Balneari siciliani, oltre il danno la beffa: costretti per legge a spendere un patrimonio oggi, con il rischio di perdere tutto domani

Intervista esclusiva a Gianpaolo Miceli referente regionale di CNA Balneari Sicilia: “Non è una battaglia di categoria è in gioco l’identità della nostra terra”

Il Ciclone Harry ha devastato le coste, ma la burocrazia rischia di fare di peggio. Dietro i tecnicismi delle sentenze e la freddezza delle aste, ci sono generazioni di siciliani che oggi lottano per non essere cancellate dal proprio mare. Una conversazione senza filtri con chi sta cercando di salvare un pezzo di Sicilia.

Dott. Miceli, partiamo dal territorio. A distanza di mesi dal Ciclone Harry, qual è lo stato di salute delle coste siciliane colpite? Quali sono le ferite più grandi che vedete ancora aperte sul campo?

Lo stato delle nostre coste è ancora critico. Il Ciclone Harry ha lasciato segni profondi che non si cancellano in pochi mesi: erosione costiera accelerata, infrastrutture balneari distrutte o gravemente danneggiate, perdita di arenile che in alcuni punti supera il 40% della superficie originaria. Quello che vediamo sul campo è una doppia ferita: una materiale, fatta di strutture da ricostruire, pontili scomparsi, recinzioni travolte; e una psicologica, che riguarda imprenditori che hanno investito la vita in questi stabilimenti e oggi non sanno se vale la pena ricominciare. Le ferite più aperte? Direi tre: l’assenza di risorse certe e rapide per la ricostruzione, l’incertezza giuridica sul futuro delle concessioni che paralizza qualsiasi decisione di investimento, e la perdita di arenile che rende fisicamente impossibile esercitare l’attività come prima.

Qual è la stima di CNA Balneari sul numero di imprese che rischiano di chiudere entro il 2027? E quanti sono i posti di lavoro a rischio?

I dati che abbiamo raccolto tra i nostri associati sono preoccupanti. In Sicilia parliamo di più di mille di imprese balneari che operano in regime di concessione demaniale, molte delle quali piccole imprese a conduzione familiare. In assenza di interventi concreti – sia sul fronte dei ristori post-Ciclone Harry che su quello della certezza giuridica delle concessioni – stimiamo che entro il 2027 una quota significativa, potenzialmente intorno al 30-40% delle imprese più esposte, rischi la chiusura definitiva. Ogni impresa balneare genera in media tra i 5 e i 15 posti di lavoro stagionali e spesso anche occupazione stabile durante la gestione. Stiamo parlando di migliaia di lavoratori siciliani. Non è un problema di categoria: è un problema per l’intera economia costiera dell’isola.

Da un lato il Codice della Navigazione prevede la decadenza in caso di inattività, dall’altro investire per ricostruire senza certezze sul futuro sembra un azzardo al buio. Ci racconta il paradosso che vivono oggi gli imprenditori balneari? Come si esce da questo circolo vizioso?

Il paradosso è reale, e lo sintetizzo così: la legge ti dice che se non eserciti perdi la concessione, ma il mercato e il buon senso ti dicono che non puoi investire 200.000, 300.000 euro per ricostruire uno stabilimento su una concessione che scade tra 15 mesi e che potrebbe non essere rinnovata. È come chiedere a qualcuno di ristrutturare una casa sapendo che potrebbe doverla lasciare tra un anno. Concretamente: un imprenditore che ha avuto lo stabilimento distrutto dal ciclone si trova di fronte a tre strade, tutte sbagliate. La prima: non ricostruisce e rischia la decadenza per inattività. La seconda: ricostruisce con i propri soldi, contrae debiti, e poi si trova a cedere tutto al vincitore di una gara pubblica senza adeguato indennizzo. La terza: aspetta i ristori pubblici che prevedono anch’essi una quota da restituire. L’unico modo per uscire da questo circolo vizioso è la certezza normativa: una proroga seria, accompagnata da criteri di indennizzo chiari per gli investimenti già effettuati, è la condizione minima per rimettere in moto le imprese.

CNA ha chiesto una proroga delle concessioni fino al 2033. Quali sono gli argomenti, sia economici che di giustizia sociale, su cui fondate questa richiesta?

Gli argomenti sono solidi e li articolo su due piani. Sul piano economico: le imprese balneari hanno sostenuto investimenti pluriennali sulla base di aspettative legittime riconosciute dallo Stato. Non si tratta di rendite di posizione, ma di capitale imprenditoriale immobilizzato in strutture, servizi, know-how. Una gara immediata, in assenza di adeguata valorizzazione degli investimenti pregressi, produrrebbe una distruzione di valore economico senza benefici reali per la collettività. Proroga al 2033 significa dare il tempo di organizzare procedure di gara serie, con capitolati che tengano conto del valore d’avviamento e degli investimenti già effettuati — come peraltro prevede la Direttiva Bolkestein stessa nell’articolo 12. Sul piano della giustizia sociale: stiamo parlando di famiglie che per due, tre generazioni hanno costruito un’impresa, creato lavoro locale, contribuito all’identità turistica di un territorio. Espellerle in nome di una concorrenza astratta – applicata in modo selettivo solo a questo settore – non è giustizia, è una resa incondizionata a logiche che non tengono conto della realtà sociale dei nostri territori. La proroga al 2033 è il minimo che lo Stato deve a queste persone prima di riorganizzare il sistema.

I Piani di Utilizzo del Demanio Marittimo sono le mappe su cui si basano le gare. Ma il Ciclone Harry ha cancellato tratti di costa. Oggi quelle mappe non corrispondono più alla realtà. Come si fa una gara pubblica su una spiaggia che non esiste più?

Non si può, ed è esattamente il punto che abbiamo portato all’attenzione delle istituzioni. I PUDM – i Piani di Utilizzo del Demanio Marittimo – fotografavano una realtà costiera che il Ciclone Harry ha profondamente modificato. Indire una gara pubblica su queste basi significherebbe mettere a evidenza pubblica arenili ridotti, in alcuni casi dimezzati, senza che siano stati effettuati i necessari interventi di ripascimento e di riclassificazione catastale delle aree. È un nonsense giuridico e pratico. Prima di qualsiasi gara è necessario: aggiornare i rilievi batimetrici e topografici delle coste colpite; rivedere i PUDM alla luce della nuova morfologia costiera; completare gli interventi di ripristino ambientale finanziati con i fondi di solidarietà dell’UE. Chiedere alle gare di procedere adesso sarebbe come organizzare un’asta su una proprietà senza prima fare il catasto aggiornato. È una questione di buon senso, prima ancora che giuridica.

La Cassazione con la 3657/2026 ha parlato di rischio penale per chi resta dopo la scadenza e, con la 14568/2026, ha dichiarato inammissibili i ricorsi contro la Plenaria del Consiglio di Stato del 2021 che aveva già bocciato le proroghe automatiche. Di fatto, ha chiuso la porta ai ricorsi e ha blindato il sistema. Come si fa a combattere una battaglia legale se non si può più fare ricorso? Come pensate di difendervi?

La situazione giurisprudenziale è diventata molto più complessa dopo queste pronunce, non lo nego. Ma la risposta è che la nostra battaglia non è – e non è mai stata – solo giuridica. È prima di tutto politica e legislativa. La Cassazione applica il diritto vigente: spetta al Parlamento e al Governo cambiarlo, e cambiano il contesto normativo le direttive europee che si interpretano, le leggi nazionali che si riformano, i decreti che si emanano. Quello che le sentenze hanno chiuso è la porta ai ricorsi individuali contro le proroghe automatiche. Ma non hanno chiuso la porta a una legge nazionale che organizzi le gare in modo serio, con tempi certi, criteri di indennizzo adeguati e salvaguardie per chi ha investito. È quello che continuiamo a chiedere. Sul fronte strettamente giuridico, stiamo valutando insieme ai nostri legali le tutele residue – compreso il tema della responsabilità dello Stato per la mancata organizzazione tempestiva delle procedure di gara – ma la priorità è agire sul piano legislativo, dove la partita è ancora aperta.

Finora abbiamo parlato di sentenze, di leggi, di PUDM, di gare. Ma dietro tutto questo ci sono nomi, volti, famiglie. Ci racconta la storia di un imprenditore che, dopo il Ciclone, ha rimesso i risparmi di una vita per ricostruire, magari indebitandosi, e oggi si sente dire che tra 15 mesi potrebbe dover cedere la sua impresa al migliore offerente?

Sì, e gliene racconto una che mi ha colpito profondamente. Un nostro associato – non faccio il nome per rispetto alla sua riservatezza – gestisce uno stabilimento balneare da anni. Dopo il Ciclone Harry ha perso quasi tutto: la struttura principale, una parte della pedana. Non ha aspettato i ristori, perché sapeva che aspettare significava perdere la stagione. Ha contratto un finanziamento ha lavorato lui stesso sui ponteggi con gli operai. Ha riaperto. Poi ha letto le sentenze della Cassazione. Mi ha chiamato e mi ha detto: “Gianpaolo, ho fatto i conti. Ho investito 120.000 euro su una concessione che scade tra poco più di un anno. Se fanno le gare, chi compra prende tutto – la struttura che ho ricostruito, i clienti che ho fidelizzato in trent’anni, il marchio che mio padre aveva creato – e io non ricevo nulla.” Questa è la realtà concreta dietro le sentenze e le direttive. Non possiamo permettere che accada.

A che punto è il dialogo con le istituzioni? Regione e Governo nazionale stanno ascoltando le vostre richieste o i balneari si sentono lasciati soli?

Il dialogo c’è, ma non è ancora tradotto in atti concreti, e questa è la nostra frustrazione principale. A livello regionale, la Regione Siciliana ha mostrato sensibilità al tema – e lo dimostrano anche gli stanziamenti – ma mancano ancora interventi strutturali: la revisione dei PUDM, la definizione di un piano organico post-Ciclone Harry, una posizione chiara e unitaria verso Roma. A livello nazionale, il Governo è in una posizione difficile: deve fare i conti con le sentenze della Cassazione da un lato e con la pressione europea dall’altro. Ma ci sono spazi di manovra che non vengono usati. CNA è presente a tutti i tavoli istituzionali aperti e continueremo a esserlo. Ma devo essere onesto: i balneari siciliani si sentono ancora in larga misura lasciati soli, soprattutto quelli colpiti dal ciclone che aspettano risposte concrete, non dichiarazioni di solidarietà.

A giugno, solo poco più della metà delle aziende ha ricevuto i 20.000 euro per la ripresa immediata, e 500.000 euro stanziati dalla giunta Basile risultano ancora bloccati. Lei cosa si sente di dire a chi ha ricostruito con i propri soldi e oggi aspetta ancora quei ristori? E perché questi ritardi?

Prima di tutto mi sento di dire: avete fatto la cosa giusta. Chi ha ricostruito senza aspettare ha salvato la propria impresa, la propria stagione, i propri dipendenti. Questo coraggio merita rispetto e deve essere premiato dallo Stato, non penalizzato. Poi dico la verità sui ritardi: la pubblica amministrazione, a tutti i livelli, fatica a muoversi con la velocità che l’emergenza richiederebbe. I 500.000 euro ancora bloccati sono legati anche alle note vicende locali che hanno visto il commissariamento dell’ente, adesso ci aspettiamo velocità massima. Come CNA stiamo facendo pressing costante sugli uffici regionali per accelerare le erogazioni e stiamo assistendo i nostri associati nell’espletamento delle pratiche. Non molleremo.

Oggi una concessione che scade tra 15 mesi che valore ha per una banca? Un imprenditore può ottenere un finanziamento con questa garanzia?

Praticamente zero. È uno dei problemi più concreti e meno discussi di tutta la vicenda. Una concessione con scadenza a breve termine non è bancabile: nessun istituto di credito eroga un finanziamento a medio-lungo termine su una garanzia che potrebbe venire meno prima del rimborso del prestito. Questo significa che gli imprenditori balneari non possono accedere al credito ordinario per ricostruire, per rinnovare le attrezzature, per investire. Devono usare risorse proprie – se ce le hanno – o ricorrere a forme di finanziamento informale e costoso. È un circolo vizioso che si autoalimenta: l’incertezza sulla concessione blocca il credito, il blocco del credito impedisce gli investimenti, la mancanza di investimenti indebolisce le imprese. Per questo la certezza normativa non è solo una questione di giustizia: è una precondizione economica per la sopravvivenza del settore.

In Sicilia i prezzi degli stabilimenti balneari sono tra i più bassi d’Italia: l’aumento medio registrato nel 2025 è stato del 5%, ben al di sotto della media nazionale. A cosa è dovuto questo saggio contenimento dei prezzi? E come potrebbe cambiare lo scenario se il mercato si aprisse ai grandi colossi e le nostre spiagge passassero dalle famiglie o piccoli imprenditori locali alle multinazionali del turismo?

Il contenimento dei prezzi in Sicilia riflette una gestione imprenditoriale responsabile e radicata nel territorio. I nostri balneari conoscono i loro clienti, molti dei quali sono famiglie siciliane con redditi medi: aumentare i prezzi oltre la sostenibilità di queste famiglie significherebbe svuotare le spiagge. È una logica di presidio territoriale e di coesione sociale, non solo economica. Se le concessioni passassero a grandi operatori nazionali o multinazionali del turismo, lo scenario cambierebbe radicalmente. Lo vediamo già in altre regioni italiane e in destinazioni europee: standardizzazione dell’offerta, prezzi orientati alla massimizzazione del profitto per quotisti e fondi di investimento, perdita dell’identità locale, esclusione progressiva dei turisti meno abbienti. Le spiagge siciliane diventerebbero più simili a resort e meno simili a quello che sono: luoghi di socialità, di identità, di turismo accessibile. Il modello del piccolo imprenditore familiare non è un residuo del passato: è un valore che merita di essere protetto.

Se il Governo regionale e gli eurodeputati siciliani le dicessero: “Ci dica cosa serve, e noi lo facciamo”, quali sarebbero le prime tre priorità che metterebbe sul tavolo?

Tre priorità, nell’ordine. Prima: erogazione immediata e integrale di tutti i ristori già stanziati per il Ciclone Harry – nessun euro bloccato negli uffici mentre le imprese hanno debiti da pagare. Seconda: una moratoria sulle procedure di gara fino al completamento della revisione dei PUDM e degli interventi costieri, con impegno formale di Regione e Governo nazionale a partecipare all’attivazione del Fondo di Solidarietà UE, almeno fino al 2033. Terza: una legge nazionale – o, in subordine, una norma regionale nei limiti della competenza – che definisca criteri chiari e vincolanti per l’indennizzo degli investimenti pregressi nelle procedure di gara sulle concessioni balneari, in linea con quanto consente la stessa Direttiva Bolkestein. Queste tre cose non risolvono tutto, ma rimettono in moto il sistema e restituiscono dignità a chi ha costruito impresa sul demanio marittimo siciliano.

Danni del Ciclone Harry sul litorale di Catania – 23 gennaio – una devastazione che accomuna le coste della Sicilia Orientale

Dottor Miceli, noi cittadini leggiamo, ci informiamo, ci arrabbiamo. Ma spesso ci fermiamo lì perché ci sentiamo impotenti. C’è qualcosa che noi siciliani comuni possiamo fare per sostenere questa battaglia? Esiste un gesto concreto che possiamo compiere?

Sì, e il gesto più semplice e potente è quello che già fa chi mi sta leggendo: tornare allo stabilimento che frequenta da anni. Portare i figli dove li hanno portati i propri genitori. Scegliere consapevolmente l’impresa locale, quella con il volto del titolare che conosce il nome dei bambini. Questo è un atto politico, non solo di consumo. Ma c’è altro: parlarne, raccontare questa storia ai propri rappresentanti politici – al consigliere comunale, al deputato regionale, all’eurodeputato. Queste persone rispondono al consenso, e il consenso si forma anche nella conversazione quotidiana. Firmare petizioni quando vengono promosse, partecipare ai momenti di confronto che organizziamo come CNA. E infine: pretendere dai media e dalla politica che questa vicenda non venga raccontata solo come una questione di “lobbying dei balneari”, ma per quello che è: una storia di lavoro, di famiglie, di identità siciliana che rischia di essere cancellata da logiche di mercato imposte senza adeguata considerazione del contesto sociale. I cittadini siciliani hanno voce. Usarla vale più di qualsiasi ricorso al TAR.

Copertina_Danni del Ciclone Harry sul litorale di Catania – 23 gennaio – una devastazione che accomuna le coste della Sicilia Orientale – Tutte le ph sono di Raffaella Esposito

Eliana Esposito

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