressi di Enna.
Il 17 luglio, causa dissensi con Montgomery circa la conduzione delle operazioni affidate alla propria Armata, il generale Patton chiese di sganciarsi dalla colonna inglese per dirigersi verso Palermo. Ottenuto il benestare del generale Harold Alexander (comandante del gruppo di Armate), in soli cinque giorni gli americani occuparono la città.
La decisione di Alexander, rivelatasi un grave errore, creò difficoltà operative alle truppe inglesi che si tradussero in un rallentamento generale dell’offensiva.
Al fine di spazzare via l’ostacolo costituito dalla Linea Hube, il generale Montgomery dispose il lancio, a mezzo alianti, di paracadutisti a supporto delle forze terrestri.
Il loro compito era quello di fiaccare la resistenza nemica e occupare il ponte di Primosole sul fiume Simeto, centro nevralgico del settore, difeso dal temibile gruppo Schmalz e da un contingente di soldati italiani.
L’impresa, nome in codice Fustian, si rivelò molto più ardua di quanto previsto, grazie anche al fallimento dell’azione dei paracadutisti, i cui aeromobili vennero in parte abbattuti in volo da fuoco amico e in parte atterrarono in zone lontane dall’obiettivo.
Non è comunque da ignorare l’ardua resistenza opposta dallo schieramento tedesco e di quello italiano che, nei giorni a seguire, oltre a fronteggiare il nemico dovette affrontare gli esiti della complessa situazione politica interna sconvolta dalla imprevista destituzione di Benito Mussolini e dalla nomina a Capo del Governo del generale Pietro Badoglio. Fatto questo che aveva creato negli italiani false aspettative circa la cessazione delle ostilità e provocato una ragionevole diffidenza da parte dei militari tedeschi.
Nonostante tutto, l’ordine fu quello di proseguire l’attività bellica: “…la guerra continua…”.
La conquista di Catania, in quel momento obiettivo primario del generale Montgomery, si realizzerà, ma solo i primi di agosto. Come su tutto il territorio siciliano, le incursioni aeree alleate erano iniziate molto prima dell’invasione. Le bombe caddero nei centri abitati catanesi già nel 1941 e proseguirono saltuariamente nel tempo fino al luglio del ‘43, quando i bombardamenti divennero sempre più intensi coinvolgendo le zone interessate dai combattimenti.
Anche i vicini aeroporti di Fontanarossa e Gerbini vennero infine completamente distrutti.
Concorsero all’opera di smantellamento delle difese terrestri le artiglierie navali alleate che fecero fuoco sulla fascia costiera danneggiando i centri abitati e distruggendo le postazioni militari presenti.
La città di Catania, sgombrata dalle truppe dell’Asse, fu occupata dalla 50ª divisione britannica nella mattinata del 5 agosto. Con molta solerzia le autorità civili catanesi consegnarono al comando inglese una formale lettera di resa, ancorché vana per l’assenza di forze contrapposte sul campo.
Alla conta dei danni, oltre a strutture ed edifici, risultarono compromessi i centri nevralgici di collegamento e di approvvigionamento tra cui il porto e i suoi uffici doganali e la stazione ferroviaria.
Tale situazione, che aggravò ulteriormente il reperimento dei generi di prima necessità e l’assenza di controlli, spinse numerosi individui ad avventurarsi in saccheggi e azioni di sciacallaggio che si svolsero nella completa indifferenza degli occupanti.
Nei giorni a seguire gli inglesi requisirono le poche strutture rimaste indenni: caserme, uffici pubblici e civili abitazioni, per destinarle alle proprie esigenze operative e di svago, suscitando non poche lamentele da parte degli abitanti e delle istituzioni.
Le salme dei soldati italiani caduti nei combattimenti, quantificate in 353 unità, rimaste insepolte o tumulate in tombe di fortuna, trovarono in seguito degna sepoltura nel locale cimitero.
Occupata Catania, l’VIII armata inglese proseguì l’avanzata conquistando i paesi limitrofi: Mascalucia; Nicolosi; Pedara; Trecastagni, espandendosi poi nei vari centri abitati prossimi a Messina dove già da tempo era in corso l’evacuazione di uomini e mezzi degli eserciti italo-tedeschi verso la Calabria.
La presa di Messina, dopo gli sbarchi a Randazzo e Alì, si concluse il 17 agosto con l’ingresso in città della 3ª divisione americana seguita dalle forze inglesi.
Nonostante le contingenti difficoltà dettate dalla pressante avanzata anglo-americana, grazie anche a una predeterminata manovra di arretramento e disimpegno inizialmente attuata dalle truppe Tedesche, circa 75.000 uomini, 42 pezzi d’artiglieria, 500 autocarri e altri materiali di supporto appartenenti alle truppe Italiane furono traghettati sulla costa calabra.
Ma come si mosse la Regia Guardia di Finanza, presente nell’Isola con due comandi di Legione: XII (Messina) e XIII (Palermo), nel contesto operativo in esame e nella difesa della cittadina di Catania?
Di seguito una sintesi dei fatti accaduti in quei luoghi.
Già dall’ottobre del 1933, sottufficiali e graduati del Corpo stanziati presso la sede di Catania furono avviati alla frequenza di corsi sulla difesa costiera diretti da ufficiali di fanteria del Regio esercito. Oltre alla parte teorica, i finanzieri parteciparono a esercitazioni tattiche, notturne e a fuoco, svolte presso il locale poligono di San Giuseppe all’Arena.
Con lo scoppio della guerra il Circolo di Catania, dipendente dalla Legione di Messina in quel momento retta dal colonnello Giacomo Ausiello, fu inserito nel dispositivo territoriale di difesa costiera. Tale apparato, interinalmente retto dal comandante della locale compagnia, era posto alle dipendenze della Zona militare di Catania.
I reparti della Finanza concorsero dunque, sin dall’inizio, all’attività di difesa delle zone assegnate fornendo le aliquote di militari tratte dal personale già in servizio e da quello richiamato. Le unità reperite vennero impiegate nelle operazioni di avvistamento e cattura dei nuclei paracadutisti nemici, nel presidio di opere stradali e ferroviarie e in ogni altra attività richiesta dai superiori comandi. Gli organici forniti dai reparti alla sede di Catania furono pari a circa 120 unità, affiancate nei loro compiti da un paio d’imbarcazioni in dotazione ai reparti navali alla sede, integrate, occasionalmente, da altre motovedette provenienti da Messina. L’incarico primario delle unità era di scortare i convogli, vigilare le coste prospicienti la cittadina e soccorrere i naufraghi di qualunque nazionalità.
La prima vittima dei bombardamenti Alleati fu la Guardia di terra Alfio Leonardi, in forza alla brigata di Santa Maria La Scala (CT), uccisa nel novembre del 1941 dallo scoppio di una bomba. Un’aliquota più consistente di finanzieri uccisi (10 unità), si ebbe nel gennaio del 1943, a seguito dell’esplosione di ordigni lanciati sull’Aeroporto di Gerbini.
Il 15 aprile dello stesso anno perse la vita il finanziere Giuseppe Coffa, mentre a maggio perirono l’appuntato Demetrio Giordano e il finanziere Salvatore Guardo. Nel mese di luglio, quando l’attività dei bombardieri divenne particolarmente incisiva, persero la vita nella zona portuale; il finanziere Filippo Castello e l’appuntato Giuseppe Giordano mentre, presso la Manifattura Tabacchi, l’appuntato Cateno Palmieri e il finanziere Alfio Leonardi.
Nell’imminenza dell’arrivo delle truppe Inglesi, le unità in dotazione ai reparti navali del Corpo furono affondate dagli equipaggi.
A occupazione avvenuta i finanzieri catanesi non seguirono le truppe in ritirata, ma rimasero al loro posto fornendo agli inglesi il proprio supporto operativo:
nel concorso al mantenimento dell’ordine e sicurezza pubblica, così come previsto in tali circostanze dalla convenzione di Ginevra;
nell’attività di repressione del contrabbando e dei traffici illeciti;
nel contrasto allo sviluppo della borsa nera.
Si rivelò particolarmente incisiva l’azione svolta dai militari del Corpo per sedare le rivolte popolari scoppiate a seguito della chiamata alle armi delle previste classi di leva e per frenare il traffico illecito di grano e medicinali che da Catania venivano inviati in altri porti nazionali al fine di ricavarne ingenti profitti.
Cessata la guerra, i reparti catanesi furono riorganizzati e ritornarono, ove ancora integre, nelle vecchie sedi a occuparsi, con i pochi mezzi a disposizione, dei normali compiti d’istituto ma con le complicazioni dettate dalla difficile situazione economica in cui versava l’Isola all’indomani di un così duro conflitto.
Le neocostituite unità si trovarono ad affrontare, da subito, un endemico male sviluppatosi contestualmente all’arrivo degli Alleati: il contrabbando di sigarette estere. Fenomeno questo che si risolse in maniera apprezzabile, ma non definitiva, solo qualche decennio dopo grazie all’arrivo di nuovi mezzi (elicotteri, unità navali e autovetture) e di ulteriori risorse organiche di personale.
Termina così questa breve storia sui finanzieri catanesi, non esaustiva per mancanza di specifici dati e notizie, dalla quale emerge l’impegno e il sacrificio cui queste Fiamme Gialle fecero fronte per mantenere fede al giuramento di fedeltà e alla difesa della Patria, fino all’estremo sacrificio.»
Note:
(1) Alberto Santoni, Le operazioni in Sicilia e in Calabria (luglio-settembre 1943), Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito, 1989.
(2) […] In SICILIA la resistenza delle armi italiane, ambientata nel momento del collasso politico e morale della nazione, è luminosa per il valore dei militari che per 38 GIORNI seppero combattere e morire […] da Giuseppe Sironi, Riassunti, cronache, note di un richiamato – Sicilia 1943 (Cap. a. G. Sironi). U.N.U.C.I. Sezione di Legnano.
(3) Giuseppe Longo 2026, Il Treno armato IV 120/4/S da Cogoleto-Genova alla difesa di Catania, Giornale del Mediterraneo, 24 luglio.
(4) Michele Nigro Sottotenente in congedo della Guardia di Finanza, è nato e vive a Palermo. Nel corso della carriera ha ricoperto incarichi operativi vari a Trieste e presso i locali Comandi della ex 13ª Legione e Regionale Sicilia.
Nel mese di giugno del 2019 è stato insignito del titolo di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana dall’attuale Presidente Sergio Mattarella.
Riveste, in atto, la carica di Consigliere della Sezione A.N.F.I. (Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia) di Palermo ed è socio della Sezione ANMI cittadina.
Ha pubblicato, sul sito interno della Guardia di Finanza e sulle riviste del Corpo “Il Finanziere e Fiamme Gialle”, vari articoli sulla costituzione e sviluppo di alcuni reparti con sede a Palermo e sull’attività della Finanza, in particolare in Sicilia, in diversi periodi storici. Altri articoli sono stati inseriti sulla rivista Marinai d’Italia pubblicata dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia.
È stato curatore e organizzatore di diverse mostre inerenti la Guardia di Finanza, tra le quali: “Le operazioni di soccorso della Guardia di Finanza nella Valle del Belice, gennaio 1968”; “La caserma Cangialosi, 160 anni con la divisa e 64 in grigio verde”; “La Guardia di Finanza dall’Unità d’Italia alla Repubblica”; “Evoluzione storica della Caserma Cangialosi dai primi del ‘900 ad oggi” ed altre di diverso carattere, quali: “La Sicilia dei Russi”, “L’anima dei Corpi”, “Il filo della memoria, dalla Grande Guerra alla Resistenza”, “1915/1918 -Isola delle Femmine non dimentica”, “Mariannina Coffa Caruso 2.0 Resurrection” e “Pace e Sicurezza. Le missioni militari di pace italiane all’estero”.
Tra le pubblicazioni ricordiamo: “Sulle tracce dei russi in Sicilia. Cronache ed itinerari dei viaggiatori russi dal ‘700 al ‘900”, “La Sicilia dei Russi”, “La Resistenza e i Siciliani”, “La Guardia di Finanza in Sicilia.250 anni per il bene comune” e “Giuliano, mito o…”.
Ha collaborato, quale consulente storico, con gli autori di alcuni libri tra i quali “Duecento anni di Fiamme Gialle all’ombra dell’Etna”, “1943 – Il martirio di un’Isola” e, per ultimo, “Le Fiamme Gialle nella Caserma M.O.V.M. Giuseppe Gangialosi”.
Ha curato i testi dei volumi: “La mia vita, le mie battaglie” e “Un segugio a caccia di bionde” di Leonardo Gentile.
Ha pubblicato articoli, sempre a carattere storico-militare, su quotidiani locali e su giornali on line.
Possiede una significativa collezione fotografica e documentale sulla Guardia di Finanza e svariate foto su altri corpi armati italiani e stranieri riferibili al loro impiego nei due Conflitti Mondiali.
Dal Consolato Russo per la Sicilia e Calabria, ha ricevuto due diversi riconoscimenti; il primo per il contributo fornito al consolidamento dei legami del Sud Italia e la Russia ed il secondo per la consulenza storica sui rapporti e le relazioni intercorse nel tempo tra quel paese e la Sicilia.
Da parte dell’Associazione culturale “Suggestioni Mediterranee” ha ricevuto il premio “Siciliani di Pregio”.
Bibliografia e sitografia
Giuseppe Longo Le postazioni militari costiere siciliane nel quadro delle operazioni belliche del secondo conflitto mondiale, in Pagine sul secondo conflitto mondiale in Sicilia e nel distretto di Termini Imerese, Istituto Siciliano Studi Politici ed Economici (I.S.S.P.E.) 2021, seconda edizione.
Giuseppe Longo La difesa delle coste siciliane durante la Seconda Guerra Mondiale, in Pagine sul secondo conflitto mondiale in Sicilia e nel distretto di Termini Imerese, Istituto Siciliano Studi Politici ed Economici (I.S.S.P.E.) 2021, seconda edizione.
Giuseppe Longo Termini Imerese ed i Nuclei Antiparacadutisti alla vigilia dello sbarco Alleato del 1943, in Pagine sul secondo conflitto mondiale in Sicilia e nel distretto di Termini Imerese, Istituto Siciliano Studi Politici ed Economici (I.S.S.P.E.) 2021, seconda edizione.
Bibliografia consultata da Michele Nigro:
Emilio Faldella, Lo sbarco e la difesa della Sicilia, L’Aniene Editrice, Roma 1956.
Vincenzo Pavone, Storia di Catania, dalle origini alla fine del secolo XIX, Edizioni della Società Storica Catanese, Catania 1969.
AA.VV., I Generali Alleati della II Guerra Mondiale, Collana: I grandi nomi del XX secolo, Edizioni Agostini Novara 1973.
Giuliano Oliva, I Corpi di Finanza nel Regno delle Due Sicilie, Edizione Museo Storico della Guardia di Finanza, Roma 1986.
Pierpaolo Meccariello, La Guardia di Finanza nella seconda guerra mondiale (1940-1945), Edizioni Museo Storico della Guardia di Finanza, Roma 1992.
Pierpaolo Meccariello, Finanza di mare: dalle scorridoje ai pattugliatori, Editalia Roma 1994.
Ezio Costanzo, Sicilia 1943. Breve storia dello sbarco alleato, Le Nove Muse Editrice, Catania 2003.
Pierpaolo Meccariello, Storia della Guardia di Finanza, Le Monnier, Firenze 2003.
I. Gibilaro, G. Severino, M. Favetta, Duecento anni di Fiamme Gialle all’ombra dell’Etna.
La caserma Angelo Majorana di Catania, Giuseppe Maimone editore, Catania 2010.
https://storiamilitarewwii.blogspot.com
Foto:
Bunker italiano. Coll. Michele Nigro.
LST U.S.A. in navigazione verso la Sicilia. Coll. Alessandro Bellomo.
Giuseppe Longo

