Catania – La recente e infelice dichiarazione del ministro Nello Musumeci sui disagi causati dall’eruzione dell’Etna al traffico aereo è un capolavoro di surrealismo politico. Il ministro ha infatti detto testualmente che “ad essere fuori posto non è il vulcano, ma l’aeroporto di Catania”.

Pensare di cancellare o ridimensionare Fontanarossa – uno scalo da oltre dodici milioni di passeggeri l’anno, con una metropolitana in arrivo e un indotto che dà lavoro a migliaia di famiglie – per episodi occasionali di cenere vulcanica è una proposta che non starebbe in piedi nemmeno in una barzelletta.
Al Nord, una frase del genere provocherebbe risate a crepapelle. Nessuno si sognerebbe di dire che Malpensa è “fuori posto” perché d’inverno c’è la nebbia. Nessuno proporrebbe di spostare Linate perché ogni tanto nevica. Nessuno auspicherebbe di smantellare Torino Caselle perché il gelicidio blocca le piste. Lì, quando la natura mette alla prova le infrastrutture, si gestiscono i disagi con le strategie adeguate. Qui, invece, si propone di demolire l’economia di un’intera area metropolitana.
Fontanarossa è un gigante che nel 2025 ha movimentato oltre 12 milioni e 369 mila passeggeri e 81 mila voli. Ma quei numeri sono solo la punta dell’iceberg. Dietro quei viaggiatori c’è un mondo silenzioso che vive grazie a quell’aeroporto: lavoratori dell’handling, agenti di sicurezza, addetti alla ristorazione e al commercio, autonoleggi, taxi, NCC, logistica, alberghi, parcheggi, servizi turistici. Migliaia di famiglie che hanno comprato casa, acceso mutui, costruito attività. Non sono voci su un foglio Excel. Non sono pedine da spostare sulla cartina insieme alla pista. Sono vita reale, quella che i proclami politici dimenticano sempre.
Spostare Fontanarossa significherebbe condannare un’intera area metropolitana alla desertificazione economica.
E tutto questo mentre si ignorano gli investimenti già fatti e in corso di realizzazione. La stazione ferroviaria Catania Aeroporto Fontanarossa è oggi operativa e collegata alla rete regionale, con treni che collegano lo scalo a Messina e Siracusa. La fermata della metropolitana è in arrivo. L’aeroporto di Catania non è un’infrastruttura provvisoria: è un nodo strategico, connesso, integrato, inserito in un ecosistema che cresce attorno ad esso.
Nel pieno dell’emergenza Etna, la superficialità del ministro Musumeci suona come un’offesa, ma la sua frase è la fotografia perfetta di un atteggiamento che la Sicilia subisce da decenni. L’idea che si possa spostare un aeroporto come fosse un container è la prova che, per certa politica ascara – quella dei siciliani che si comportano da governanti coloniali verso la propria terra, dimenticando le radici e calpestando chi rappresentano – la Sicilia è ancora una colonia dove tutto è sacrificabile.
E mentre si discute di spostare Fontanarossa, la realtà fa irruzione in modo implacabile: il 15 e 16 agosto scorsi, la cenere dell’Etna non ha fermato solo Catania, ha chiuso Comiso, ha chiuso Malta, con ricadute segnalate perfino in Libia. Quando la natura decide, non c’è aeroporto che tenga. Lo abbiamo visto nel 2010, quando il vulcano islandese Eyjafjallajökull paralizzò mezza Europa: migliaia di voli cancellati, aeroporti chiusi dal Portogallo alla Scandinavia. Eppure, nessuno propose di spostare Heathrow, Charles de Gaulle o Schiphol. Sarebbe stato semplicemente ridicolo.
Il vero problema non è l’aeroporto. È la rete indecente di collegamenti.
Se un volo destinato a Catania viene dirottato a Palermo o Trapani, sulla carta abbiamo trovato una soluzione ma nella realtà, per i passeggeri, inizia una transumanza biblica. Un turista non dovrebbe fare un pellegrinaggio per spostarsi: dovrebbe scendere dall’aereo, salire su un treno o un pullman e raggiungere rapidamente la sua meta. Invece, quando Fontanarossa va in tilt, scopriamo che percorrere 300 chilometri in Sicilia significa fare un’odissea di quattro ore tra cantieri eterni, autostrade sbriciolate e ferrovie che viaggiano alla velocità di un romanzo ottocentesco (in questo caso il tempo raddoppia).
E qui cade la maschera ipocrita della propaganda: si parla del Ponte sullo Stretto come se fosse la panacea di tutti i mali, mentre le infrastrutture di base dell’isola sono a pezzi. A cosa serve un ponte da 4 miliardi se poi per andare da Catania a Trapani impieghi più tempo che per volare a Berlino?
Un aeroporto chiuso per via della cenere non è uno scandalo, è scandaloso credere che la risposta strategica a questa vulnerabilità sia spostare un aeroporto ben integrato e funzionante anziché rendere efficiente l’intero sistema dei trasporti in Sicilia. Sono le carenze infrastrutturali che trasformano una chiusura temporanea in un disastro per passeggeri, turismo ed economia.
Puoi delocalizzare Fontanarossa, puoi costruire un aeroporto in ogni provincia, ma se non risolvi la viabilità, se non sistemi strade, ferrovie e collegamenti, avrai solo spostato altrove il problema, sperperando miliardi di soldi pubblici.
La verità è che sono tutti tentativi di depistaggio per spostare l’attenzione pubblica dalle reali responsabilità della politica che non si è mai occupata davvero della viabilità interna della Sicilia.
Non è l’aeroporto di Catania a essere fuori posto. È la politica che continua a essere fuori strada. Fuori di testa. Fuori da ogni logica. E fuori da ogni grazia di Dio.
Eliana Esposito

