
Cefalù (Pa) – E’ l’estroso titolo di un testo di Filippo Culotta, un attempato pensionato cefaludese, o, più propriamente, cefalutano (per attenerci alla localizzazione insulare), che, dopo una vita di Lavoro presso l’Aeronautica Militare, svolto come specialista addetto alla manutenzione dei radar a bordo di velivoli F-84F ed F-104G del 154° Gruppo Volo del 6° Stormo C.B. di Ghedi (BS) e dei velivoli F-104S del 22° Gruppo Volo del 51° Stormo C.I. di Istrana (TV), anche come Supervisore di categoria nel Nucleo di Controllo Qualità della manutenzione, si è ritirato nella sua nativa Cefalù dedicandosi alla sua attività preferita, la poesia vernacolare, da sempre coltivata in sordina prima e pubblicamente adesso dopo l’ottenuto congedo.
Il testo comprende infatti poesie in puro vernacolo siciliano composte in un arco temporale non breve, che riassume pensieri, impressioni, sentimenti e quant’altro scaturiti dal vissuto del Nostro.
Con questa esternazione letteraria di particolare interesse, prova che per me che non conoscevo l’Autore sotto questo aspetto m’è apparsa proprio come un fulmine a ciel sereno, Culotta mi si è dimostrato un profondo cultore della lirica siciliana, o, per essere più precisi ed attenermi alla precedente terminologia, prevalentemente di quella cefalutana.
Si, perché come è stato ampiamente sostenuto e dimostrato altrove, ogni paese insulare mantiene nel dialetto una sua propria connotazione sillabica specifica, una sua particolare cadenza metrica, una sua preminente musicalità, un suo prevalente spirito fraseologico, attributi articolati con l’aggiunzione o con la diminuzione o con la mutazione delle sillabe del lessico in modo che l’intonazione nella lettura con le sue assonanze e dissonanze risulti più o meno atona o marcata.
Lo conoscevo da tempo, Filippo; in passato, dopo il congedo naturalmente, dava una mano contabile ad un altro comune amico conterraneo ormai scomparso, Totò Guercio, che indulgeva nel settore degli appalti; ma mai, osservandolo nel suo abito grigio compassato, soffuso di seriosità il volto incastonato in una fisicità severa e corpulenta, mai e poi mai avrei potuto immaginare, dicevo, che dietro questa facciata seriosa tutt’altro che ilare si potesse celare un fine poeta, un profondo pensatore dai sentimenti più sinceri ed elevati.
Ho letto le liriche contenute nel primo volume di questa sua raccolta poetica (l’opera intera consta di tre testi), licenziata alle stampe per i tipi di “KeArtBooK” di Salvatore Marsala, Imprenditore di chiarissima fama, libro che il Nostro mi ha voluto gentilmente donare aprendomi un gradito sipario sulla sua eclettica produzione artistica; un po’ “la fiaccola sotto il moggio”, di dannunziana ricordanza.
Filippo Culotta, omonimo di un altro amico impegnato in tutt’altra dimensione lavorativa, è “Un poeta del cuore”!
Così a buon diritto lo definisce Gaetano Mocciaro che ha curato la presentazione del libro, evidenziando nel testo :”…l’ironia mordace di Pinky Panchi, dove un personaggio grottescamente adornato diventa specchio della nostra società consumistica; la tenerezza maliziosa di Micu e Tana, dove il fuoco domestico si trasforma in metafora d’amore coniugale; la satira amara e necessaria de L’Onu, dove la cassata siciliana diventa simbolo dell’ipocrisia internazionale…” (sic).
Come pure Paola Castiglia, nella sua prefazione al testo annota con illuminato acume: “…L’animo sensibile, arguto, raffinato e sottile di un ottimo poeta dialettale, capace di narrare contesti e tradizioni, ma anche sentimenti, sensazioni e meditazioni profonde, osservazioni della Natura, dinamiche dei Cieli e sinestesie lontane…” (Sic).
I ricordi affettivi del Nostro, le sue più sincere intuizioni contratte quand’era ancora bambino, i suoi convincimenti scaturiti dall’attività svolta e dalle prove esistenziali sostenute, tutto, tutto è inglobato ed emerge dai ghirigori di una poetica involuta che è figlia diretta di una sincerità riflessiva maturata attraverso l’accettazione quotidiana del reale.
Filippo Culotta è principalmente un osservatore acuto, un inguaribile sentimentale dal carattere intimista che, attraverso l’etica della poesia, riesce ad esternare i suoi più intimi sentimenti, spartanamente espressi e condensati in un vernacolo in cui la sicilianità di appartenenza trionfa imperiosa e cristallina.
La sua è una memoria distillata in vari tempi, scaturita dalla dimensione del pensiero che lo ha sempre animato seguendo i moti biologici del proprio vissuto.
La nomenclatura del libro è scandita, secondo gli argomenti trattati, da pertinenti paragrafi la cui titolazione risulta efficacemente indicativa: “Affetti” in cui si parla dei rapporti affettivi con le persone più vicine all’Autore; “Antiche Usanze”, che, come chiaramente espresso dallo stesso titolo, tratta delle ataviche usanze pertinenti al nostro comprensorio; “Arti e Mestieri”, una doviziosa panoramica sui lavori di una volta, artigianali ed artistici, di cui oggi permane, purtroppo, solo la memoria; “Favole”, un tributo alla fantasia che vuole instillare nelle giovanissime leve il senso dell’immaginazione; “Feste e Tradizioni Popolari”, manifestazioni culturalmente storiche da sempre mantenute nel nostro paese; “Luoghi del Cuore”, un ritorno affettivo ai luoghi della prima infanzia e dell’età successiva; “Natura”, un sentito inno alla terra, sempiterna madre dell’umano cammino, alle sue bellezze mai obsolete.
Il libro, prototipo di una letteratura romanza, si chiude con il settimo paragrafo. Nei successivi due testi, attualmente in pubblicazione, sono evidenziati altri tre paragrafi sino al decimo, con altrettante coinvolgenti tematiche.
E, precisamente, nell’ottavo verranno considerati personaggi del recente passato con le loro peculiarità, focalizzando le impronte che hanno lasciato nella comunità del tempo; nel nono verranno trattati fatti realmente accaduti e nel decimo, infine, svariati argomenti non direttamente connotati.
Le composizioni onnicomprensive sono corredate da specifiche esaustive note apposte a chiarezza del lessico e abbellite da pregevoli schizzi del Pittore, M° Giuseppe Forte il cui notevole bagaglio artistico travalica i confini culturali della nostra isola.
Credo che l’attuale libro in esame, a cui, come detto, seguiranno a breve gli altri due, sia un compendio di una vita di lavoro sfociata nell’arte forse ad insaputa dello stesso autore che ha scritto non certo per recuperare un’annotazione in un’Accademia letteraria, ma semplicemente per dar sfogo ai propri sentimenti più ancestrali, forse repressi o limitati in una realtà sociale più distrattamente meccanicistica che spirituale.
Se vogliamo tentare un’analisi approfondita del testo, stringata ma serena, non possiamo non ammettere l’impegno culturale del Nostro felicemente portato a termine con estrema sagacia ed acutezza di karisma. L’Autore dimostra una perfetta conoscenza dell’idioma nostrano la cui competente gestione sintattica si rivela efficace mezzo di trasmissione ideologica.
Infatti la purezza del linguaggio, lo stile metricamente inappuntabile, la musicalità del verso, accentuata da una calibrata dizione, rendono palese ed armonica la linfa che pervade i sentimenti espressi.
Come ho avuto modo di accennare allo stesso Autore, il vernacolo, lingua madre di noi siciliani, per inalienabile abitudine di appartenenza subisce delle inevitabili varianti, una inflessione diversa in ogni paese dell’isola in cui viene praticato.
Dalla musicalità della pronunzia si intuisce subito la città da cui proviene; basti semplicemente pensare al dialetto palermitano, al messinese ed al catanese.; così anche, se vogliamo, il romano, il milanese, il toscano, il bolognese, ecc.
Si distingue, infatti, muta, ha una sua particolare inflessione, una sua propria musicalità, una sua propria scrittura; tanto da apparire, ad una prima lettura, poco agevole, poco intellegibile.
Le poesie, pertanto, vanno rilette, vanno studiate, attentamente osservate nella loro concatenazione sillabica, valutandone ogni particolare inflessione tonale; vanno comparate ad altre, memorizzate e meditate, direi quasi assaporate per poter assimilare i mille risvolti lessicali, fonetici, incisivi ghirigori d’un frasario pressoché obsoleto ai più e dalla cui forma letteraria promana la dimensione dei sentimenti scandita dal gusto, dalla passione e dalla cultura.
Il vernacolo, gli dicevo anche, rappresenta, quindi, il banco di prova d’uno scrittore che con l’immediatezza del linguaggio avito vuole esternare gli aspetti esistenziali più salienti del proprio vissuto.
Il nostro Filippo Culotta credo abbia brillantemente superato la prova commessasi e da Lui mi attendo ben altre manifestazioni letterarie che ne confermino la conquisa valenza.
Giuseppe Maggiore

